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19Settembre2012 La cooperazione internazionale allo sviluppo che vogliamo

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Posizioni delle Ong sulla cooperazione pubblica allo sviluppo dell’Italia

Dal 1° marzo ad oggi

Lo scorso 1° marzo 2012, le Ong italiane, insieme al Forum del Terzo Settore ed altre organizzazioni della società civile, hanno promosso la conferenza “La cooperazione italiana dell’Italia: una risorsa da valorizzare, modernizzare, rilanciare”. Il documento di analisi e proposta presentato al Ministro della cooperazione internazionale e dell’integrazione, al Ministero degli Esteri e a rappresentanti delle forze politiche e del Parlamento è stato in questi mesi il punto di riferimento dell’azione delle Ong, sia nei lavori in preparazione del prossimo Forum nazionale della cooperazione, sia nel confronto con le forze parlamentari impegnate nell’elaborazione di una nuova legge in materia.

Questo nuovo documento, “La cooperazione internazionale che vogliamo”, riprende e attualizza il precedente, al fine di fornire elementi di approfondimento ai due importanti momenti: quello del Forum e del processo di cambiamento culturale che intende avviare per aprire maggiormente l’Italia al mondo, e quello del Parlamento che, dopo quindici anni di tentativi falliti, ha dato il segnale di voler arrivare, in questa legislatura, ad una nuova legge che possa interpretare le novità e i cambiamenti della globalizzazione. Questa versione tiene conto dei contributi espressi da esperti, forze sociali, esponenti del mondo politico e parlamentare e dell’associazionismo nel corso di un incontro pubblico promosso dall’AOI, il CINI e Link 2007 il 20 Settembre di quest’anno a Roma.

1. Un salto culturale nel mondo che cambia

Nel mondo globalizzato, con le sue opportunità, le nuove soggettività politiche ed economiche, l’avvicinamento delle frontiere ma anche la forte competizione e la lievitazione di tensioni diffuse, il nostro futuro deve guardare oltre i confini del Paese, superando la tendenza all’introversione che ha dominato questi ultimi venti anni, per valorizzare la capacità di proiezione internazionale che, con la diffusa quantità e qualità degli italiani all’estero, dovrebbe esserci connaturale, pur essendosi molto affievolita.

Oggi l’Italia deve portare il contributo della propria cultura solidale, personalista e creativa, ai grandi temi del mondo e favorire legami tra Paesi e comunità, con un rinnovato protagonismo in Europa e con una nuova ampia visione del nostro ruolo e delle nostre opportunità a livello globale. Occorre sviluppare rapporti di cooperazione veri, rispettosi, che colgano le ansie e aspirazioni della nuova comunità umana sempre più interconnessa con la globalizzazione e la rivoluzione digitale: non si può guardare a un nostro vantaggio o a un nostro interesse se non congiuntamente ai vantaggi ed interessi dei nostri interlocutori, alla nostra sicurezza se non insieme alla sicurezza degli altri, a una crescita e uno sviluppo comuni se non garantendo che non creino distruzioni e danni a nessun Paese, sia a livello economico, finanziario o ambientale. E’ un salto culturale ineludibile, imposto dai cambiamenti della globalizzazione. Senza la capacità di creare relazioni, in spirito di vera cooperazione, nella lotta alla povertà e per il bene comune, e senza un serio e deciso impegno in questo senso, diventa impossibile disegnare un’Italia moderna, con una visione aperta al proprio futuro e consapevole del proprio ruolo nella costruzione del futuro del mondo. La società ha dimostrato, in merito, molta sensibilità e apertura, riuscendo anche a legare la nuova attenzione al “chilometro zero” con l’attenzione al mondo, le relazioni sociali e le opportunità economiche dei nostri territori con quelle che superano le frontiere nazionali. Tocca ora anche alla Politica fare la propria parte, disegnando il futuro dell’Italia nel nuovo contesto internazionale.

