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25Giugno2012 [verso il forum sulla cooperazione] Diritti, Migrazioni, Beni comuni e Sviluppo Sostenibile in un nuovo sistema di Governance mondiale

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Contributo della Dott.ssa Paola Villa, Presidente Istituto Pace Sviluppo Innovazione Acli, nel cammino Verso il Forum Nazionale sulla Cooperazione allo Sviluppo

Come l’Italia immagina lo sviluppo mondiale post 2015

La riflessione si basa sul post 2015 perché il 2015 è la data di scadenza degli Obiettivi del Millennio, ossia di  quelle scadenze che la comunità internazionale si è data per, come cita il sito delle Nazioni Unite in Italia, andare incontro ai bisogni dei più poveri (dimezzare la povertà estrema, arrestare la diffusione dell’HIV/AIDS, assicurare l’istruzione elementare universale). Purtroppo noi non arriviamo al 2015 con obiettivi raggiunti da cui rilanciare. Arriviamo con obiettivi non raggiunti e con una riflessione strisciante che si basa su una domanda:  Ma, in tempo di crisi, ce la possiamo ancora permettere la cooperazione? Come se la cooperazione fosse un indice di benessere, un bene di lusso che solo i Paesi Sviluppati possono permettersi. E la risposta, nemmeno tanto velata, è Ci dispiace molto ma, purtroppo no, non possiamo permettercela.

A livello internazionale esiste una Campagna della Società Civile che si batte per un Beyond 2015 mettendo assieme da Nord a Sud e viceversa organizzazioni di base, sindacati, grandi associazioni e studiosi perché ci sia uno sguardo oltre il 2015 e perché questo sguardo sia costruito in modo partecipato, inclusivo e responsabile a tutti i livelli.

In Italia si sta cercando di sfruttare tutte le occasioni possibili per riaccendere una riflessione sul tema e in questo senso è da leggere anche il grande investimento nel processo che porterà all’appuntamento autunnale del Forum Cooperazione a Milano indetto dal Ministro Riccardi. Le posizioni sono varie ma esiste un ampio schieramento anche in Italia (a partire dalle grandi associazioni ARCI, ACLI, Legambiente, Sindacati e molte associazioni locali e reti…) che concordano sulla necessità non di ripensare la cooperazione o l’aiuto pubblico allo sviluppo ma di ripensare l’intero modello di sviluppo.

Da dove ripartire per ripensare? Va bene la Dichiarazione degli Obiettivi del Millennio. Ma per noi in primo luogo non può esserci una politica centrata sui i diritti, i beni comuni e la sostenibilità.

E lo sfondo è un ritorno alla politica come luogo di governo dell’economia e della finanza, come luogo di regole condivise, di sistemi di governance democratici, tavoli rappresentativi e luoghi delle decisioni legittime coniugato con un rifiuto del ricorso continuo alle armi come se fossero sempre e solo l’unica modalità per risolvere controversie che si sono invece volute ignorare quando non fomentare. E con una ricerca alla coesione e giustizia sociale e all’abbattimento delle diseguaglianze. E gli strumenti in questo senso sono organismi internazionali funzionanti e funzionali, sono freni alle speculazioni finanziarie, armonizzazione dei sistemi fiscali, coerenza delle scelte e delle politiche…

Al centro di ogni scelta ci sono gli esseri umani, le persone, con i diritti inalienabili e tra questi  in primo piano il diritto ad un lavoro dignitoso. Che comprende il superamento del lavoro informale, una giusta retribuzione, il diritto sindacale e di associarsi, ma anche un sistema di protezione sociale. Ma anche il diritto alla migrazione non solo per necessità o per fuggire da catastrofi, ma diritto alla mobilità e a migrazioni circolari, spostamenti tra luoghi che mettono in circolo risorse, idee, contatti, potenzialità e sono nei fatti la prima modalità di contaminazione e cooperazione.

E l’obiettivo non può essere quello di una crescita economica ma di uno sviluppo sostenibile da quattro fondamentali punti di vista: economico, sociale, ambientale, istituzionale. Non è un reale sviluppo se non produce capacità di generare reddito e lavoro dignitoso per la popolazione, se non garantisce condizioni di benessere equamente distribuite,  se non mantiene la qualità e la riproducibilità delle risorse naturali, se non assicura condizioni di stabilità, democrazia, partecipazione e giustizia. Ed è evidente che il nostro sistema di sviluppo attuale non è sostenibile su nessuno dei quattro aspetti.

Ma il concetto di benessere è oggi usurato e fraintendibile. E ci viene incontro quello di  ben viver che (solo per fare un esempio) il popolo boliviano ha inserito tra i propri principi costituzionali.  Che è qualcosa di diverso dal benessere a cui il nostro modello di sviluppo ci ha abituato. Ma contiene una dimensione di rapporto con sé, con gli altri, con l’ambiente. Ben viver non è vivere bene ma saper convivere sostenendosi a vicenda. E’ quindi un’interpretazione dello sviluppo che contiene una visione solidale e non individuale. Contiene una visione di valore sociale non mercantile.

Dal punto di vista individuale il benvivere è una situazione in cui sono garantite condizioni che attengono al piano dei diritti (e non della beneficienza) e riguardano alimentazione, acqua, alloggio, salute, istruzione, lavoro ma anche inclusione sociale, libertà politica, libertà religiosa… Benvivere si declina in ben abitare, ben lavorare, ben relazionarsi…

Nel recente forum di Rio+20 la Rete intercontinentale per l’Economia sociale e solidale ha sottoscritto un documento in cui si ritiene che non siano sufficienti i programmi di riparazione o di lotta alla povertà. Serve un ripensamento dell’economia in ottica solidale e sociale che garantisca intrinsecamente la giustizia in tutte le sue dimensioni sviluppando attività economiche senza generare concentrazione di ricchezza materiale e finanziaria e senza creare ulteriore povertà. Una economia con sistemi equi di commercializzazione, finanza e scambio.

Ma trovare le occasioni di scambiare idee e modelli, confrontarsi e cambiare assieme cosa è se non cooperare? Assumere la cooperazione nell’idea di un nuovo modello di sviluppo significa allora interpretare le relazioni e gli scambi con gli altri luoghi come modo per apprendere e arricchirsi reciprocamente.

E’ evidente quindi che la domanda Possiamo permetterci il lusso di spendere per una cooperazione che è aiuto degli Sviluppati ai In via di Sviluppo è mal posta. Perché il punto è che anche come Italia noi non possiamo permetterci il lusso di non investire in una cooperazione che è ricerca comune di uno sviluppo sostenibile per tutti.

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