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01Agosto2011 Campo di lavoro in Palestina 2011: le riflessioni di un volontario

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foto di Marco Baglio

Di ritorno dal campo di lavoro in Palestina sono tante le emozioni e i pensieri che affollano la mente dei volontari. Lasciamo spazio a quelli di Marco, uno dei partecipanti al campo.

‘Il vento del deserto, la luna piena, l’odore dolciastro del narghilè, la movimentata confusione del suk, i gatti spelacchiati nell’immondizia, gli aquiloni altissimi lassù, il profumo e il colore delle spezie, il pane caldo, gli ulivi, i terrazzamenti coltivati, il blu cobalto del cielo, i reservoirs sui tetti, i sapori dei cibi, la polvere sui sandali, le pietre bianche, la spazzatura per terra, il rosario tra le mani, mani di donna che selezionano e puliscono per terra la verdura, il tè alla menta, la corsa delle colline, i murales, il canto del muezzin, le mura della città vecchia al tramonto, Gerusalemme dai tetti della città vecchia, i viottoli in discesa, le stradine laterali che si aprono su mondi improbabili, la cupola d’oro, il viola delle bouganvilles, i gesti della preghiera, il profumo dell’incenso, i cimiteri affacciati sul Kedron, il sorriso dei bambini, i bambini a dorso d’asino, gli occhi delle ragazze, i vecchi sulle soglie delle case, le candele e le lampade ortodosse, where are you from, how are you, sukar, affuan, jalla, sheqel, Allah akhbar, shema’ Ysra’el, menorah, shekinah, kippà, todah, hummous, falafel, zatar, malaqish, kneffa, salam, shalom…

Il filo spinato, il muro, il gracchiare della radio al check-point, gli M16, i settlements sempre in alto e ovunque, le strade interrotte, le serrande chiuse dei negozi in terra di nessuno, le chiavi di casa conservate inutilmente da decenni, telecamere e inferriate alle finestre, Nakba, Handala, carta blu, carta verde, targa gialla, targa verde, zona A, zona B, zona C, H1, H2, 1917, 1948, 1967, 1973, 1987, 1993, 2001, 750.000 rifugiati, più di 500 check-points, 73 risoluzioni internazionali, 700 minori detenuti all’anno, 7500 processi a minori dal 2000, 5000 soldati a protezione di 400 coloni, 5 milioni di dollari a chilometro per costruire il muro, 1 milione e mezzo di persone in 365 Km2, West Bank, Territori occupati, Green Line, terrorismo, enclave, apartheid, intifada, shaeed, il deserto fatto fiorire, the waste land, this is my land…

Non capisco… Una terra per due popoli, mille lingue, tre religioni, tre giorni di festa a settimana. Una terra di culture millenarie, la sorgente delle religioni del libro, pietre che raccontano storie: le epigrafi antiche, le pietre protette e venerate da imponenti chiese, le pietre poste sulle tombe… Le pietre lanciate da donne e ragazzi contro i tanks, le pietre siglate con disegni e scritte a suggerire un’appartenenza: un mitra abbozzato con la vernice, la stella di Davide e la menorah, scritte a ribadire in arabo i nomi ebraici degli stessi luoghi. Scritte di speranza, resistenza, divieto, irrisione: “Phoenix will never die”, “zionism is racism”, “except authorized vehicles”, “here is Silwan”, “free Palestine”, “guns & Moses”, ”don’t worry be jewish”, “restiamo umani”…

Le bandiere ovunque, a segnare un territorio, minacciare una presenza, imporre un’identità. Tra le bandiere, quelle nere, a ricordare il lutto perpetuo per i morti. Bandiere che sventolano sopra una terra che non si sa come chiamare: Israele, Palestina, The Holy Land, dipende da dove ti trovi e da quale punto di vista parli. Una terra senza confini, perché non c’è solo quello evidente del muro: la follia degli uomini ha inventato strade per gli uni e per gli altri, bloccato antiche vie di transito, chiamato area A, B, C lembi di terra circoscritti dal filo spinato ma anche da un semplice palo adagiato a terra…Dove mi trovo? Devo dire salaam o shalom? Come conciliare la bellezza della natura, il respiro delle antiche civiltà, la spiritualità che emana da volti, gesti e monumenti, con l’offesa della guerra, della discriminazione, dell’indifferenza? Come è possibile che le vittime di ieri siano i carnefici di oggi, che il dolore di due popoli sia motivo di divisione anziché luogo di incontro per una possibile rinascita? Dove va a finire tutta questa sofferenza? Ha un senso oppure resta ossessione che alimenta soltanto il risentimento, l’impotenza, la fuga, la vendetta?

Ancora una volta il tempo è una minaccia, la memoria recriminazione: “la Bibbia assegna a noi questa terra”, “noi siamo qui prima di Dio!”… Ecco allora le violenze di ieri scandite dagli anniversari, il tempo trascorso in prigione (ogni ragazzo ha la sua quota di sofferta detenzione da esibire), il tempo per passare i check-point, il tempo sospeso di oggi, con la sensazione che serva soprattutto a isolare altre persone, rubare altra terra, delimitare nuovi assurdi confini…

Ancora una volta le parole perdono significato, vittime di una manomissione che non è solo linguistica, perché dire è fare, nominare è già agire: “territori occupati” per gli uni significa l’insulto dei coloni, per gli altri la colonizzazione islamica dell’VIII secolo; la terra che gli israeliani chiamano “the waste land” è la terra dei propri villaggi e dei propri avi per gli arabi; il muro per gli uni è barriera di difesa, per altri muro di separazione razziale e di annessione; la nascita dello stato d’Israele è Nakba per i palestinesi… sullo sfondo la parola più immediata, ma che qui appare abusata, priva di significato, quasi un insulto a pronunciarla: “pace”, paradossalmente la parola costantemente scambiata nei saluti arabi e israeliani, la parola da cui etimologicamente deriva Gerusalemme… Gerusalemme, la città dove, come dice il salmo 87 della Bibbia, “tutti sono nati”…’

Ecco alcune foto scattate da Marco Baglio durante il campo

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