2. La centralità della cooperazione internazionale allo sviluppo

La politica e le relazioni internazionali dell’Italia, paese che non ha obiettivi egemonici di potenza, non possono esprimersi che come rapporti di cooperazione, con ogni paese e in ogni ambito di comune interesse: politico, economico ma anche culturale, ambientale, commerciale, relativo agli investimenti, alle migrazioni, alla sicurezza ecc. La cooperazione allo sviluppo è una componente qualificante delle relazioni internazionali del nostro paese, dato che contribuisce ad incidere sulle dinamiche della globalizzazione per ridurre i problemi e le cause della povertà e degli squilibri globali, che creano tensioni e rischiano di coinvolgerci tutti. Con essa l’Italia partecipa agli sforzi coordinati della comunità internazionale per il raggiungimento degli obiettivi di riduzione della povertà e delle ingiustizie e di promozione dei diritti umani e della pace. E’ doverosa e necessaria, per dare credibilità, rilevanza e riconoscimento politico al ruolo dell’Italia nel mondo che, senza un serio impegno sui temi globali e di interesse generale per l’umanità, svanirebbe o rischierebbe di ridursi alla componente militare che ha ormai dimostrato tutti i suoi limiti e problematicità. E’ inoltre nostro interesse stabilire relazioni di cooperazione sempre più approfondite con paesi che, se adeguatamente sostenuti, potrebbero non solo accelerare il processo di emancipazione economica e sociale ormai avviato, ma anche divenire partner preziosi in processi di sviluppo a vantaggio reciproco, in un futuro non troppo lontano. Un solo esempio, tra i tanti. La nostra visione sull’Africa, che ha ormai un ritmo medio di crescita annuo del 5%, non può essere quella di solo un decennio fa, anche se grandi sono le differenze tra i paesi e ancora diffuse le sacche di povertà. L’Africa va vista come un’opportunità e deve quindi essere aiutata ad esserlo maggiormente. Coscienti, al contempo, che quel continente è anche una polveriera sociale che potrebbe esplodere, fino ai nostri paesi, se i 500 milioni di persone potenzialmente attive non riusciranno a trovarvi lavoro.

3. La realtà italiana

Molto è stato fatto negli anni, ma la cooperazione allo sviluppo non è riuscita ad acquisire un ruolo e un significato politico centrale e permanente nella politica internazionale dell’Italia. Anzi, ha finito per essere vissuta spesso in modo strumentale e subalterno ad altre finalità di politica estera, non sempre illuminate e coerenti ai fini di uno sviluppo umano e sostenibile. Si è proceduto inoltre, e non di rado, in modo scoordinato e senza una visione di insieme, che guidasse con coerenza le strategie e le scelte politiche. Insieme agli impegni non mantenuti, ciò ha reso spesso inutile o ininfluente l’azione italiana in vari paesi e nel rapporto con le istituzioni internazionali. Nonostante l’impegno e la tenacia di alcuni che hanno tentato di produrre cambiamento all’interno dell’Amministrazione, l’immagine internazionale dell’Italia, si è così logorata, fino ad essere ritenuta inaffidabile nei principali ambiti della cooperazione allo sviluppo.

Lasciamo parlare i dati. Se togliamo le erogazioni obbligatorie all’EU, a Banche e Fondi internazionali per lo sviluppo e ad Agenzie ONU, gli stanziamenti per la cooperazione “a dono” gestiti dal MAE sono passati dai 732 milioni di euro del 2008 ai 179 milioni nel 2011 e agli 86 milioni nel 2012, con una diminuzione, in soli quattro anni, dell’88%. Si tratta di un ammontare uguale a quanto destinato nel 2009 a due soli paesi, l’Afghanistan e l’Etiopia. Se da un lato si tratta di una grave sottovalutazione dell’importanza di un simile strumento di politica internazionale, dall’altro si rimane colpiti dl fatto che sia lo stesso MAE ad alimentarla. Infatti, se la cooperazione allo sviluppo rappresenta ormai solo il 10% del bilancio complessivo degli Esteri, i tagli applicati dalle recenti manovre finanziarie al ministero (-11%, pari a circa 200 milioni di euro) sono stati riversati sulla cooperazione allo sviluppo per circa il 50%. La situazione è paradossale: cinque Ong italiane, di media grandezza, gestiscono oggi più risorse per la cooperazione di quanto non faccia il Ministero degli affari esteri.

