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09Luglio2012 Contributo delle Ong all’elaborazione del documento del gruppo di lavoro del Forum per la cooperazione sul tema: “Cosa fare: eccellenze italiane, priorità, innovazioni”

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AOI-CINI-Link e Colomba

  1. Quadro Concettuale

Considerando quanto contenuto nella traccia inviata ai componenti del gruppo 3, ci pare che nel “quadro concettuale” si debbano richiamare ed esplicitare in premessa due questioni fondamentali utili a collocare e inquadrare correttamente e senza ambiguità, dal nostro punto di vista, i richiami insistenti che si fanno al “sistema italiano di cooperazione”, alla “condivisione” e dunque alla scelta di “priorità” e alla necessità di “coordinamento fra attori” ecc.:

1) la prima, riguardante una visione ispiratrice della cooperazione internazionale che vada oltre la filantropia, che sia reale azione di sostegno a processi di progresso economico e sociale, parte della politica estera dell’Italia, capace di coordinarsi ed integrarsi con altre politiche e altre azioni di cooperazione economica ma senza esserne ancella;

2) la seconda, immediatamente collegata alla prima, è il richiamo esplicito al fatto che nel valorizzare il sistema, nell’integrare politiche, azioni e strumenti di attori diversi e politiche diverse (sviluppo, cooperazione economica e finanziaria, politiche migratorie ecc.) dello stesso governo, si rende indispensabile praticare un coordinamento che abbia come riferimento la “coerenza delle politiche”, ed in particolare una coerenza misurabile rispetto ad un approccio basato sul rispetto dei diritti umani. Sappiamo che la coerenza delle politiche è tema esplicitamente e più integralmente trattato in altro gruppo, ma la scelta del “cosa fare” non è neutra rispetto alla scelta o meno della coerenza.

Il sistema della cooperazione Italiana è tradizionalmente basato sull’azione di tre attori: la DGCS e le sue diramazioni tecniche in loco (UTL), le ONG italiane idonee e gli attori statali dei paesi partner (Ministeri o Amministrazioni decentrate). A questi attori è riconosciuto un ruolo chiaro all’interno delle azioni finanziate dai canali multilaterali o attraverso gli strumenti delle legge 49/87.

Meno chiaro e incisivo è il ruolo riconosciuto alle organizzazioni della società civile locale che oggi svolgono in molti contesti un’azione importante nella promozione di politiche e programmi di sviluppo nonché nella rappresentanza delle comunità nei processi decisionali locali. Queste sono coinvolte in qualità di “Controparte locale” e il loro ruolo è spesso limitato a garantire sostenibilità futura nella gestione dei progetti.

Anche l’impiego e il coinvolgimento di risorse umane locali qualificate è scoraggiato dalle modalità e procedure della DGCS che prevedono di fatto l’obbligatorietà di un capo progetto italiano espatriato.

Di fatto anche la stragrande maggioranza delle ONG italiane applica una metodologia simile, poco propensa a valorizzare la società civile locale nell’implementazione dei progetti  e fortemente orientata all’impiego di personale espatriato italiano, anche per rispondere alla complessità amministrativa e gestionale insita in questi programmi. E’ pur vero che i processi di valorizzazione delle competenze locali si sono sviluppati nel tempo e che responsabilità crescenti sono state progressivamente delegate alle equipe locali, spesso sotto la supervisione e l’accompagnamento di personale espatriato.

  1. Un futuro possibile
  • Il Tavolo Interistituzionale

Da una parte dovrebbe essere esplicitato che il Tavolo è parte del meccanismo più complesso di costruzione e pratica della coerenza delle politiche italiane in tema di sviluppo.

Inoltre, si propone di pensare a Tavoli omologhi anche nei paesi di destinazione della cooperazione internazionale: l’obiettivo del coordinamento e della coerenza tra le azioni dei diversi attori dovrebbe essere costante preoccupazione e pratica ordinaria di lavoro anche direttamente nei paesi di cooperazione.

