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05Ottobre2011 Intenso, sincero, diretto: questo è il popolo colombiano. Le riflessioni di una campista

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Colombia assemblea movimenti sociali - Foto di Ruggero Manzotti

Sono passati quasi due mesi dal ritorno in Italia dal campo in Colombia. Ormai le domande di amici e conoscenti su come sia andato, cosa abbia fatto lì, chi abbia conosciuto, sono quasi finite, ma le risposte nella mia testa sono ancora molto chiare.

Il primo pensiero va alle persone che ho conosciuto nelle due settimane del campo. La cosa che più mi ha colpito è stata l’estrema generosità intellettuale e affettiva che ho trovato in loro, una generosità non comune nella vita quotidiana. Nella relazione con queste persone è stato tutto così semplice e veloce, tutto così chiaro e diretto. Forse quello che fanno oggi, e che hanno fatto in passato, potrebbe non sembrare così “speciale” in un altro contesto, ma in quello colombiano lo è. In un paese dove le Ong sono state dichiarate illegali e i loro appartenenti terroristi, in un paese che sin dall’inizio della sua vita come stato indipendente si è caratterizzato per violenza e continui conflitti, in un paese che non ha mai avuto un vero governo democratico, appartenere a una Ong, parlare di vita democratica, di politica pulita, fare scelte di vita alternative in difesa dell’ambiente, diventano azioni ancora più piene di significato e che richiedono un coraggio ancor più grande di quanto sia nei contesti che conosciamo nella vita di tutti i giorni. Forse è proprio per l’ostilità e le difficoltà che queste persone hanno affrontato nella loro vita, e continuano ad affrontare, che le relazioni con loro si sono riempite di quell’intensità e profondità che ho percepito nelle due settimane passate in Colombia. Spesso mi sono ritrovata a pensare e a dire a chi mi chiedeva del campo, che la famosa frase “mi casa es tu casa” non è detta tanto per dire, ma ha un significato reale, tangibile. Ho incontrato, infatti, persone che hanno condiviso molti aspetti della loro vita, presente e passata, in modo totalmente sincero, dimostrando una grande fiducia nei confronti di noi che partecipavamo al campo e li ascoltavamo attenti. E tutto questo con una costante voglia di fare e cambiare che faceva da sfondo e che, almeno nella mia testa, m’immaginavo difficile da trovare in un contesto così difficile come quello colombiano.

All’inizio sembrava che il campo in Colombia non dovesse più farsi, poi una delle ragioni per cui è stato comunque organizzato è stata che non si voleva interrompere il rapporto appena iniziato con le persone coinvolte nel progetto. Dopo due settimane passate in Colombia ho capito il significato di questo desiderio e io stessa, col senno di poi, penso che avrei perso un’occasione di cambiamento unica. Sono convinta, infatti, che una volta tornati in Italia anche il modo di vivere le relazioni quotidiane cambi, chissà, forse, riempiendosi di quella sincerità e quell’intensità che ho trovato in terra colombiana.

C’è un libro che si chiama “Colombia: il paese dell’eccesso”; non l’ho letto ma mi piace pensare che l’eccesso cui si fa riferimento sia quello della sincerità, della voglia di vivere e di cambiare delle persone che vivono in questo paese..

Scheda del campo in Colombia estate 2011

paesi d'intervento

11

Paesi di intervento

progetti

250

Progetti

operatori locali

500

Operatori locali

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