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09Luglio2012 Obiettivi di Sviluppo: siamo davvero meno poveri?

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Jason Nardi, portavoce Social Watch Italia, commenta il  rapporto 2012 sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio recentemente presentato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon

“L’obiettivo di ridurre la povertà estrema a metà è stato raggiunto cinque anni prima della scadenza del 2015, come anche l’obiettivo di dimezzare la proporzione di persone che non hanno un accesso affidabile a sorgenti migliorate d’acqua potabile.  Le condizioni di più di 200 milioni di persone che vivono nelle baraccopoli sono migliorate di due volte rispetto agli obiettivi del 2020. L’iscrizione alla scuola primaria da parte di bambine è oggi pari a quella dei bambini e abbiamo visto un progresso accelerato nella riduzione della mortalità materna e infantile.”

Con queste parole il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, introduce il rapporto 2012 sugli Obiettivi di sviluppo del millennio, affermando che non solo alcuni degli obiettivi sono stati raggiunti, ma che lo si è fatto in anticipo sui tempi.

Peccato che il modo di misurare gli obiettivi sia in gran parte superata (dalle stesse Nazioni Unite, in altre pubblicazioni) e contenga anche dei “trucchi” statistici, che da tempo il Social Watch evidenzia e denuncia (si veda l’articolo di Roberto Bissio nell’ultimo rapporto internazionale: http://www.socialwatch.org/report2012). A questo si aggiunge il fatto che la maggior parte delle informazioni contenute nel rapporto si riferiscono al 2008, il che lascia fuori le conseguenze dell’impatto sociale delle crisi globali (alimentare, climatica, finanziaria, del debito) degli ultimi cinque anni, che in molti casi hanno invertito la tendenza e peggiorato in pochi anni la situazione, sia in paesi cronicamente impoveriti (come nell’Africa Sub-sahariana), sia in paesi industrializzati – mentre quelli in “crescita” economica, hanno rallentato lo sviluppo e aumentato l’ineguaglianza.

Il rapporto sugli OSM fa riferimento principalmente agli indicatori della Banca Mondiale, che misura la povertà assoluta basandosi su una soglia minima di reddito, ovvero di 1,25$ al giorno. La Banca Mondiale ha calcolato che la povertà estrema nei paesi in via di sviluppo si è dimezzata nel periodo dal 1981 al 2008, ma in realtà occorre guardare a cosa è successo in parti diverse del mondo perché questi dati nascondono un peggioramento generale della situazione, controbilianciato solo dal miglioramento che si è avuto in Cina e in Brasile.  Infatti, mentre negli ultimi 15 anni, su 1,4 miliardi di persone definite “povere assolute”, 600 milioni sono uscite da quel livello (ovvero guadagnano più di 1,25 dollari al giorno…), in Cina sono state oltre 700 milioni – il che significa che ci sono 100 milioni di persone in più nel mondo che vivono in estrema povertà (escludendo la Cina), anche seguendo i criteri di misurazione della Banca Mondiale.

I calcoli sul reddito sono ormai superati dai nuovi indicatori di benessere e qualità della vita, come hanno dimostrato, tra gli altri, la Commissione Stiglitz-Fitoussi e gli studi dell’OCSE e dell’Istat (entro la fine dell’anno saranno pubblicati dall’ente nazionale di statistica italiano 12 nuovi indici di Benessere Equo e Sostenibile: www.misuredelbenessere.it).

Inoltre, il rapporto non considera nella misurazione della povertà assoluta l’accesso o la qualità di servizi pubblici essenziali. La percezione che si ha – leggendo i rapporti nazionali del Social Watch in più di 85 paesi – è che se la povertà fosse misurata in termini di mortalità infantile, educazione, nutrizione, rispetto dei diritti individuali e collettivi, risulterebbe in aumento e non in diminuzione, perché anche se molte economie emergenti appaiono in crescita, quello che sta veramente crescendo è la disuguaglianza e la concentrazione di ricchezza.

I generi di prima necessità stanno diventando un lusso. Per esempio: il prezzo della soia che il Sudamerica esporta e dell’olio di palma di molti paesi africani è cresciuto moltissimo – di conseguenza gli esportatori stanno accaparrandosi e sfruttando enormi latifondi (con grandi profitti, riflessi nel PIL) e i piccoli agricoltori e produttori dei mercati locali sono sempre più in difficoltà.

Tutto ciò genere un aumento notevole dei costo del cibo, che è ciò in cui spendono maggiormente le famiglie povere. Di conseguenza, se il reale consumo fosse preso in considerazione, la linea della povertà estrema dovrebbe includere persone che guadagnano 2-3 dollari al giorno (secondo i paesi e il potere di acquisto) e questo significherebbe non una riduzione della povertà estrema, ma una sua crescita massiccia.

Monitorando gli sforzi per combattere la povertà e le strategie di sviluppo a livello nazionale e internazionale, il Social Watch ha trovato che gli indicatori economici e quelli di benessere e qualità della vita non sono correlati.  E’ quindi sempre più urgente rivedere non solo i criteri di misurazione, ma anche le strategie economiche per raggiungere gli obiettivi di sviluppo, perché non si tratta di numeri ma di persone e dei loro diritti fondamentali, del loro diritto a un futuro.

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