La realtà non è molto diversa se consideriamo i fondi per lo sviluppo gestiti direttamente dal MEF, circa 1,2 miliardi di euro, quando non sono superati a causa degli interessi di messa in mora per i frequenti ritardi nelle erogazioni. Essi sono destinati prevalentemente all’UE; per il resto a Banche, Fondi di sviluppo internazionali e Fondi globali con i quali l’Italia si trova quasi stabilmente in posizione debitoria, con il reale rischio di non onorare i debiti e di perdere ogni credibilità.

Mentre a livello europeo la media degli stanziamenti per lo sviluppo ha superato lo 0,4% del PIL, l’Italia è, nella realtà, al di sotto dello 0,15%. Anche le disponibilità per i crediti di aiuto ai paesi in crescita (che superano 1,2 miliardi di euro, in aumento grazie alle progressive restituzioni) incontrano difficoltà di utilizzo, trattandosi di uno strumento di lungo periodo che richiede seria programmazione e stabilità.

Tra i debiti arretrati occorre evidenziare quelli verso le Ong per le spese effettuate in progetti realizzati e rendicontati. Si sono accumulati dagli anni ’90, arrivando a ben 46 milioni di euro. Un peso enorme, che solo a partire dal dicembre 2011 è andato riducendosi, con un quarto ancora da saldare.  Quanto alla programmazione degli interventi e alle priorità geografiche, si constatano significativi discostamenti tra le decisioni assunte e le priorità programmate, a causa delle pressioni politiche o dell’uso strumentale della cooperazione ad altri fini politici.

4. La via per una cooperazione di qualità

La qualità della cooperazione allo sviluppo è una delle grandi tensioni delle Ong. Hanno partecipato al dibattito europeo ed internazionale sul tema, che ha fatto grandi passi avanti nell’ultimo decennio, grazie alle lezioni apprese e ai grandi cambiamenti della globalizzazione. Ne riprendiamo alcuni elementi essenziali che sono divenuti principi condivisi:

  • la coerenza delle politiche: indispensabile per indirizzare le scelte politiche ai fini dello sviluppo ed evitare che l’una annulli i benefici dell’altra, in una coerente visione di insieme;
  • la relazione di partenariato: vero e duraturo, nel rispetto e nell’interesse reciproco, per il bene comune e per uno sviluppo sostenibile a mutuo vantaggio;
  • l’ownership democratica: dei Paesi, comunità e soggetti partner, valorizzando la soggettività e le capacità degli attori locali, stabilendo rapporti che ne rispettino la primaria titolarità;
  • l’attenzione all’efficacia degli aiuti e dello sviluppo: perseguibile con l’attuazione dei precedenti principi, la massima integrazione delle politiche e degli strumenti, il coordinamento e la collaborazione degli attori della cooperazione, la valutazione delle azioni e dei risultati conseguiti;
  • la trasparenza: nelle finalità, il partenariato, la gestione, la valutazione e la comunicazione; e l’accountability di tutti gli attori della cooperazione, per renderne responsabilmente conto.
  • la garanzia dei finanziamenti: assicurando un graduale adeguamento degli stanziamenti annuali agli impegni internazionali assunti; evitando discontinuità nelle erogazioni, pena l’annullamento di ogni programmazione, a detrimento dell’efficacia e della qualità;
  • la professionalità: in ogni momento del processo di partenariato e di cooperazione.

5. La pluralità degli attori

Il mondo e la necessità di una pacifica convivenza hanno bisogno che si sviluppino relazioni internazionali, fatte di incontri e dialogo tra persone, comunità, organizzazioni, territori, al fine della reciproca conoscenza e di percorsi comuni in rapporti di tipo politico, sociale, culturale, per condividere e vivere il presente e costruire il comune futuro. Per i giovani, in particolare, si tratta di una sfida e di una grande opportunità, che possono assumere aprendosi al mondo e alle diversità. Si tratta infatti di un elemento essenziale per il mantenimento della pace e per l’avvio di un cammino verso istituzioni di governance globale vera. Se numerosi sono i soggetti che possono realizzare positive e proficue attività a carattere internazionale, agli attori della cooperazione allo sviluppo – siano essi soggetti pubblici, organizzazioni della società civile, espressione di comunità e realtà territoriali, imprese, università ecc. – è richiesto qualcosa di più impegnativo e vincolante, come: condividere le finalità, i principi, le modalità relazionali della cooperazione allo sviluppo, saper leggere, rispettare e valorizzare le diverse realtà, dimostrare competenze e capacità per il raggiungimento degli obiettivi, saper costruire partenariati efficaci e duraturi, interagire con gli altri attori, mettersi in discussione e accettare verifiche e valutazioni. Ciò richiede preparazione e professionalità, nelle persone e nelle realtà pubbliche e private coinvolte.