  • Settori di intervento

Dal nostro punto di vista è necessario considerare con una forte maggior attenzione alle tematiche che nella traccia sono indicate come “più ampie e trasversali” come il “gender mainstreaming”, l’ambiente, l’inclusione e la coesione sociale, l’inclusione finanziaria e – aggiungeremmo noi – la sovranità alimentare e la good governance.

Ciò che ci pare indispensabile discutere e concordare, in maniera partecipata ed inclusiva, è la definizione di tali categorie, cosa si intenda sostenere per ciascuna di esse e, infine, il pacchetto di indicatori capaci di misurare la coerenza e l’efficacia delle azioni all’interno di ciascuna categoria.

  • Aggiungere valore, aumentare la collaborazione tra Attori

Alcuni spunti:

–          premiare progettualità condivisa tra diversi attori diversi;

–          messa in valore, nel senso di diffusione, messa in comune, comunicazione e visibilità dei risultati e delle buone pratiche;

–          assicurare banche dati (chi fa cosa, risultati, buone pratiche, reti di partenariato ecc.) e linee guida.

–           Sempre più in futuro fare cooperazione significherà fare sinergia con attori locali che crescono e che radicano una società civile forte nei paesi partner. La cooperazione dell’Italia deve far leva sul partenariato tra comunità/territori del Nord e del Sud valorizzando al massimo le eccellenze locali, puntando soprattutto sullo sviluppo della governance locale e attraverso questo approccio consolidare onwnership dei programmi di sviluppo. Le ONG italiane dovranno sempre più essere viste come facilitatrici di processi locali piuttosto che attori di sviluppo che si sostituiscono a quelli locali.

–          Promuovere un’emancipazione del ruolo delle Organizzazioni della Società Civile dei paesi partner nell’approccio italiano alla cooperazione. Significativo potrebbe essere il passaggio non solo nominativo dal concetto di “Controparte locale” a quello di “Partner” a tutti gli effetti. Sarebbe utile che anche le unità tecniche locali della DGCS entrino direttamente in relazione con le realtà locali promuovendo una reale sinergia con le ONG italiane.

–          Per quanto riguarda le Risorse Umane locali qualificate, esse dovrebbero poter assumere ruoli di responsabilità nei progetti e programmi sostenuti dalla Cooperazione Italiana evitando l’individuazione automatica di capi progetto espatriati.

Questi aspetti possono contribuire fortemente a garantire ownership dei progetti rispetto alle comunità locali oltre che supportare automaticamente il rafforzamento delle capacità istituzionali degli attori non governativi locali.

–          Non è più in discussione se sia o meno giusto e/o necessario lavorare in partnership con attori del sud, a meno che non si voglia tornare ai modelli di assistenza pura, tipici del secolo scorso.

–          Piuttosto, crediamo che oggi le ONG del nord siano ad un bivio. Una possibilità è quella di rendere il loro ruolo di agenti di aiuto verso il sud più esplicito, lasciar cadere la retorica del partenariato, e continuare a perseguire riorganizzazioni strutturali che rafforzino la responsabilità verso l’alto (i donatori) e il controllo gestionale della ONG del nord verso quella del sud (business approach). L’altra è quella di andare avanti a costruire partnership sulla base dei progressi compiuti nel rafforzamento della cooperazione con le ONG del Sud e, di conseguenza, affrontare i difficili problemi strutturali che oggi rimangono come barriere alla partnership più autentica ed efficace (mission approach)

–          Visto il crescente consenso globale, sul ruolo fondamentale delle istituzioni della società civile nel perseguire uno sviluppo giusto e sostenibile, non ci dovrebbero essere dubbi nel valore delle strategie di partenariato con le ONG del Sud per ottenere il massimo impatto sui problemi sociali, urgenti e complessi dello sviluppo internazionale e dell’aiuto umanitario .

–          È indubbio che ancora oggi, nella maggior parte dei casi, i ruoli e le funzioni dei partenariati ONG del nord e del sud sono determinati solo dalla strategia complessiva delle ONG del nord, mentre la maggior parte delle ONG del sud si vedono ed agiscono ancora come meri ideatori e realizzatori di programmi e progetti.

