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16Maggio2011 IV Conferenza ONU sui Paesi meno sviluppati: è ora di dire basta alla vulnerabilità

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Dalla Conferenza ONU sui Paesi Meno Sviluppati (Istanbul, 9-13 maggio 2011) Cinzia Squarcia, referente Relazioni Eurupee di Arcs.

Vulnerabilità è il termine che potrebbe descrivere meglio quanto emerso durante la IV Conferenza ONU sui Paesi Meno Sviluppati, tenutasi a Istanbul dal 9 al 13 maggio contemporaneamente al Forum Globale della Società Civile (7-13 maggio).

Sono vulnerabili i cosiddetti Paesi Meno Avanzati (PMA),  sotto molteplici aspetti.  Sotto l’aspetto finanziario innanzitutto: questi Paesi sono infatti esposti alle leggi del mercato globale, alle conseguenze che, sulla loro già fragile economia, avrebbero – o hanno per chi già li ha sottoscritti – gli accordi di partenariato economico (EPA) e di libero scambio (ETA) cui l’Unione Europea vorrebbe portarli, attraverso contrattazioni in cui fa spesso valere il suo peso di maggiore finanziatore degli aiuti alla cooperazione. Per non parlare della questione insoluta del debito.

Sono vulnerabili sotto l’aspetto climatico: i PMA stanno pagando un debito  che non è loro. Per la connotazione prevalentemente agricola delle loro economie, sono tra i minori responsabili in termini di emissione dei gas serra. Ma sono quelli più esposti a fenomeni naturali – inondazioni, uragani e lunghi periodi di siccità –ormai sempre più disastrosi, per la loro maggiore frequenza e violenza, oltre a una non più esistenza delle stagioni agricole.

Sono vulnerabili sotto l’aspetto economico: in molti PMA l’economia è prevalentemente agricola. Oltre il 70% della popolazione – qualcosa come 580 milioni di persone – vive in zone rurali, paragonato al circa 55% di tutti gli altri paesi in via di sviluppo. Di questi, 250 -300 milioni vivono di agricoltura che è, quindi, la principale fonte di sostentamento e di sicurezza alimentare. A seguito delle politiche imposte dalle organizzazioni finanziarie internazionali e di accordi bilaterali nei decenni passati, molti di questi paesi hanno abbandonato un’agricoltura di sussistenza – che prevedeva una diversificazioni delle coltivazioni – optando per una produzione agricola mono prodotto, votata all’esportazione: non prodotti di prima necessità, ma prodotti da esportare. Il risultato, in termini molto semplicistici, è che al momento importano la maggior parte dei prodotti necessari a loro fabbisogno alimentare e che prima coltivavano. E questo, sempre parlando di vulnerabilità , li espone pesantemente alla volatilità dei prezzi dei prodotti agricoli. La soluzione esiste: diversificare le coltivazioni, esportare non materie prime che il mercato internazionale chiede, ma prodotti manifatturieri (gli stessi che oggi importano) e costruire infrastrutture che diano accesso ai mercati locali. Ma questo non rientra nei termini degli accordi EPA e ETA.

Sono vulnerabili sotto l’aspetto sociale: questi paesi non hanno prodotto, a livello macroeconomico, sbocchi economici per chi, pur vivendo in zone rurali, non si dedica a lavori agricoli; l’unica alternativa è spostarsi nelle aree urbane, con tutto quello che questo comporta in termini di povertà.

In questo macrocosmo di vulnerabilità, maggiore è la vulnerabilità delle donne che costituiscono il 50% della forza lavoro agricola nei PMA. In un universo di povertà, maggiore è quella delle famiglie dirette da donne: la povertà ha un volto agricolo e femminile. Spesso la loro è una manodopera agricola non riconosciuta, non avendo né accesso alla terra (anche a livello ereditario), né al credito per avviare un’impresa: cattiva governance, ignoranza culturale e ingiusta ripartizione della ricchezza vanno di pari passo. Ma la crescita economica di questi paesi deve necessariamente passare attraverso l’empowerment femminile: economico, sociale e poi politico.

In termini macroeconomici, lo sviluppo non è un processo lungo: richiede alcuni decenni, come alcuni paesi del sud est asiatico – che non hanno seguito i “consigli” degli istituti finanziari internazionali – hanno dimostrato. Il punto è che affinché ci sia sviluppo economico devono esserci scelte politiche: a livello nazionale, ma anche della comunità internazionale.

Il termine PMA risale al 1971, quando in ambito ONU furono identificati 24 paesi estremamente vulnerabili, per i quali furono decise “speciali” misure per aiutarne lo sviluppo. Dopo tre decenni di Programmi di Azioni, piani economici e accordi vari, il numero dei PMA è oggi salito a 48: non basta questo a dimostrare la necessità di un aggiustamento a livello globale?

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