E’ importante che siano valorizzati tutti i soggetti, con la propria specificità, professionalità e capacità propositiva, per costruire una rete efficace di relazioni con i paesi partner: tra comunità, organizzazioni della società civile, territori e amministrazioni locali, imprese, enti culturali e università, enti settoriali (in sanità, educazione, sviluppo agricolo, ambiente, microcredito e microfinanza, migrazioni, diritti umani, esercizio della democrazia ecc.), entità religiose, realtà regionali, fino al livello statale e di organizzazioni regionali tra paesi. A livello italiano, si dovrà rafforzare e istituzionalizzare il modello di concertazione inter-istituzionale coinvolgente pubblico e privato, profit e non profit, nel riconoscimento e nella valorizzazione dei diversi attori della cooperazione e della loro capacità di iniziativa. Tale concertazione deve, in ogni caso, portare a risultati di efficacia e di efficienza in una vera azione di sistema e non ridursi a mera consultazione formalistica.

6. La cooperazione europea e il ruolo dell’Italia

L’Europa dovrà assumere un ruolo crescente nello sforzo di coerenza e coordinamento dell’insieme delle cooperazioni dei paesi membri. Questa è una materia che si presta, più facilmente di altre, alla piena competenza europea, con partecipazione degli Stati membri nel quadro di una divisione del lavoro concordata e delegata. L’Italia, nella fase attuale, dovrebbe:

  • essere più presente oltre che più attiva nella definizione delle politiche e delle scelte e nella realizzazione della cooperazione europea, coinvolgendo gli attori italiani, pubblici e privati, che in varie forme collaborano con le istituzioni UE: sia nel dialogo inter-istituzionale europeo che nelle attività di sviluppo e di emergenza umanitaria. Tale presenza e iniziativa deve esprimersi anche nei paesi partner, in uno stretto coordinamento con le ambasciate UE e degli Stati membri.
  • uniformarsi con determinazione alle regole e procedure adottate dalla Commissione Europea, in particolare da EuropeAid e da Echo, partecipando al loro miglioramento, in coordinamento con gli attori italiani che da anni le adottano e hanno partecipato alla loro elaborazione.
  • fare propri i principi e le linee politiche adottati a livello europeo. In particolare: il Consenso europeo sullo sviluppo (2005) e sull’aiuto umanitario (2008), il Codice di condotta sulla complementarietà e la divisione del lavoro nella cooperazione allo sviluppo (2007), la Comunicazione sulla coerenza delle politiche per lo sviluppo (2005) con i successivi rapporti biennali sulla coerenza (2007, 2009, 2011), le Raccomandazioni del Dialogo Strutturato per un’efficace partnership nello sviluppo (2011). Deve inoltre contribuire a rendere positivo e coerente il Programma per il Cambiamento, Agenda for Change (2011) e valorizzare le pratiche di Joint Programming che si stanno sviluppando;
  • divenire attore significativo nell’ambito della ‘cooperazione delegata’ dall’UE agli enti pubblici e privati ritenuti idonei.

7. Priorità per l’Italia, geografiche e settoriali

Riteniamo positivo il fatto che la cooperazione italiana abbia corretto la passata tendenza ad ampliare le proprie priorità pur sapendo di non potervi rispondere in modo efficace. Per le scelte future ci preme evidenziare in particolare cinque grandi criteri:

