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30Agosto2011 Di ritorno dal campo di lavoro in Palestina la testimonianza di una tutor

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Virginia Marchetti, una delle tutor del campo di lavoro e conoscenza in Palestina che si è svolto a luglio 2011, ci racconta dell’esperienza appena terminata.

Dal 15 al 24 Luglio si è svolto il campo di lavoro di ARCS in Palestina. Il gruppo, composto da 12 persone (incluse 2 coordinatrici), ha partecipato al campo estivo di OPGAI a Beit Jala, nell’area di Betlemme dal 16 al 20 Luglio.

OPGAI è un’organizzazione palestinese che mette in rete numerose associazioni che lavorano con i giovani e le nuove generazioni. Il campo OPGAI ha lo scopo di far incontrare giovani tra i 15 e i 25 anni, provenienti da tutto il territorio della Cisgiordania e dalle alture del Golan Siriano, e di promuovere un confronto attivo sulle questioni chiave della società palestinese: l’identità nazionale, il diritto al ritorno dei rifugiati, la rivendicazione delle terre e delle risorse.

La partecipazione del gruppo italiano, unica delegazione di internazionali presenti al campo quest’anno, si è dimostrata un’importante strumento di scambio di esperienze e di sostegno alla causa palestinese.

Infatti, se spesso si assiste in Palestina a un flusso indiscriminato di aiuti economici e a un tipo di cooperazione finalizzato alla costruzione di infrastrutture e all’attuazione di politiche assistenziali,

il campo OPGAI di quest’anno ha dimostrato che la sola presenza di internazionali ad una delle molte attività messe in campo dalla società civile palestinese, costituisce per la popolazione un segnale molto più importante della costruzione di strade e di edifici. I ragazzi palestinesi che hanno preso parte al campo hanno dimostrato di voler raccontare agli italiani le loro esperienze, le loro quotidianità così fortemente segnate dall’occupazione, affinché tornassero a casa e raccontassero quanto avevano visto e sentito, per scuotere un’opinione pubblica internazionale troppo spesso sorda a quello che succede in Medio Oriente.

La maggior parte dei presenti al campo, infatti, aveva alle spalle esperienze di detenzione nelle carceri israeliane, di lutti familiari e di soprusi da parte dell’esercito occupante. Si tratta di ragazzi che sono nati e cresciuti sotto l’occupazione, molti di loro vivono in campi profughi e ascoltano dai loro nonni e dai loro genitori storie riguardanti i villaggi di origine, che le loro famiglie hanno dovuto abbandonare durante le guerre del ’48 e del ’67, e che loro probabilmente non vedranno mai. Così come non potranno visitare quella che per loro resta la capitale dello Stato di Palestina: Gerusalemme. Molti di loro non l’hanno mai vista e, dalla costruzione del muro in poi, raggiungerla è diventato solo un miraggio.

Di fronte a queste realtà, prendere parte al campo di OPGAI ha costituito una testimonianza di solidarietà ai giovani palestinesi, una vicinanza che si è manifestata durante tutti i 4 giorni del campo, dalle attività di lavoro collettivo, ai dibattiti e ai seminari, fino alle feste e ai concerti della sera.

I partecipanti al campo hanno deciso di intervistare alcuni dei ragazzi che avevano conosciuto in quei giorni, per portare la loro voce attraverso il Mediterraneo e condividere con l’opinione pubblica italiana una parte di quello che avevano potuto ascoltare e vivere.

Dopo la chiusura del campo di OPGAI, il gruppo si è spostato a Gerusalemme, per avere la possibilità di visitare i luoghi dei progetti ARCS e per incontrare altre organizzazioni locali.

A Silwan, quartiere di Gerusalemme in cui molte case sono a rischio di demolizione da parte del Governo israeliano, ARCS porta avanti attività rivolte ai bambini e agli adolescenti, che vivono una situazione di forte stress psicologico proprio a causa della loro precarietà abitativa. Lo stesso progetto comprende anche diverse attività che si svolgono al centro Burj-al-Luq-Luq, in una delle zone più povere e degradate della città vecchia di Gerusalemme. Il centro, che offre numerose attività didattiche e ricreative a bambini ed adolescenti, è nato per rivendicare quest’area al controllo dell’autorità israeliana ed oggi costituisce l’unico spazio aperto fruibile dalla popolazione palestinese all’interno della città vecchia.

Il giorno successivo si è svolta la visita al villaggio agricolo di Beit Doqu, dove ARCS sostiene un progetto di sviluppo rurale che ha consentito la creazione di un laboratorio di confezionamento dei prodotti agricoli da parte del Centro delle Donne del Villaggio. Ancora una volta ci siamo trovati di fronte a una società civile vivace, in grado di mettere in campo una grande capacità progettuale anche in un contesto ostile: il villaggio fa parte di un’enclave che è completamente circondata dal muro e dalle strade costruite da Israele per servire le colonie che sono state costruite nelle colline circostanti, contravvenendo alla legge internazionale.

Il gruppo ha poi approfondito la sua conoscenza con il muro che Israele sta ancora costruendo, attraverso il tour organizzato da un’associazione israeliana , ICAHD (Israeli Committee Against House Demolitions). La guida dell’associazione ha tracciato il ritratto di una società israeliana ossessionata dalla sicurezza e fortemente militarizzata, che cerca di dimenticarsi dei palestinesi vicini di casa nascondendoli dietro ad un gigantesco muro di cemento armato.

Gli ultimi due giorni del campo sono stati dedicati alla conoscenza della città vecchia di Gerusalemme e alla visita agli scavi archeologici di Sabastya, nel nord della Cisgiordania, dove l’associazione francescana ATS pro Terra Sancta sta portando avanti un lavoro di riqualificazione del villaggio palestinese e di recupero di reperti archeologici.

Queste attività hanno costituito per il gruppo un elemento di speranza, di cambiamento di prospettiva: la Palestina è una terra piena di bellezza e di storia, che la guerra ha sepolto e che gli uomini talvolta riescono a restituire alla collettività.

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