–          Ci sono svariate ragioni di ordine programmatico per far optare le ONG del nord verso una partnership piuttosto che una collaborazione solamente operativa. Le ONG del sud sono molto meglio posizionate per poter portare avanti processi di sviluppo sostenibile e a lungo termine a livello locale. Sono anche molto più in grado di identificare ed interpretare i bisogni di sviluppo delle comunità e di mantenere relazioni collaborative con esse e con i governi locali. In alcuni casi le ONG del sud sono anche più in grado di quelle del nord di portare avanti progetti che richiedono expertise tecniche di tipo specialistico.

–          Inoltre è bene ricordare che, senza il valore aggiunto della partecipazione comunitaria (agita attraverso le ONG del sud che rappresentano la comunità), in tutte le fasi del progetto (dall’analisi dei bisogni alla valutazione), difficilmente si riuscirà ad ottenere il valore irrinunciabile della proprietà (ownership) dei progetti da parte dei beneficiari e, di conseguenza, non sarà mai possibile ottenere la loro sostenibilità.

–          Per poter andare nella direzione di un “mission approach” è necessario che l’organizzazione affronti quei problemi strutturali, quei cambiamenti strutturali, che oggi costituiscono le barriere alla partnership più autentica ed efficace.

–          Nella maggior parte delle partnership Nord-Sud, le procedure e i sistemi di gestione delle ONG sono stati progettati per assicurare il controllo organizzativo e l’”accountability” solo verso il sistema dei donatori (pubblici o privati che siano). Questo spinge le ONG del Nord a comportarsi in modi che possono essere controproducenti per creare partnership di sviluppo efficaci. Le pratiche attuali nelle partnership fra ONG del nord e del sud possono garantire che i progetti raggiungano gli obiettivi a breve termine per cui sono stati pensati ma fanno poco per soddisfare le esigenze di autonomia gestionale e le prestazioni a lungo termine dei partner del Sud.

–          I leader delle ONG del Nord e dei donatori che si sono impegnati a migliorare le partnership di sviluppo, devono essere preparati a realizzare cambiamenti strutturali all’interno delle proprie organizzazioni.

–          Fra i cambiamenti strutturali più importanti (che devono vedere anche il consenso e la partecipazione del sistema dei donatori) citiamo:

  • Accountability reciproca negli accordi formali: responsabilità condivisa per i rischi; maggiore influenza delle ONG del Sud nel definire le condizioni e le regole del finanziamento. Per es. procedure di reportistica, ecc.
  • Realizzazione di partnership dinamiche: formare il proprio personale verso una gestione comprensiva e sensibile (dinamica) delle partnership; istituire meccanismi per monitorare e regolare efficacemente il rapporto di partnership.
  • Pianificazione condivisa per la Sostenibilità: inserire meccanismi di pianificazione congiunta per la sostenibilità fin dall’inizio dell’accordo di partnership (progetto); documentare e descrivere le condizioni di contesto che interferiscono con la sostenibilità; supportare le ONG partner nell’applicazione di misure che aumentino la loro sostenibilità.
  • Strategie delle ONG del Nord per il reperimento di risorse e programmi: rivedere i propri programmi strategici così che il proprio ruolo primario diventi il supporto dei partner del Sud attraverso fondi, informazioni ed altre risorse disponibili; complementare le strategie e gli interventi operativi con un approccio di partenariato e sviluppare una cultura ed una capacità interna all’organizzazione volta ad operare come partner piuttosto che come “contractor”.
  • Strumenti

E’ una parte che richiederà forti approfondimenti e valutazioni caso per caso, come per esempio per quanto riguarda la scelta del “budget support” che non può essere in ogni caso assunta a priori e in maniera uguale nei diversi contesti.

In ogni caso, appare indispensabile e utile una chiara distinzione tra strumenti a dono e strumenti a credito.

Infine un ulteriore richiamo chiarificatore che non appare superfluo, vista la fase storica che stiamo attraversando: il continuo richiamo al “fare sistema” e alla integrazione e messa in valore di risorse di attori diversi non deve in alcun modo essere usato per indebolire la richiesta di destinare, in maniera crescente, risorse pubbliche per la cooperazione internazionale, soprattutto nel caso dell’Italia.

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