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08Marzo2012 Appunti dal Kosovo: i volontari italiani all’azione.

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Scritto da Gaetano Nardone, volontario partito a febrraio nell’ambito del progetto di servizio volontario europeo organizzato da ARCS

E’ pieno inverno nei Balcani e i minuti corrono veloci dal momento della nostra partenza in questo viaggio che ci portera’ a Pristina, in Kosovo e dove resteremo per ben sei mesi. In questo gelido inizio di febbraio arriviamo all’aeroporto di Pristina in perfetto orario: sono le 14.40 e aspettiamo i bagagli sul tapis roulant in un’atmosfera mista tra emozioni e paure.

Lo scenario innevato che si presenta ai nostri occhi e’ il preludio di quello che ci aspetta nella nostra nuova avventura in questo paese. L’attesa al box dei controlli mi rende eccitato e nervoso allo stesso tempo, come se fosse la mia prima volta nei Balcani.

La scritta mire se vini (benvenuti) all’ingresso della sala d’attesa mi disorienta per un attimo, forse a causa di una lingua a me non familiare, ma non appena arriva il mio turno davanti al poliziotto di frontiera, la mia tensione si scioglie quando costui mi si rivolge in un approssimato italiano, comincia a parlarmi di calcio e mi dice sorridente benvenuto in Kosovo!

Klina e’ lontana solo 60 kilometri dalla capitale e il mio sguardo si posa gia’ sul paesaggio circostante. Comincio a riflettere su questo martoriato territorio, dei tanti perche’ e come sia potuto succedere tutto quello che e’ successo e di come i Balcani siano ancora tutt’oggi visti ed inquadrati come un luogo di non ritorno, un’inspiegabile contenitore di conflittualita’ che a stento e/o solo con la forza riesce a placarsi.

In effetti parafrasando Pedrag Matvejevic, autorevole scrittore bosniaco, cio che resta da scoprire e da spiegare e’ come in questi luoghi l’odio abbia prevalso a tal punto sull’amore e la ristrettezza di spirito sulla generosita’: poi in realta’ mi accorgo che il tempo, dopo l’ultima, l’ennesima guerra non ha intaccato di un millimetro certi sentimenti, certi odii rafforzati dalla politica, quella attuale, che manipola a suo piacimento il passato e la sua gente.

Si, qui ancora si trova e si respira, dietro un’apparente tregua, non solo la memoria visiva di quei terribili giorni ma anche quei sentimenti che “naturalmente” non possono morire ma che risultano essere fortemente presenti in special modo nella generazione nata durante e/o post-1999 e che oggi ha tra i 12 e i 15 anni.

Nonostante questa non sia la mia prima esperienza nei Balcani, noto sempre che tra i giovani esiste ed e’ forte un certo senso di rivalsa nei confronti del nemico sia esso serbo, kosovaro o Albanese; d’altronde sono stati loro i soggetti piu’ vulnerabili durante la guerra, dove molti qui hanno perso padri e fratelli. Nelle vecchie generazioni invece, – quelle emotivamente e soprattutto fisicamente coinvolte – emerge un forte sentimento di jugonostalgija verso quel puzzle multietnico costruito chirurgicamente con pazienza da Tito dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Oggi il Kosovo, dopo il cruente conflitto del 1999, e’ un paese tutto da ricostruire e forse anche da plasmare in un modo del tutto differente rispetto a quello attuale nonostante sia arrivata la tanto agognata indipendenza nel 2008. Per le strade, sotto i ponti, sui muri sono ben visibili scritte che poco hanno a che vedere con la voglia di cambiare e di ricostruire fisicamente e moralmente la societa’ kosovara di oggi e del domani.

Non sono venuto a Klina e in Kosovo per giudicare, non e’ questo il mio ruolo che lascio agli altri e a chi di competenza ma non posso restare indifferente a certi sentori, ad affermazioni affrettate e piene di pregiudizi e neanche generalizzare tutto il contesto.

Il nostro ruolo attivo qui sta per cominciare, dopo un periodo di ambientamento e familiarizzazione; riuscire a trasmettere entusiasmo e conoscenza e’ una sfida dura e allo stesso tempo affascinante per noi, cresciuti con la speranza e la passione di applicare sul campo quanto appreso sui manuali di diritti umani.

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