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Libano: grazie a Whatsapp continuiamo il lavoro a Naba’a

WhatsApp, una semplice applicazione che noi tutti abbiamo nel telefono, è diventata in questi mesi, dove le misure di contenimento della diffusione del Covid-19  hanno trattenuto a casa intere famiglie in Libano come altrove, lo strumento utilizzato per continuare a raggiungere le comunità di Naba’a, quartiere multietnico delle periferie di Beirut.

Un ponte digitale che ha permesso di mantenere i contatti con bambini, donne e famiglie del quartiere e garantire l’accesso, seppur da remoto, alle attività  a loro dedicate previste dal progetto, lanciato lo scorso Agosto, “Formazione professionale e prevenzione del disagio sociale per le donne e i bambini vulnerabili di Naba’a-Beirut“, sostenuto dalla Fondazione San Zeno e realizzato da ARCS Culture Solidali con la collaborazione dell’associazione locale Basmeh & Zeitooneh (B&Z). 

Con la chiusura del centro comunitario, avvenuta già a fine febbraio, e nel rispetto delle norme ministeriali di distanziamento fisico e restrizioni alle interazioni sociali, bambini e ragazzi hanno potuto continuare il loro percorso formativo attraverso video lezioni realizzate dalle loro insegnanti e condivise ogni giorno tramite WhatsApp accompagnate da esercizi e quiz per favorire l’apprendimento.

Così come in Italia anche in Libano l’utilizzo dell’e-learning ha incontrato non poche difficoltà con un sistema  non del tutto preparato a gestire questo metodo di insegnamento, ancor più all’interno delle comunità più vulnerabili. Le insegnanti del centro insieme allo staff di progetto però, fin dai primi giorni di marzo,  si sono attivati per elaborare un metodo alternativo ed accessibile ai bambini della comunità di Naba’a. Da questo l’idea di utilizzare WhatsApp, un’applicazione di facile utilizzo e ampiamente diffusa, dove la comunicazione scritta ma anche quella più diretta con messaggi vocali e utilizzo di emoticon, la veloce condivisione di video, file e foto di esercizi svolti permettono di mantenere attiva l’interazione tra insegnanti ed allievi. Inoltre, tramite contatti telefonici con i caregivers, è garantitoun follow-up individuale dopo o durante lo svolgimento della lezione,  per assicurarsi che le tematiche affrontate siano state ben comprese e valutare i progressi scolastici degli alunni.

Consapevoli delle differenze con il sistema formativo ordinario e delle difficoltà che questo metodo alternativo presenta, come la mancanza dell’interazione diretta e umana o lo scarso accesso da parte delle famiglie ad una linea internet o un dispositivo elettronico efficienti, abbiamo comunque scelto di mantenere vivo il nostro impegno a garanzia dei diritti fondamentali di bambini, giovani e donne come l’educazione, la tutela contro abusi e violenze, l’inclusione sociale e lavorativa. Con il sostegno di Fondazione San Zeno verranno infatti distribuiti tablet e abbonamenti internet a più di 50 famiglie, per ridurre laddove possibile il divario digitale e, impiegato un esperto informatico per favorire l’alfabetizzazione digitale dei nuclei familiari mentre, allo stesso tempo, verrà garantito un supporto continuo ai partecipanti alle attività tramite i canali di comunicazione sempre attivi e, vagliato l’utilizzo di piattaforme di apprendimento dedicate e specifiche.Le attività da remoto non sono solo rivolte ai più piccoli ma anche al gruppo di trenta donne del laboratorio artigianale di Naba’a, parte di un percorso di formazione professionale nel settore tessile. A seguito di un primo modulo di sartoria, design e micro-imprenditoria femminile, le partecipanti sono ora impegnante in una formazione telematica in contabilità, formazione di impresa e  marketing che permetterà lo sviluppo di un business plan al quale verrà garantito supporto tramite la fornitura di piccoli small grants previsti dal progetto.

In parallelo, sono state mantenute telefonicamente le attività di protezione dell’assistente sociale. Con un forte incremento del tasso di violenza e depressione registratisi tra la popolazione in questo momento di crisi diffusa nel Paese, il supporto psico-sociale individuale nonché il referral esterno per i casi più urgenti si è rivelato di fondamentale importanza per garantire la tutela di bambini, donne e delle persone più vulnerabili della comunità. Negli ultimi mesi, inoltre l’equipe è stata impegnata nella campagna di sensibilizzazione sulla prevenzione della diffusione del virus e nella diffusione di messaggi educativi (key protection messages) tramite WhatsApp e social media così come nella gestione di una hotline diretta alla tutela di persone con bisogni specifici (PwSNs).

Il quadro sviluppatosi all’interno del Paese, alle prese con la crisi economica più grave degli ultimi decenni unitamente alla recente emergenza sanitaria, ha di fatto portato ARCS insieme a B&Z a rimodulare la propria azione all’interno del quartiere di Naba’a realizzando, ora da remoto,  le attività già identificate come necessarie ma, allo stesso tempo, rispondendo al meglio ai nuovi bisogni emergenti.

Il corona virus infatti non ha fatto altro che inasprire la già precaria situazione socio-economica del Libano spingendolo verso una nuova drammatica sfida: una grave emergenza alimentare. Human Rights Watch e la Banca Mondiale sostengono che più della metà della popolazione libanese non sarà in grado di acquistare cibo entro la fine dell’anno. E la situazione è ancora più drammatica per tutte le comunità di rifugiati, principale popolazione di Naba’a.

Per questo è stata avviata una campagna di distribuzione di pacchi alimentari e kit igienico sanitari rivolta alla popolazione più vulnerabile  delle comunità libanese, siriana,  palestinese e migrante presente a Naba’a. Anche ARCS sostiene questa iniziativa lanciata da B&Z con una parte dei fondi raccolti attraverso la sua campagna Alimenta la solidarietà.

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