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08Marzo2011 Ansa: fermento penisola araba

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Ansa- Focus (di Lorenzo Trombetta):

BEIRUT, 7 MAR – Solo Dubai e Abu Dhabi e gli altri cinque emirati non sono stati ancora investiti dall’inedita ondata di proteste anti-governative che si sta abbattendo sull’intera Penisola araba, inattaccabile fortino petrolifero alleato degli Stati Uniti e diviso in sette diversi Paesi, ciascuno dominato da governatori sunniti, uniti in nome della ”lotta ad al Qaida” e della contrapposizione al gigante sciita iraniano.

Alla vigilia di annunciate manifestazioni anti-governative in Kuwait e nel giorno in cui un autorevole quotidiano britannico riferisce di una presunta richiesta avanzata da Washington a Riad di fornire armi ai ribelli libici in cambio del sostegno Usa alla tenuta del regime saudita, oltre 25.000 utenti di Facebook risultano oggi sostenitori dell’appello per partecipare, venerdi’ prossimo a Riad, alla ”giornata della collera” per chiedere ”la caduta della dinastia dei Saud”, al potere da ottant’anni.

Piu’ di 2.000 tra imprenditori, professori universitari, attivisti per i diritti umani e liberi professionisti avevano firmato nei giorni scorsi tre differenti appelli rivolti a re Abdullah per chiedere una profonda riforma costituzionale del regno, dove partiti politici e manifestazioni sono da sempre banditi.

Difficile quantificare in termini numerici il reale sostegno alla mobilitazione dell’11 marzo, ma l’allarme delle autorita’ saudite e’ risultato evidente quando, sabato scorso, il ministro degli interni ha ribadito che ”nessuna violazione dell’ordine e della sicurezza nazionale sara’ tollerata”.

A Riad sono inoltre giunte notizie di nuove proteste indette dalla minoranza sciita (il 10 per cento della popolazione), che abita le province orientali dove si affacciano i terminali petroliferi del Golfo, di fronte al turbolento Bahrein e al ”minaccioso Iran”.

Proprio per contenere proteste della minoranza musulmana, il governo saudita aveva ordinato la scorsa settimana l’invio di truppe militari e agenti delle forze di sicurezza nella provincia di Qatif: in tre diverse manifestazioni, gli sciiti sauditi erano tornati a chieder con forza la fine delle ”discriminazioni confessionali” a cui sarebbero soggetti nel regno dominato dal sunnismo di stampo wahhabita.

La tensione rimane alta anche nel vicino Bahrein: da tre settimane i dimostranti, per lo piu’ sciiti, che nell’arcipelago costituiscono invece la maggioranza della popolazione, mantengono un presidio nella capitale e invocano la caduta del premier in carica da decenni, membro della famiglia sunnita al potere da due secoli. Gli attivisti sciiti si sono radunati oggi a centinaia di fronte all’ambasciata Usa per chiedere che Washington sostenga anche la loro causa, e non solo quella egiziana, tunisina e libica.

Ma dagli Stati Uniti, che in Bahrein mantengono la Quinta Flotta, per ora arrivano solo allarmi ai loro connazionali nei diversi Paesi del Golfo a lasciare la regione. Cosi’ come e’ successo in Yemen, dove il presidente Ali Abdallah Saleh, in carica da 32 anni e alleato degli Stati Uniti nella ”lotta ad al Qaida”, da un mese tenta di resistere a forti pressioni, scaturite in violenze e disordini, da parte di studenti, ulema, oppositori, ribelli sciiti del nord e secessionisti del sud: ormai tutti uniti nel chiedere ”la caduta del rai’s”.

E se in Qatar, emirato che ospita la principale base aerea Usa nella regione, nei giorni scorsi si erano diffuse voci di un tentato golpe ai danni della casata degli Hamad, piu’ contenute, ma non certo sedate, sono per il momento le proteste anti-governative in Oman, altro pilastro strategico del fronte americano nell’Oceano indiano e importante esportatore di petrolio (ma non membro Opec). Dopo aver sostituito due ministri ”corrotti”, il sultano Qabus ha oggi annunciato un piu’ ampio rimpasto del governo dell’Oman, responsabile tra l’altro dello stretto di Ormuz, attraverso il quale transita il traffico navale petrolifero per e dal Golfo. (ANSA).

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