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09Luglio2012 Legambiente presenta Ecomafie 2012. Brutte notizie per il Paese.

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Antonio Pergolizzi, curatore del rapporto Ecomafie, ci racconta i principali contenuti del documento.

È l’ennesima brutta istantanea dell’Italia, quella uscita nell’ultimo rapporto Ecomafia di Legambiente (edito anche questa volta da Edizioni Ambiente), anno di grazia 2012. Un assalto costante e premeditato ai tesori d’Italia, dalla sua biodiversità al patrimonio storico, artistico e archeologico fino alle sue produzioni agricole di qualità. Crescono, infatti, i reati relativi agli incendi boschivi, quelli contro la fauna, i furti di opere d’arte. E addirittura si triplicano in un anno quelli commessi lungo la filiera agroalimentare. Sembra un campo di battaglia, il nostro paese. Dove sono in gioco la bellezza dei nostri territori, la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini, la stessa possibilità di uscire dalla crisi valorizzando, anche dal punto di vista economico, le risorse di cui disponiamo. Sono stati ben 33.817 i reati ambientali accertati nel corso del 2011 (il 10% in più rispetto al 2010), quasi 93 al giorno, quattro ogni ora. E parliamo solo di quelli di cui si è venuti a conoscenza attraverso le attività delle forze dell’ordine e della magistratura. Cifre impressionanti, risultato di un attacco frontale che non esclude alcun territorio e non accenna a perdere forza.

Per conoscere meglio l’Italia che dobbiamo difendere da questo assalto, bisogna partire da qui. Dai numeri che segnano un primato negativo dietro l’altro, di anno in anno. Dalle centinaia di storie che in ogni edizione facciamo fatica a sintetizzare: tonnellate di veleni scaricati in mare o in qualche fosso; interi complessi edilizi sorti completamente fuori legge; autostrade costruite con la monnezza o gallerie tirate su con cemento depotenziato; prodotti alimentari marci, adulterati o contraffatti; animali trafficati e sfruttati senza pietà; opere d’arte saccheggiate o finite appese alle pareti del boss di turno.

Lascia sgomenti raccontare questa Italia, senza edulcorazioni e facili infingimenti ma non senza  speranza. Perché se siamo in grado di conoscerla è grazie al lavoro straordinario di chi ogni giorno prova a contrastare questo fenomeno e che ringraziamo di cuore: il Corpo forestale dello stato, che si conferma come la prima forza di polizia per numero di illeciti accertati; il comando carabinieri per la tutela dell’ambiente (che anche quest’anno ha messo a segno il maggior numero di arresti per

traffico illecito di rifiuti) e quello per la tutela del patrimonio culturale, che ha aumentato i sequestri di opere e reperti rubati dai trafficanti di bellezza; le capitanerie di porto, che hanno moltiplicato gli sforzi, e i risultati ottenuti, nella tutela delle nostre coste e del mare; la Guardia di finanza, che ha visto incrementare in maniera molto significativa nel corso del 2011 le proprie attività contro la criminalità ambientale e le sue ripercussioni economiche; la Direzione investigativa antimafia, per il lavoro di analisi e l’attività di contrasto sviluppata verso le organizzazioni mafiose, soprattutto con il sequestro ingente di beni e società; l’Agenzia delle dogane e in particolare l’ufficio antifrode, a cui si devono gli ingenti sequestri di rifiuti trafficati illegalmente su scala globale attraverso i porti del nostro paese; la Polizia di stato, che ha aumentato nello scorso anno i suoi interventi in materia d’illeciti ambientali; i corpi forestali delle regioni a statuto autonomo e quelli delle polizie provinciali, che ci hanno fornito dati preziosi per completare il nostro lavoro di ricerca, analisi e denuncia.

Un ringraziamento particolare, per le statistiche con cui hanno arricchito questo nostro lavoro, va infine al comando carabinieri politiche agricole e alimentari e a quello per la tutela della salute. Con tutti condividiamo non solo i numeri elaborati in questo rapporto ma un impegno quotidiano e diffuso sul territorio, in difesa dell’ambiente e della legalità. Come loro ci misuriamo con un’Italia che vorremmo diversa da quella che prende corpo in queste pagine. E che non ci piace, fatta di mafie, certo, ma anche di pseudo-imprenditori e faccendieri, funzionari pubblici e uomini delle istituzioni corrotti che hanno trovato nel business ambientale il terreno ideale per la loro forsennata ricerca di profitto illecito.

