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23Luglio2012 Siria: la parola alle armi

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Articolo di Domenico Chirico, direttore Un ponte per…

Nel Marzo 2011 è scoppiata una rivolta civile in Siria. All’inizio sembravano le proteste che hanno sconvolto tutto il mondo arabo lo scorso anno. Migliaia di siriani, per la prima volta dopo decenni di una feroce e corrotta dittatura, hanno ripreso parola e scelto di esporsi personalmente per chiedere libertà, pane e giustizia sociale, come al Cairo ed a Tunisi. La risposta del regime di Damasco è stata violenta e cruenta. Senza lasciare spazio ad alcuna mediazione. E la situazione è precipitata terribilmente in più di un anno. Alcuni settori delle opposizioni hanno ricevuto aiuto dall’estero ed alcuni paesi tra cui l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Stati Uniti, hanno scelto di sostenere la militarizzazione della rivolta. Da piccoli gruppi armati che nel nord della Siria facevano azioni di guerriglia l’Esercito Libero Siriano si è strutturato in un vero e proprio esercito di guerriglieri, che in questi giorni sta tenendo sotto scacco l’esercito ufficiale siriano nelle grandi città siriane.

Non si è ripetuto lo scenario libico perché altre due super potenze, Cina e Russia, hanno scelto di appoggiare il regime di Assad. E si è ri-creato un conflitto tra blocchi  di potere in terra siriana. Tutti coloro che speravano in una soluzione pacifica, e scongiurano l’intervento militare, sono stati schiacciati dalla radicalizzazione del conflitto. Ad oggi sono centinaia di migliaia gli esuli all’estero. Le famiglie scappano e cercano aiuto nei paesi confinanti. Il conflitto ormai è arrivato in molte strade ed è un conflitto che ha assunto sempre più un carattere confessionale. Con i sunniti contro gli aleviti di Bashar el Assad. Con i cristiani che sostengono il regime per paura di future persecuzioni, come avvenuto in Iraq solo pochi anni fa. Non sono naturalmente divisioni generalizzabili ma tendenze forti e violente in atto, che etnicizzano il conflitto, come è già avvenuto altrove in questi 20 anni. Padre Paolo dall’Oglio, il religioso italo siriano molto noto per il suo impegno pacifista, è stato chiaro nel raccontare recentemente ai pacifisti romani il processo che ha portato il conflitto ad essere armato e confessionale, lasciando pochissimo spazio alle iniziative non-violente. Ha chiesto a tutti di lavorare per degli interventi civili di pace, con osservatori che possano garantire la convivenza, e di aiutare i rifugiati in Giordania, Libano, Iraq e Turchia.

Un ponte per… sta lavorando per l’accoglienza dei rifugiati da mesi, senza alcun fondo pubblico italiano ma con micro finanziamenti raccolti tra mille difficoltà. È stata una scelta necessaria e doverosa per un’organizzazione che lavora soprattutto in Medio Oriente. Ed è stata una scelta rivolta alle più vulnerabili, alle donne che fuggono e sono sole. Per loro abbiamo creato un servizio di accoglienza e protezione al confine siro-giordano, insieme alla Jordanian Women Union.

Ma non basta perché ormai la parola è passata alle armi. È mentre in migliaia fuggono sono milioni i siriani intrappolati nel cuore di Damasco e nelle altre città. Migliaia di persone che, già provate da una lunghissima crisi economica, ora sono sfollate e senza assistenza. La comunità internazionale, al solito, ha scelto di sostenere le armi ed il Piano regionale di risposta all’emergenza dell’Onu ad oggi rimane finanziato solo al 30%. Nulla rispetto ai bisogni che ogni giorno emergono.

L’Italia purtroppo ha scelto di essere poco presente nella crisi umanitaria, con pochi finanziamenti al Piano Onu e l’invio di kit medici. E’ stata anche avviata la costruzione di un ospedale da campo al confine Siria-Giordania, del costo di 1,2 milioni di euro, avallando la logica dei campi di rifugiati che mal si concilia con popolazioni che da sempre sono legate da parentele e dove i confini sono stati disegnati dalla mano coloniale e non dalle persone. I primi siriani fuggiti infatti sono tutti stati accolti da amici e parenti. L’ospedale italiano peraltro è stato deciso al di fuori del piano Onu, una scelta bilaterale e fuori dai coordinamenti. Coordinamenti in cui al momento sono presenti solo due Ong italiane, mentre sarebbe importante che la testimonianza di solidarietà italiana fosse molto più ampia e coordinata anche con il Ministero degli Esteri. E che tanti attori importanti come l’Arci potessero intervenire e dare il loro contributo, come già avvenuto nella crisi libanese nel 2006.

Un ponte per… è anche particolarmente preoccupato per la sorte dei palestinesi siriani. Chi fugge non è accolto in Giordania al momento o trattenuto in campi chiusi. In Libano non sono benvenuti. Come sempre sono loro che soffrono di più dagli stravolgimenti nella regione. Ed è anche molto preoccupato di come il mosaico di civiltà siriano, simile a quello iracheno, sia a rischio.

Comunque finisca il conflitto ad oggi sono stati gettati semi di violenza e ci sarà bisogno di anni per ritrovare pace ed avviare un percorso reale di riconciliazione.

www.unponteper.it

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