fbpx

Il primo giorno di scuola nei campi per rifugiati saharawi

di Roberto Salustri

Primo giorno di scuola per i bambini saharawi dopo il totale blocco delle attività nei campi per rifugiati a causa della pandemia di Covid. Mascherina e disinfettanti per tutti per limitare il contagio e permettere la didattica. I bambini saharawi, già abituati a privazioni e alle difficili condizioni ambientali del deserto, vivono in queste condizioni da sempre, aspettando il ritorno nel loro Paese: il Sahara occidentale.

Tra le persone con cui abbiamo collaborato per i progetti “Un Arbol por Cada mina” e gli orti familiari c’è Ahmed Mohamud Ami, oggi Direttore della cooperazione e coordinatore del programma “Vacanze in pace” per la Spagna del Ministero dei giovani e dello sport della RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica), conosciuto quando era il responsabile del centro culturale giovanile del villaggio di Dajla. I campi, dopo il 14 marzo, sono stati chiusi e la maggior parte dei cooperanti sono stati evacuati. E’ rimasta solo la Brigada medica cubana, essenziale per affrontare l’epidemia, e qualche cooperante europeo e algerino.

Abbiamo chiesto ad Ahmed qual è la situazione a livello sanitario ed economico nei campi.

Nonostante la mancanza e il costante bisogno di medicinali e forniture mediche, il Covid-19 è arrivato nei campi solo alla fine di luglio. Sono casi entrati dopo l’apertura parziale delle frontiere con i paesi vicini. Secondo il portavoce del comitato sanitario, attualmente abbiamo una ventina di positivi, 13 secondo i dati ufficiali. A questi si aggiungono anche altri malati con sintomi simili ma negativi. Il numero di morti rimane a due. L’unica fonte di aiuto è la cooperazione internazionale attraverso la quale le persone ricevono materiali ed attrezzature per la produzione e la trasformazione del cibo, la sanità e l’istruzione. Ma la situazione ora è particolarmente dura: da marzo i campi non hanno accesso agli aiuti a causa della chiusura totale o parziale delle frontiere e della cessazione di tutte le attività. Abbiamo bisogno di un aiuto urgente per soddisfare le esigenze dei rifugiati prima che la situazione peggiori. Il progetto degli orti familiari, ad esempio, è molto importante per l’alimentazione di queste persone che, altrimenti, sono costrette a mangiare solo cibo in scatola.”

L’inizio dell’anno scolastico è piuttosto difficile: i bambini non hanno potuto usufruire del periodo di “Vacanze in pace” in Europa e Algeria, le temperature nei campi hanno superato spesso i 50° C e ci sono state numerose tempeste di sabbia. ARCS sta finalmente attivando il progetto Orti solari familiari per produrre cibo in loco, un’importante integrazione di cibo fresco per la popolazione locale, soprattutto per i bambini. In questi mesi inoltre non abbiamo mai fatto mancare il nostro appoggio ai partner locali rimanendo in contatto e fornendo la consulenza richiesta. Nessuno si arrende!

Condivido sui social media!