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In Libano ripartono le proteste

di Giuseppe Cammarata

Molti libanesi presto potrebbero avere difficoltá a comprare il pane”. Queste parole, pronunciate nei giorni scorsi dal primo ministro Hassan Diab nel corso di un’intervista con la stampa internazionale, rendono purtroppo ben chiara quanto drammatica sia oggi la situazione del Paese dei Cedri.

Alla crisi economica strutturale, con il debito pubblico al 170% e quello con l’estero che ammonta a 83 miliardi di dollari, la svalutazione della valuta libanese (che a fronte di un tasso ufficiale di 1.500 lire per un dollaro viene cambiata dai cambiavalute più o meno ufficiali a 4.200-4.500 lire) ed il blocco dei prelievi in valuta estera per tutti i risparmiatori imposto dalle banche, si sono aggiunte le conseguenze della crisi sanitaria causata dal Covid-19.

Le misure di contenimento imposte dal virus hanno infatti causato la chiusura di hotel, ristoranti, bar, piccole imprese e tutte quelle attività economiche informali che consentivano ai lavoratori “a giornata” di portare il pane a casa, provocando ulteriori perdite di posti di lavoro.

Di conseguenza, oggi il tasso ufficiale di disoccupazione ha toccato il 35% ed il 45% della popolazione libanese vive sotto la soglia di povertà; ma in un’economia per lo più informale queste stime sono giudicate ampiamente al ribasso.

Per i rifugiati siriani, oltre un milione ancora presenti in Libano, la situazione é ancora più tragica: il 67% vive sotto la soglia di povertá e la disoccupazione supera il 50%. Tutte le organizzazioni che lavorano con i rifugiati, sia libanesi che internazionali, lamentano un incremento dei matrimoni precoci, del lavoro minorile e della violenza domestica come “strategie di risposta” alle difficoltá quotidiane.

In attesa delle imposizioni neoliberiste del Fondo Monetario Internazionale in risposta alle richieste di aiuto da parte del governo libanese del 9 marzo scorso, giorno in cui ha ufficialmente dichiarato il default, le proteste popolari iniziate lo scorso 17 ottobre e rallentante dall’epidemia sono riprese con vigore nei giorni scorsi in tutte le maggiori cittá del paese, da nord (Tripoli) a sud (Tiro), passando per Beirut, Baalbek e Zahle (valle della Beqaa).

Nei giorni scorsi, ad esempio, decine di manifestanti hanno tentato di entrare al Ministero dell’Energia a Beirut per protestare contro i continui black-out di energia elettrica. Sono stati respinti duramente dalle forze di sicurezza, provocando diversi feriti.

Nel frattempo, Hassan Diab é apparso in televisione per chiedere agli Stati Uniti e all’Europa di intervenire con un fondo di emergenza a favore del Medio Oriente.

In questo contesto, e nonostante le misure di contenimento imposte dal virus, ARCS, insieme ai suoi partner AJEM e MS, attraverso il progetto DROIT, continua a lavorare nelle carceri di Roumieh e Barber el-Khazen, pur se da remoto, e continua a realizzare le attivitá di sostegno psicosociale agli ex-detenuti della struttura di Rabieh, che non ha mai chiuso.

Nel carcere maschile di Roumieh, dopo un primo perido di totale chiusura dovuto alle conseguenze di diversi tumulti registrati all’inizio delle restrizioni imposte dalla pandemia, le uniche figure esterne fin qui ammesse sono gli operatori psicosociali e legali di AJEM, i quali, a debita distanza e seguendo tutti i protocolli di sicurezza, hanno potuto svolgere un importante ruolo di collegamento con le famiglie dei detenuti.

Nel carcere femminile di Barber el-Khazen, ove la situazione generale é di maggiore tranquillitá rispetto a Roumieh, le operatrici di MS hanno continuato il supporto legale e psicosociale attraverso telefonate ed incontri a distanza. Anche in questo caso, gli unici operatori autorizzati a svolgere il ruolo di collegamento con le famiglie delle detenute sono stati gli oparatori del nostro progetto.

In attesa che lo staff espatriato possa rientrare in Libano e coordinare le attivitá non più da remoto, ARCS continua dunque il proprio impegno nel sostenere i soggetti maggiormente vulnerabili.

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