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31Gennaio2013 L’industria della carità, un gran calderone mediatico.

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Un gran calderone mediatico. Questa è l’impressione che lascia il libro L’industria della carità della giornalista Valentina Furlanetto,  da poco pubblicato per Chiarelettere. L’autrice sembra così preoccupata di giustificare ad ogni costo le sue tesi, che spesso dimentica di approfondire ciò di cui sta parlando: così nel pentolone finiscono ONG nazionali e internazionali, terzo settore, non profit, agenzie governative e organismi internazionali, spesso senza distinzione e come unico e grande agglomerato.

Nessuno nega che esistano delle storture e come Associazione delle Ong Italiane siamo i primi a denunciarle pubblicamente e ufficialmente, per tutelare le tante persone oneste – la stragrande maggioranza – che quotidianamente si adoperano con passione e dedizione al loro lavoro. Le risorse umane, sia essi volontari che cooperanti, sia impegnati in Italia che nei Paesi in via di sviluppo, sono il vero patrimonio delle Ong e, soprattutto quelli impegnati all’estero, sono i testimoni del dialogo fra Nord e Sud del mondo incarnando la funzione più specifica e cruciale di ogni ONG, che non si limita a fronteggiare le situazioni di povertà, disagio e sofferenza, ma tende ad inserirsi e ad incidere concretamente nei processi sociali e politici delle comunità e dei territori  in cui opera.

Ma, come dicevamo, quella della Furlanetto sembra più un’operazione mediatica che un’indagine vera e propria.

I tentativi di non fare di tutta l’erba un fascio, pur presenti nelle pagine del libro, si perdono tra un dato e l’altro, spesso snocciolati un po’ alla rinfusa e supportati da storie singole e decontestualizzate. Interessante la parte dedicata ai bambini, stimolante quella sui limiti della governance, molto meno quella relativa al fundraising e alla comunicazione. L’autrice sembra non considerare che le attività per realizzare le campagne globali verso istituzioni internazionali su temi fondamentali come la lotta alla povertà, l’ambiente e il clima, o la tassa sulle transazioni internazionali – svolte oramai in alleanza con le ONG e la società civile dei paesi in cui operiamo – sono sempre più essenziali nella nostra missione. E più in generale, l’autrice sottovaluta la necessità di investire risorse in comunicazione e attività di raccolta fondi, strumenti che possono garantire nel tempo una continuità del nostro operato e che  rendono le ONG libere da forme di assistenzialismo tante volte nel passato criticate.

Non abbiamo mai voluto nascondere la polvere sotto il tappeto, non lo faremo adesso, né tantomeno vogliamo tirarci indietro. Forse, però, se l’autrice avesse guardato aldilà dei numeri (confusi), si sarebbe accorta che le stesse ONG stanno portando avanti percorsi di trasparenza che hanno contribuito a costruire negli anni solidi rapporti di fiducia con i cittadini. La cultura dell’accountability – del “ dare conto” – e della trasparenza è sempre più diffusa e praticata ed è testimoniata, e garantita, dalle stesse Istituzioni: le 248 ONG per essere considerate idonee dal Ministero degli Affari Esteri a realizzare progetti nei Paesi in via di Sviluppo (o attività di educazione allo sviluppo), sono soggette ad un  severo procedimento e annualmente sono obbligate a presentare  una precisa rendicontazione alla Direzione generale per la Cooperazione allo Sviluppo del MAE. A livello di Commissione Europea, poi, chi usufruisce di fondi è sottoposto ad audit molto rigorosi che se non sono conclusi positivamente possono prevedere perfino la restituzione dei finanziamenti erogati. Per non parlare di realtà “private”, come l’Istituto Italiano della Donazione, citato dalla stessa autrice, che tanto hanno contribuito alla cultura della responsabilità e della trasparenza. Del resto, come ammette l’autrice stessa, “gli italiani hanno fiducia nelle organizzazioni non governative, ritenendole più credibili di tutti gli altri interlocutori pubblici”: forse il marcio non è poi neanche molto, ma sicuramente vende più copie.

 

A nostro avviso, i casi presentati nel libro sono esempi sporadici, e talvolta anche inesatti o quantomeno incompleti, che non sono assolutamente sufficienti a rappresentare le realtà delle ONG nel loro complesso. Gli esempi portati, cioè, non costituiscono, come accade nel giornalismo d’inchiesta, “un insieme di fatti, collegati attraverso un filo logico, nello sforzo di dimostrare una tesi, di raccontare una dinamica, un processo.” Un’inchiesta non è una notizia, o singole notizie. E’ qualcosa di più. E’ la dimostrazione di una prassi diffusa, di una tendenza, di un mal costume generalizzato.

Se l’intenzione era di rendere un servizio ai donatori, il risultato è decisamente un “volo all’incontrario”: l’eco che  può avere una pubblicazione del genere rischia di essere devastante perché contribuisce a generare diffidenza, sospetto, delusione. Sentimenti che si riverseranno sul rapporto di fiducia che esiste tra i cittadini e le organizzazioni non profit.

 

Per questi motivi, invitiamo sin d’ora l’autrice della pubblicazione a visitare un numero maggiore di organizzazioni non governative italiane, ad andare nei paesi esteri in cui siamo impegnati con i nostri progetti, a verificare il lavoro che in Italia svolgiamo nelle scuole, per i diritti dei cittadini immigrati, per l’accoglienza dei rifugiati, di venirci a trovare nelle sedi di rappresentanza per vedere come lavoriamo e come viviamo la nostra scelta, perché non abbiamo niente da nascondere e, soprattutto, perché siamo pronti ed aperti a qualsiasi critica purché giusta, fondata e costruttiva. Solo allora sarà possibile avere una visione completa per poi – si spera –  rappresentarla per quello che veramente è e per quanto essa è in grado di costruire in Italia e nel mondo.

Il Presidente Gianfranco Cattai

La Vicepresidente  Silvia Stilli

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