  • La severa corrispondenza alle finalità e agli obiettivi della cooperazione allo sviluppo e alla reale possibilità di incisività e raggiungimento dei risultati;
  • La visione geopolitica dell’Italia, le sue relazioni e la sua proiezione internazionale, considerando anche i doveri derivanti dai rapporti storici e di cooperazione consolidata, sia governativa che non governativa (in questa prospettiva, l’Africa sub sahariana e saheliana in particolare, il bacino mediterraneo ed i principali Paesi dell’immigrazione dovranno essere presi in considerazione);
  • Il coordinamento e la divisione del lavoro tra i Paesi europei – evitando duplicazioni, sovrapposizioni e rendendo più efficace l’azione comunitaria – e la partecipazione coordinata alle programmazioni nelle sedi multilaterali;
  • La risposta a situazioni di gravità umanitaria e di sostegno a Stati fragili e a processi di pace, ai quali l’Italia può dare il proprio contributo.
  • La partecipazione, nell’ambito degli sforzi europei e internazionali, alle grandi sfide epocali, quali la sovranità alimentare, l’acqua, il cambiamento climatico, le migrazioni, l’equilibrio demografico.

Un ulteriore criterio che deve rappresentare una costante nelle scelte geografiche e settoriali è quello del non spreco di risorse (come ad es. la scelta di ‘priorità’ al solo vantaggio di un protagonismo o una visibilità sterili, oppure automaticamente ripetute senza una previa valutazione dei risultati).

8. La novità del ministro della cooperazione internazionale e dell’integrazione

Le Ong hanno considerato l’istituzione del Ministro della cooperazione internazionale e dell’integrazione come un’innovazione proficua e da valorizzare perché ha ridato centralità alla cooperazione allo sviluppo, come parte integrante e qualificante della politica internazionale dell’Italia. Nella realizzazione di tale politica pubblica sono ormai coinvolti vari ministeri, istituzionalmente chiamati anche a responsabilità globali. Pensiamo all’ambiente, all’agricoltura, all’energia, alle migrazioni, alla sanità, alla cultura, allo sviluppo economico, alla sicurezza ecc. Saranno quindi sempre più frequenti i casi in cui il Presidente del Consiglio è chiamato a definire le grandi linee di politica estera e ad assicurare coerenza alle politiche dei ministeri coinvolti. Occorre quindi superare, o comunque ripensare, lo stretto legame “Politica estera – Ministero degli Affari Esteri”, che rimane indubbiamente giusto, ma non più esclusivo come nel passato.

L’istituzione del nuovo Ministro è stata certamente positiva e innovativa, anche per il collegamento delle due facce della stessa medaglia: cooperazione allo sviluppo e integrazione degli immigrati; ma non ha rappresentato quel salto necessario al cambiamento, per dare realmente alla cooperazione allo sviluppo la centralità che essa merita nelle relazioni internazionali. Le deleghe al Ministro sono state infatti molto contenute, più adatte ad un’Autority che a un ministero, e le occasioni di conflitto con gli Esteri, pur nella costante ricerca del dialogo e della collaborazione, sono state molte e non sono state superate. A ciò ha contribuito anche la totale assenza di proposte da parte del Governo per una riforma istituzionale che risponda meglio alla nuova complessità dei rapporti internazionali e degli intrecci della politica estera.

Nella Conferenza del 1° Marzo, le Ong e le rappresentanze delle organizzazioni della società civile hanno chiesto con forza che il Parlamento agisse con rapidità per affermare, anche con un nuovo testo normativo, la centralità della cooperazione allo sviluppo nell’attuale realtà internazionale e la necessità della coerenza delle politiche ai fini dello sviluppo e dell’efficacia delle iniziative. Le Ong hanno poi inviato ai parlamentari, a più riprese, le loro proposte in merito, trovando attento ascolto, anche se mediato da altri interessi e condizionamenti. Contemporaneamente, le Ong hanno attivamente partecipato ai dieci gruppi di lavoro in preparazione del Forum nazionale della cooperazione internazionale, fornendo idee e proposte e confrontando le proprie posizioni con gli altri soggetti istituzionali, pubblici e privati, interessati alla cooperazione allo sviluppo. Si tratta di un impegno che continuerà nei prossimi mesi, per indirizzarsi anche ai Partiti politici che dovranno pronunciarsi in merito nei loro programmi elettorali.