Così, mentre il paese si deve misurare con la recessione economica e le sue drammatiche conseguenze sociali, ecomafiosi ed ecocriminali hanno accumulato nel 2011, altri 16,6 miliardi di euro. E il fatturato complessivo dal 1992 a oggi sfiora i 300 miliardi di euro. È un dato, quello del business stimato per lo scorso anno, che deve far riflettere: da un lato, infatti, si assiste al crollo degli investimenti in appalti pubblici destinati alle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (che passano da 10 miliardi di euro a 6,2, con una perdita secca di 3,8 miliardi); dall’altro s’incrementa il fatturato illegale, che sale da 8,3 a 9,4 miliardi di euro. Nell’Italia della crisi economica, delle fabbriche che chiudono e della disoccupazione in crescita, l’ecomafia, insomma, è sempre in attivo. Basta guardare a quanto accade con il fenomeno dell’abusivismo edilizio: il mercato legale crolla, con una flessione stimata dal Cresme in circa il 20%, ma quello del mattone illegale subisce solo leggere fluttuazioni. Sono 25.800, tra nuove costruzioni e trasformazioni significative, gli abusi stimati nel 2011 in base alla ricerca condotta, come sempre, da Roberto Mostacci e Sandro Polci di Cresme Consulting. Il fatturato, secondo le elaborazioni fatte di Legambiente sulla base dei valori di riferimento del mercato immobiliare, è stabile, intorno a 1,8 miliardi di euro. Dal 2003, anno dell’ultimo condono edilizio, a oggi, sono state costruite oltre 258.000 case illegali, per un fatturato complessivo di 18,3 miliardi di euro.

Non ci sono solo l’ambiente e l’economia nel mirino di ecomafiosi ed ecocriminali. I dati relativi allo scioglimento dei comuni italiani per infiltrazione mafiosa dall’inizio del 2012 parlano chiaro, con 18 amministrazioni comunali già commissariate. Come sottolinea Toni Mira nel suo contributo, siamo tornati ai ritmi dei primi anni Novanta. Basti pensare che in tutto il 2011 erano stati appena sei i comuni sottratti al governo dei clan e altrettanti nel 2010. Quasi sempre, nei decreti di scioglimento, spuntano gli sporchi affari denunciati in questo rapporto: l’urbanistica, gli appalti, la gestione dei rifiuti, la mancata repressione dell’abusivismo edilizio. Oltre l’80% dei comuni sciolti in Campania dal 1992 a oggi è finito nel mirino delle prefetture per questioni legate alla gestione di lavori pubblici e al business del mattone. Non è un caso, allora, se lungo le filiere illegali del ciclo del cemento e del ciclo dei rifiuti i clan continuano a prosperare: sono 296 quelli censiti fino a oggi, sei in più rispetto al 2010. E proprio dalle inchieste sui traffici illeciti di rifiuti, passate dal luglio 2010 nella competenza delle Procure distrettuali antimafia, arrivano le conferme e le novità più significative: dalla sentenza Vivaio, della Corte di assise di Messina, che ha visto la condanna di boss e gregari di Cosa nostra e il risarcimento di Legambiente, che si era costituita parte civile; all’inchiesta Dangerous hole coordinata dalla Dda di Palermo e condotta dal Noe, grazie alla quale, secondo il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, è stata individuata “la prima impresa ecomafiosa del sistema criminale di Cosa nostra nel palermitano”.

