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17Ottobre2012 In partenza per il Camerun. Aspettative di un cooperante

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Luca ci racconta le sue aspettative alla viglia della partenza per il Camerun.

Come prepararsi alla partenza e cosa mettere in valigia, anzi quale valigia prendere, quante magliette, calzini, quali scarpe, musica e non scordarti i libri da leggere, fondamentali per sentirsi a casa, per appartarsi in un mondo privato, fantastico, senza luogo. In partenza per un anno in un paese che non conosci, in un continente che spesso è avvolto da un alone di mistero, stereotipi e cliché, cosa prendere, cosa lasciare e gli amici da salutare. Sembra un gran casino..  Una sorta di rituale di passaggio, più o meno codificato, in cui si susseguono le solite domande su che cosa vai a fare? e che tempo farà? fino al: “ma non ci sono i pirati?!”,  “ma no, quelli sono in Somalia e poi stanno in mare, in Camerun al massimo ci stanno i pigmei!”. Poi ci sono i nipotini che ti pensano nella savana a difenderti dai leoni e invece, che delusione, devi difenderti dalle zanzare perché i leoni non ci sono e comunque sarebbero meno pericolosi. Insomma ci si sottopone ad una sfilza di torture più o meno codificate, sofisticate, dalle quali non ci si può esimere. Poi c’è la logica del fai questo, fai quello, chiudi tutto quello che appartiene alla tua vita romana (come se fosse semplice). Disdici fastweb, sospendi l’assicurazione del motorino, anzi disfati proprio del motorino, vendilo, regalalo, distruggilo, fai il visto ma per quello hai bisogno del vaccino contro la febbre gialla, che poi ti viene sul serio la febbre con il vaccino e stai due giorni distrutto mentre ti dici che dovresti fare altro: file, saluti, promesse, manco stessi partendo per l’Iraq…

E rischi anche di farti contagiare da questo tipo di pensiero, cominci a preoccuparti di che tempo farà, scopri che a Bafang (il centro abitato più prossimo al villaggio in cui vai a lavorare) piove più che in Gran Bretagna. E allora prevedi anche attrezzatura da pioggia perché in Camerun ci sono due stagioni, una in cui piove ed una in cui si aspetta che torni la pioggia. Scopri che anche tu non sai gran che del Camerun e allora cominci a cercare, a googolare, compri anche una guida allo scopo, ma non lo dire in giro altrimenti sembra che vai in vacanza e non è professionale. Poi ad un certo punto ti fermi, sei stufo, rendi conto di quanto sia concreta la realtà che ti aspetta, e realizzi che in fondo era proprio quello che volevi. Andare a conoscere. Non si tratta di andare in Camerun per portare qualcosa, tipo il progresso, la modernità (idee antiche soggiacenti la cooperazione internazionale), neppure per fare del bene (che ipocrisia). In realtà quello che ti spinge ad andare laggiù a lavorare è una sana curiosità, la voglia di conoscere e di operare insieme per realizzare qualcosa che possa essere utile. Non si tratta di concetti astratti ne di prove di coraggio, si tratta di allargare i propri confini e di abitare il mondo, di poter tornare.

Poi ci sta il lavoro e le difficoltà nel realizzarlo, e ti vengono in mente decine di scenari possibili, e tutti saranno inevitabilmente quanto di più lontano dalla realtà tu abbia mai potuto immaginare. Le relazioni istituzionali, i codici, le procedure, la contabilità. E poi i rapporti con le persone, i problemi pratici, le dinamiche di lavoro ed i significati locali. Tutto questo per il momento appare come una nebulosa dai contorni vaghi e confusi. Lunedì parto e presto saprò dipanare la matassa.

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