9. Una coerente ed efficace architettura istituzionale

A più riprese le Ong, dopo aver esaminato la realtà istituzionale italiana insieme alle esperienze di altri paesi Ocse, si sono espresse a favore di un’ ‘architettura istituzionale’, politica e gestionale, che assicuri maggiore coerenza, efficacia, professionalità, trasparenza e valutazione delle scelte e dei risultati. Le principali proposte riguardano:

  • La necessità di un alto riferimento politico dedicato alla cooperazione allo sviluppo. Ciò implica: 1) la nomina di un Ministro alla presidenza del Consiglio, con specifico Dipartimento e struttura operativa (opzione a nostro avviso da privilegiare) oppure di un Viceministro agli Esteri, con piena delega sull’intera materia e partecipazione al Consiglio dei Ministri;

2) l’istituzione di un Comitato interministeriale per la cooperazione allo sviluppo, per definirne gli indirizzi e la programmazione pluriennale, garantire la coerenza ai fini dello sviluppo dell’insieme delle politiche relative ai paesi partner o che possano influire su di essi, favorire il migliore coordinamento degli attori pubblici;

  • Un Fondo unico, che unifichi e dia coerenza ai capitoli di spesa per la cooperazione allo sviluppo articolati nei bilanci delle singoli amministrazioni, al fine di accordare le diverse azioni di cooperazione con gli indirizzi e le priorità definite e garantirne la massima efficacia;
  • La costituzione di un Comitato inter-istituzionale, formato da rappresentanze qualificate dei soggetti pubblici, nazionali, regionali e territoriali, e dei soggetti privati, profit e non profit, della cooperazione allo sviluppo, al fine di valorizzarne la specificità e capacità propositiva e di favorire la concertazione e l’approccio di sistema;
  • Un’Agenzia attuativa, in ogni caso, allo scopo di garantire le necessarie competenze, appropriati processi di carriera professionale, accumulo di conoscenze e valutazioni, strumenti tecnici e di controllo, un’autonomia gestionale e procedurale, pur nella severità della gestione, confacente agli impegni, tempi e obblighi internazionali.

Le Ong evidenziano inoltre due esigenze:

  • Che sia valorizzata la specificità delle organizzazioni non governative, che si sono distinte per competenza ed esperienza pluridecennale, acquisendo riconoscimenti e autorevolezza anche a livello europeo e internazionale;
  • la messa in atto di misure fiscali e normative che facilitino e favoriscano le contribuzioni alle organizzazioni non profit di cooperazione allo sviluppo, come già proposto nel documento presentato alla conferenza del 1° marzo 2012.

10. Verso una nuova legge, dopo 25 anni:  in ritardo rispetto ai grandi cambiamenti mondiali

Le ONG intendono continuare a contribuire, decisamente e unitariamente, a mettere fine ai 15 anni di tentativi falliti di riforma legislativa sulla cooperazione internazionale allo sviluppo.  Molti mesi di lavoro di comitati ristretti e commissioni parlamentari, 39 proposte di legge, varie decine di mozioni, interrogazioni, interpellanze, risoluzioni, ordini del giorno, audizioni, ripetuti convegni e conferenze stampa: per nulla.  E’ ora di chiudere definitivamente la fase della legge 49 del 1987, che ha avuto i suoi meriti ma che è ormai superata.  Lo impone la realtà, con i grandi mutamenti mondiali, nuove relazioni tra paesi, nuove soggettività politiche ed economiche; lo impone il ruolo internazionale dell’Italia e il suo posizionamento in Europa e nel mondo, in una visione proiettata al futuro e coinvolgente l’intero sistema-paese, fatta di veri partenariati di cooperazione rispettosa e paritaria, per il bene comune, la lotta alle povertà, alle intollerabili disuguaglianze ed alla sistematica violazione dei diritti umani, per uno sviluppo sostenibile a beneficio di tutti e a garanzia della pace. La precedente legge 38 del 1979 è stata riformata dopo appena otto anni, anche se il mondo non stava ancora cambiando ai ritmi attuali.

Ora, ogni ulteriore ritardo sarebbe ingiustificato e inaccettabile. Il Parlamento, anche se a pochi mesi dalla fine della legislatura, ha la possibilità di farlo, grazie all’accelerazione che i senatori hanno dato all’elaborazione di un nuovo testo di legge. A tre condizioni: 1) approvando subito in Senato, con emendamenti migliorativi, il testo unificato prodotto in questi mesi dalla Commissione Esteri; 2) recependo, nel successivo passaggio alla Camera, le proposte condivise che emergeranno dal Forum della cooperazione internazionale; 3) favorendo le opportune sinergie tra Parlamento e Governo.

