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20Novembre2012 La visita della delegazione afgana

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Articolo a cura di Andrea Pira

Nella primavera del 2014 l’Afghanistan andrà al voto. Nello stesso anno le truppe internazionali se ne andranno dal Paese. Garantire il regolare svolgimento delle elezioni e non lasciare gli afgani abbandonati a loro stessi sono i due obiettivi ben chiari alle reti e alle organizzazioni della società civile afgana, una cui delegazione era la scorsa settimana a Roma per continuare a tessere rapporti e approfondire la fiducia con le istituzioni e la società civile italiane.

È stata una settimana piena quella dei nove rappresentanti ospiti di Arcs e di Afgana, rete informale nata nel 2007 a Roma. L’attenzione sull’Afghanistan inizia già a scemare. Come ricordato in conferenza stampa venerdì, il rischio è che succeda quanto accaduto in Iraq, Paese di cui, una volta completato il ritiro dei militari si è praticamente smesso di parlare, salvo rare eccezioni. Gli stessi afgani ricordano bene quanto avvenne alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso con la fine dell’occupazione sovietica e negli anni Novanta con gli scontri intestini e con il Paese abbandonato per diventare base dei fondamentalismi, come ricordato da Barialay Omarzay, ex portavoce della rete di Ong afgane Ancb.

La visita nasce dalla consapevolezza che in Afghanistan esiste una cittadinanza attiva che può diventare un attore nel processo di riconciliazione nazionale.

È stata rafforzata la proposta di costruire un luogo a Kabul che rappresenti anche in modo fisico e tangibile gli sforzi di aggregare e mettere in comunicazione le anime della società civile afgana e della sua presenza politica. Progetto, assieme ad altri di formazione, di cui Arcs è capofila in consorzio con Nexus, la Ong della CGIL, Aidos e Oxfam Italia, cofinanziato dalla Direzione per la Cooperazione del Sviluppo del ministero degli Affari Esteri e che ha trovato il favore degli esponenti del Parlamento italiano che ha ricevuto la delegazione.

Sul fronte elettorale sarà invece fondamentale garantire un serio monitoraggio della prossima tornata. Questo è il pensiero che accomuna i rappresentanti sia italiani sia afgani. Un processo che non può tuttavia essere lasciato al governo di Kabul, ma dovrà essere affidato alla società civile, vigile affinché il voto sia trasparente e democratico e soprattutto sia aperto a tutte le donne, il cui diritto di andare ai seggi, specialmente nel Sud del Paese, dovrà essere tutelato.

Per finanziare anche questo intervento, il Comitato della società civile afgana e la rete italiana  Afgana hanno chiesto al ministero per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione e al ministero degli Esteri la costituzione di un fondo comune (Joint Cooperation Fund of civil society) per la società civile. Sempre per quanto riguarda il finanziamento di progetti a favore della ricostruzione e della riconciliazione la delegazione afgana ha nuovamente dato il proprio appoggio alla Campagna 30 per cento, un’iniziativa di Afgana, che per ogni euro risparmiato con il ritiro delle truppe dal Paese chiede che 30 centesimi siano rinvestiti in progetti di lotta contro la povertà e sviluppo sociale. Un progetto su cui il Parlamento italiano si è già espresso impegnando in questo senso il governo e del quale si cerca di convincere anche la società civile europea e statunitense affinché facciano altrettanto.

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