Altri protagonisti dell’assalto criminale al Belpaese sono, finalmente, alla sbarra, come nel caso dell’importante processo in corso di svolgimento alla Corte di assise di Napoli contro boss e complici del clan del Casalesi, impegnati storicamente nei traffici illegali di rifiuti con devastanti conseguenze ambientali tra le province di Napoli e Caserta. Anche in questo caso Legambiente si è affiancata come parte civile ai magistrati che hanno condotto le indagini e che sostengono l’accusa. Non si tratta di fatti ormai lontani nel tempo. L’ecomafia è in continua evoluzione e basta leggere quanto è emerso dai primi esami delle carte e dei pc trovati nel covo di Casapesenna, dopo la cattura del boss dei Casalesi, Michele Zagaria, per averne un’idea. Il mafioso di terza generazione deve essere giovane, di belle speranze, faccia pulita, studi superiori, buona conoscenza delle lingue straniere. E dovendo selezionare i cosiddetti “cavallucci” da far correre in politica, il boss preferisce all’affiliato più facilmente riconoscibile il neo-laureato, magari con vocazione ambientalista.

Non solo le mafie sono protagoniste di questo assalto. Uno degli aspetti che più impressiona dalla lettura di questo rapporto è infatti la quantità di soggetti coinvolti, all’apparenza inappuntabili e con la fedina penale pulita: colletti bianchi, uomini delle pubbliche amministrazioni, pronti a usare le loro prerogative, i loro canali burocratici amministrativi, per farne, come dicono i magistrati, “privato mercimonio”. Certo, non dappertutto è la stessa storia. Così capita di raccontare un’indagine per corruzione della procura di Venezia che ha dei risvolti da commedia all’italiana. I finanzieri, mandati dai magistrati a capire cosa succede nel settore urbanistico del comune di Venezia, la scorsa estate arrestano cinque funzionari per presunte tangenti destinate al rilascio delle pratiche edilizie. I cinque impiegati “infedeli”, a febbraio di quest’anno sono stati condannati in primo grado per corruzione e concussione. Mentre i tre “superstiti”, dipendenti dello stesso ufficio comunale, sono stati affidati dal nuovo direttore alle cure degli psicologi, per alleviare lo stress causato da tutta la vicenda. Vista la mole di indagini e di funzionari pubblici coinvolti in tutta Italia in episodi di corruzione e malaffare, usando lo stesso criterio non basterebbero migliaia di psicologi per confortare gli “scampati”. La corruzione, infatti, è il collante ideale di questo assalto impietoso e vale in Italia, secondo la Corte dei conti, ben 60 miliardi di euro l’anno. Non è una questione che riguarda, come già accennato, soltanto il Mezzogiorno. Tant’è che secondo l’indice di corruzione dell’organizzazione Transparency International, l’Italia si piazza in fondo alla classifica, al 69° posto nel mondo, ex equo con la Macedonia e Samoa, con il voto poco lusinghiero di 3,9 su 10, ultimo fra gli stati dell’Europa Occidentale e del G8. Perfino la Malesia e Cuba hanno fatto meglio. Nelle pagine di questo rapporto vengono riassunte diverse inchieste per truffa ai danni dello stato nel campo della gestione dei rifiuti solidi urbani o nel sistema degli appalti in Lombardia, nell’Emilia Romagna, nel Veneto, in Liguria. Anche qui corruzione, malaffare e mafia si intrecciano e si mischiano in maniera preoccupante, vecchi riti con moderne tecniche finanziarie, vecchi settori con nuovissimi. Un quadro generale, altra nota dolente, costretto a misurarsi con una legislazione ambientale ancora oggi inadeguata ad affrontare con efficacia la sfida della lotta a ogni forma di criminalità ambientale.

Proprio per ovviare al limite e all’evidente paradosso di chi considera i reati ambientali “reati senza vittime”, almeno apparenti, quest’anno abbiamo dedicato un capitolo che traccia un primo bilancio di vittime direttamente riconducibili ai fenomeni d’illegalità descritti in questi anni nel rapporto ecomafia. Come Renata Fonte, Marcello Torre, Mimmo Beneventano, Pasquale Cappuccio, Franco Imposimato, don Cesare Boschin, Samir Husic, Vincenzo De Mare, Natale De Grazia, Domenico De Nittis, Carmela Maria e Rocco Fasanella, Martin Decu, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. E come il sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, che ha insegnato a tutti, concretamente, cosa vuol dire la “buona politica”.

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