11. L’orgoglio delle Ong e della società civile

Esprimiamo le nostre posizioni e proposte forti della nostra storia, della pluridecennale esperienza operativa in quasi tutti i paesi del Sud del mondo, fino all’ ‘ultimo miglio’ e nelle più gravi crisi umanitarie, avendo fatto tesoro degli errori e arricchiti dall’incontro e confronto continuo con i partner, le comunità e istituzioni locali e nazionali dai paesi in cui abbiamo operato, oltre che con le altre Ong e realtà sociali e istituzionali a livello europeo e internazionale.

Da più di 60 anni, infatti, la società civile, attraverso le espressioni del volontariato, l’organizzazione e professionalizzazione delle Ong, l’iniziativa dei territori, delle comunità e delle organizzazioni sociali, ha sviluppato rapporti di solidarietà e di cooperazione internazionale in modo continuativo, con uno sforzo innovativo e culturale basato sull’esperienza e attento ai continui mutamenti delle realtà e dei contesti operativi. Essi hanno spaziato dalle esperienze con i movimenti di liberazione anticoloniale o i movimenti missionari, al sostegno alle comunità e ai loro sforzi di crescita economica, sociale, politica, culturale e di affermazione dei diritti umani, alla costruzione di partenariati duraturi, basati sulla relazione umana, sul reciproco riconoscimento, rispetto e sull’accettazione delle diversità, al contributo di analisi, valutazione critica e proposta sia a livello italiano che internazionale, esprimendo per primi la necessità di puntare all’autosviluppo e quindi alla titolarità dei partner nei propri paesi. Si usavano termini quali “africanizzazione” ma bene esprimevano, già cinquant’anni fa, il principio oggi condiviso dell’ownership democratica.

Fu grazie all’esperienza delle organizzazioni non governative che vennero modellate le prime leggi italiane, dagli anni ’60, che hanno regolato la cooperazione allo sviluppo. Un continuo sforzo innovativo, culturale, non sempre facile, data anche la necessità di rimettere in discussione le proprie ‘certezze’, ma basato sull’esperienza vissuta, gli errori, i successi e attento ai continui mutamenti delle realtà e dei contesti operativi, fino ai grandi cambiamenti prodotti dalla globalizzazione. Un impegno culturale che ha cercato di coinvolgere scuole, associazioni, circoli, parrocchie, comunità. Anche con le istituzioni territoriali, regionali e nazionali il confronto è stato continuo e proficuo, pur se non sempre è riuscito a produrre i risultati attesi: scelte coerenti ed efficacemente corrispondenti alle finalità della cooperazione allo sviluppo, alla costruzione di rapporti paritetici, stabili e di lunga durata e all’affermazione della credibilità dell’Italia nell’ambito internazionale.

12. Per una forte iniziativa della società civile

Contiamo che le posizioni qui espresse trovino attenzione e possano essere condivise in modo ampio, al fine di dar loro maggiore forza nel prosieguo dell’iniziativa in favore di una cooperazione internazionale allo sviluppo, efficace e di qualità, che abbia centralità politica e apra l’Italia al mondo, ridandole credibilità e facendole ritrovare un riconoscibile ruolo nel contesto internazionale. Siamo convinti che il futuro del nostro paese si gioca, oltre che con l’Europa, in un’ampia dimensione di relazioni internazionali basate su partenariati e cooperazioni per uno sviluppo sostenibile e condiviso, nella lotta alla povertà, l’affermazione dei diritti umani, il consolidamento della pace.

A livello italiano, vogliamo approfondire e intensificare il dialogo con tutti gli attori della cooperazione, dalle imprese alle realtà cooperative, le organizzazioni sindacali, le rappresentanze degli immigrati, oltreché le ricche espressioni del Terzo Settore e le Amministrazioni territoriali, regionali e nazionali. La cooperazione internazionale dell’Italia, per essere efficace, richiede infatti visione, coerenza, programmazione e valutazione, ma anche coordinamento e messa a sistema, pur nel rispetto dell’autonomia dei vari attori che vi partecipano.

Milano,  Forum nazionale della cooperazione internazionale, 1 – 2  Ottobre 2012

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