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28Marzo2012 Appunti dal Kosovo: lingua, giovani e nazionalismo a confronto.

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Scritto da Gaetano Nardone, volontario partito a febrraio nell’ambito del progetto di servizio volontario europeo organizzato da ARCS

Sono presente nei Balcani, anche se in modo discontinuo, da quasi tre anni e da quel 9 settembre 2009, giorno in cui vi misi piede per la prima volta. L’impatto iniziale fu quasi uno shock, quello che azzarderei definire culturale e che in sociologia delle migrazioni viene scandito generalmente da 5 fasi; io penso di essermi fermato alla prima, ossia quella relativa alla cosiddetta fase della “Luna di miele”, chiamata cosi’ perche’ inizialmente colpiti dal fascino verso l’insolito e il nuovo. In realta’ solo in seguito mi sono reso conto quanto importante fosse il concetto e il ruolo della lingua nella costruzione dell’identita’ culturale di un Paese, specialmente quando quel Paese fa parte di un particolare contesto chiamato Balcani.

Dopo un mese ed oltre di ambientamento – sovviene anche qui a sostegno la tesi suddetta riguardo lo shock culturale – siamo entrati nel vivo del progetto cominciando ad attivare i corsi di lingua che erano previsti tra le nostre mansioni. I nostri referenti sono ragazzi e ragazze di eta’ compresa tra i 14 e i 18 anni o qualcosina in piu’ e il loro interesse verso le lingue e’ dettato da svariate motivazioni. Ci sono ragazzi interessati all’apprendimento e/o al rafforzamento della lingua inglese, oggi come non mai fondamentale lingua veicolare nella comunicazione con l’esterno e altri, invece, orientati ad approfondire una lingua che, per vicinanza culturale e geografica, risulta essere uno stimolo in piu’ per chi vuole migliorare il proprio background linguistico, da sfruttare possibilmente in un futuro lavorativo.

Il ruolo della lingua e’, oggi, un fenomeno interessante nei Balcani; essi hanno sempre storicamente mostrato un forte interesse verso le lingue estere quali l’italiano, il tedesco, il francese e ovviamente l’inglese e a tutt’oggi godono un ruolo di primo piano insieme ad altre lingue emergenti quali lo spagnolo e il turco, diventate di moda grazie anche al contributo che le soap opera giornalmente danno, occupando gli schermi televisivi in quelle lunghe serate scaldate da caj (i tea tradizionali) e caffe’ alla turca.

Oggi, in realta’, il problema risulta essersi focalizzato verso la lingua “locale”, non estera: come afferma Maurizio Bekar – giornalista freelance – nel suo blog, il serbocroato o croatoserbo erano le due denominazioni ufficiali della lingua piu’ diffusa e unificante dei vari popoli della ex jugoslavia e proprio oggi, a distanza di un ventennio dal collasso, essa e’ stata pian piano demolita e sostituita da altre varianti, diventate in seguito lingue ufficiali nazionali come il serbo, il croato, il bosniaco, il macedone e cosi’ via dicendo.

La crisi jugoslava ha, infatti, assegnato alla lingua forti significati simbolici, politici e identitari: e’ questo da intendersi come la scomparsa violenta di un’antica unita’ culturale o il naturale riaffermarsi di identita’ specifiche precedentemente represse?

In Kosovo, in realta’, questo problema sembra apparentemente non esistere; caso mai piu’ che che antica unita’ culturale e linguistica jugoslava qui l’albanese e’ una delle due lingue ufficiali ma praticamente la predominante in quasi tutto il territorio. Parlare il serbo qui e’ quasi proibito, un tabu’ da rispettare e venerare, ma alla fine per un motivo o un altro si finisce sempre per riesumarlo come seconda via comunicativa, come se in realta’ tale lingua fosse piu’ comprensibile a noi italiani. Molti qui, specialmente quelli delle vecchie generazioni, hanno imparato l’italiano attraverso il magico mondo della televisione; nelle case puo’ mancarti di tutto ma non sicuramente la tivu’ con antenna parabolica annessa, dove poter vedere tutti i canali che il mondo offre. I giovani hanno spesso la passione per il calcio, per le squadre italiane ed e’ la prima cosa che ti chiedono quando ti incontrano; a Klina, dove pochi sono gli svaghi per i giovani, calcio e scommesse vanno a braccetto mentre la cittadinanza aspetta invano la “Casa della Cultura”.

E il nazionalismo? A parte boicottare l’Altro e decorare le strade con bandiere rosso e nere, che pur essendo i colori albanesi poco hanno a che fare con quelli del neonato Kosovo, punta a rafforzare il concetto identitario senza una tesi davvero credibile e soprattutto “sostenibile” in un futuro che sicuramente nel lungo termine si scontrera’ con quella piu’ ampia di eurocentrismo. Quando nei momenti liberi cammino per le strade e osservo una schiera di giovani seduti tra una sigaretta e una rakia, quel giorno appare molto lontano; il Kosovo di oggi ha problemi molto piu’ seri che forse neppure l’orizzonte europeo sembra poter risolvere dato la crisi economica e politica di quest’ultimo.

E se il nazionalismo avesse ragione? Dicono che oggi il multiculturalismo sia fallito insieme al suo modello teorico di applicazione e forse ahime’ in parte questo e’ vero. Riusciremo noi giovani a superare e mettere da parte ogni tipo di barriera, politica e culturale in primis, e guidare il nostro futuro verso spiagge piu’ tranquille evitando di definirci in relazione all’Altro, trovando nel diverso il nemico di ogni giorno? Sinceramente a questa domanda non riesco proprio a rispondere concretamente.

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