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28Maggio2012 Dallo stage alla redazione del bilancio sociale di Arcs: un rito di passaggio

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Dopo la laurea in Antropologia culturale è iniziato il lungo periodo di ricerca di un lavoro in un momento in cui, in Italia più che altrove, ed ora più che in passato, la parola “crisi” fa da sottofondo alle nostre giornate.

Come la protagonista del film di Paolo Virzì “Tutta la vita davanti”, l’affannosa ricerca si è spesso tradotta in tentativi (fallimentari) di adattarmi a lavori frustranti e “poveri”, quei lavori che, come me, molti giovani laureati giudicano non adatti a sé, privi di soddisfazioni anche e soprattutto dal punto di vista della propria crescita personale ed intellettuale.

Non ho smesso di cercare qualcosa che mi si confacesse e così quei lavori si sono alternati a una lunga serie di stage, corsi di formazione professionale, master, sogni migratori e ancora corsi e stage in un “eterno ritorno” che sembrava non avere mai fine.

L’occasione dello stage all’Arcs mi si è presentata nel dicembre scorso, come momento conclusivo di un corso di formazione sui temi della cooperazione internazionale. Ricordo con entusiasmo il momento del colloquio di selezione. La sede della ong, nell’ex-mobilificio Malafronte, mi piaceva e mi infondeva un senso di fiducia e speranza. Chissà perché, forse per il clima familiare con cui mi hanno accolto i ragazzi della ong o per lo stile da “fabbrica recuperata” che mi faceva pensare al nord Europa. Ricordo di aver pensato: “qui mi piacerebbe lavorare”, ma allo stesso tempo di avere avuto il timore che fosse solo uno dei tanti stage di quello strano circolo vizioso tutto italiano.

Così, all’inizio di dicembre, approdo nell’ufficio progettazione dell’ong dell’Arci. Arci è acronimo noto sul territorio italiano e a Roma – perlomeno nel mio immaginario- significa una miriade di circoli piccoli e grandi sparsi a macchia d’olio sul territorio, impegnati in vario modo nella diffusione della cultura nel suo senso più ampio e trasversale. Significa impegno al fianco dei migranti, delle minoranze in genere, partecipazione, promozione dei diritti e della legalità. Ma nel mio immaginario non c’era posto per la cooperazione internazionale. Così inizio il mio percorso in Arcs-Arci come quando si affronta qualcosa che non si conosce, ma che in qualche modo è familiare.

Difficile mettere nero su bianco cosa penso della cooperazione allo sviluppo.

Il mio approccio al mondo della cooperazione è stato forse à rebours. Ho iniziato da ricercatrice in Uruguay, dove prendevo parte da “osservatrice partecipante”, per usare un’espressione cara all’antropologia, ad un progetto di cooperazione di una ong italiana. Non ero una cooperante. Prendevo parte al progetto ma solo osservandolo nel suo prendere corpo “sul campo”, con la “lente di in gradimento” di chi fa ricerca etnografica. Da quell’esperienza è derivata la mia tesi di laurea che ha cercato di dare forma a interrogativi, contraddizioni, conflitti che emergono dal “gioco delle parti” di un progetto di cooperazione internazionale. Cooperare implica un momento di incontro tra culture per uno scopo comune, ma è anche un’arena politica in cui si mettono in gioco status e “poteri”. Ed è un vero e proprio mercato, non si può dire che sia un “dono” tout court. Ed essendo tutte queste cose insieme è indubbio che talvolta provochi degli effetti collaterali. L’esperienza lavorativa in Arcs, quindi, era un modo per  capire ed affrontare tutti quei punti interrogativi.

Nell’ufficio di Arcs occupavo una scrivania con un mio computer, proprio come il resto del team di progettazione. Prendevo parte alla fase di stesura e redazione di progetti e richieste di finanziamento, quella che avevo fino ad ora solo studiato o applicato nell’ambito delle piccole realtà associative di cui faccio parte, ma in modo spesso confuso e scoordinato. L’incubo dello stage che arricchisce il volume di fotocopie di un ufficio era scongiurato. Anzi, cominciavo a navigare, insieme agli altri, nel mare magnum di progetti da presentare, scadenze, riunioni, discussioni edificanti, burocrazia, come tutte le realtà deputate ad operare nel settore. Tre mesi passano velocemente e ho appena il tempo di cominciare ad afferrare la logica con cui lavora Arcs, a capirne le dinamiche e la trama di relazioni che tessono con le comunità tanto lì (fuori dai Paesi del cosiddetto benessere economico), quanto qui, in Italia e in Europa. Sono riuscita ad imparare molto, non solo dal punto di vista delle conoscenze tecniche. Mi sono trovata dall’altra parte del mondo della cooperazione, non “sul campo”, dove le persone agiscono e pensano nei modi più diversi, ma dietro lo schermo del computer, dove si è costretti a condensare quelle relazioni e quei problemi in tabelle e “quadri logici”, a ridurre le persone a target groups e a descrivere la complessità del mondo in un numero di caratteri pre-determinato ed entro una certa deadline. Dietro la standardizzazione dei progetti, che come antropologa ho sempre trovato difficile fare, mi sembrava di vedere però una reale compartecipazione; notavo, parlando con chi era deputato a scrivere il progetto e a coordinarlo nel Paese in questione, che i rapporti con i locali fossero di lunga data, sani e duraturi, che ci fosse una reale conoscenza dei problemi in loco perché “nei luoghi” si andava, e per lungo tempo, cosa che, senza dubbio, facilita la comprensione profonda delle dinamiche di un pezzo di mondo. Mi sembrava che chi in Arcs lavora facesse lo sforzo di essere collante tra realtà a diverse coordinate geografiche: associazioni, ong, università, ospedali, circoli e comitati Arci “qui” e gruppi, associazioni, cooperative, comunità, enti di ricerca“lì” e che si cercassero di avvicinare quei mondi troppo spesso catalogati secondo sequenze numeriche (Terzo Mondo, Paesi “terzi” etc.).

Un rito di passaggio segna il mutamento di status per  un individuo e il suo riconoscimento pubblico da parte della società e segue stadi e rituali ben precisi che portano la persona a tutta una serie di nuovi ruoli, doveri e diritti, un nuovo ordine sociale insomma. Passa per una fase di separazione, una di transizione e uno di re-integrazione. Se rito di passaggio ci fa venire in mente il disco labiale o i riti di scarnificazione di alcune etnie africane, nel “nostro” mondo il “passaggio” può essere quello da uno stage al lavoro? La firma del contratto, ad esempio, può essere uno di quei rituali che dà l’avvio a nuovi diritti e doveri?

Terminato il periodo del tirocinio, son tornata a casa con un bagaglio in più, ma pronta –pensavo- a tornare in quel limbo di precariato e disoccupazione. Sono stata contattata da Arcs dopo non molto tempo. Mi veniva proposto di occuparmi della redazione del primo bilancio sociale della ong, percorso che Arcs aveva iniziato da tempo ma che non era ancora arrivato a compimento. La cosa mi ha inizialmente sorpreso ed entusiasmato. Ovviamente era una gratificazione dal punto di vista personale e voleva dire, per la prima volta, lavorare in qualcosa che mi piacesse.  Mi poneva di fronte alla sfida di sintetizzare in poche pagine cosa volesse dire Arcs e come agisse nel mondo. Dovevo dare conto dell’eterogeneità e della ricchezza di persone che a vario titolo ne facevano parte e non solo di loro, ma di tutti quei soggetti e attori che in qualche modo con Arcs hanno una relazione.

Arrivata alle pagine conclusive del bilancio posso dire di aver scoperto molto e di avere ancora da scoprire. Scrivere il proprio bilancio significa dare conto di quello ch si è fatto, fondamentale tanto più in un settore, quello no profit, che vive anche di finanziamenti pubblici. Significa mostrarsi per quello che si è e per quello che si vuole – e si cerca- di essere. La mia posizione, dall’interno della ong ma allo stesso tempo da spettatrice esterna di questo mondo che dovevo descrivere, mi rendeva possibile coglierne le varie sfumature indefinite e, come in un gioco di specchi, vederne moltiplicare le identità. Arcs è progettazione in ambito internazionale. Arcs è chi punta al massimo sforzo di trasparenza per cogliere limiti e potenzialità e poterne uscire migliorati. Arcs è soggetto politico e, come tale, esprime la sua voce nel contesto nazionale ed internazionale. Arcs ha un forte radicamento sul territorio italiano e capacità di mobilitazione. Arcs è condivisione di esperienze e stimolo a partecipare. E molto altro ancora.

È stato difficile coglierne tutti i volti e le implicazioni e non sono sicura di esserci davvero riuscita. Senza dubbio, imprescindibile, è stato lo sforzo partecipativo, di chi in Arcs-Arci lavora da anni  e sicuramente essere investita di questo ruolo ha fatto sì che potessi “cambiare focale” ed ampliare lo sguardo ad aspetti che prima non consideravo.

Lascio, a chi ne avrà voglia, capire cos’è Arcs (anche) attraverso la lettura del bilancio sociale, di prossima pubblicazione.

Ah, cosa penso ora della cooperazione? Il “rito di passaggio” ha segnato anche queste mie riflessioni.

Quasi sempre la realtà dipende dal punto d’osservazione.

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