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06Maggio2013 Un cooperante a Bafang, la ville lumiere d’Africa…

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Contributo di Luca Ventura, cooperante in Cameroun

Bafang è un piccolo centro a quattro ore da Yaounde, tre da Douala e una  da Baffoussam, le tre città maggiori del Camerun. 1000 metri di quota in mezzo alle montagne, circa 20mila abitanti, un grosso mercato, due hotel, ben cinque stazioni di benzina, una missione cattolica con cattedrale, uno stadio di calcio (si fa per dire, ma i nostri ragazzi hanno appena vinto la coppa del Camerun!). L’elettricità salta 5 giorni su sette, di norma all’imbrunire, quando tutto il paese accende la luce. La correnteritorna verso le 9 e mezza di sera, quando tutto il mondo è andato a dormire e non restano che i grilli a farla da padroni.
La strada è una, non ti puoi sbagliare. C’è un altro piccolo tracciato di asfalto ma sarebbe lusinghiero definirlo strada.
Bafang è il regno dei moto taxi, i Benskiner, una vera e propria mafia dei trasporti, agguerritissimi e di tutte le età, una soluzione camerunese ai due maggiori problemi del paese: il traffico e la disoccupazione. I Benskiner sono proprietari di una moto, oppure l’affittano. Ti portano ovunque con 100 franchi (1 Euro sono 656 franchi), 150 la sera. Sono ovunque e ti abbordano schioccando le labbra con un sonoro bacio, oppure suonano il clacson convinti che basti attirare la tua attenzione per farti decidere che: “si, ho proprio bisogno di un taxi!” All’inizio ti senti un po’una prostituta, poi capisci che se cammini contromano nessuno prova a rimorchiarti. Ovviamente quando sei tu a cercarli loro non ci sono.
Bafang è anche molto di più, ma appena lasci l’asse principale sei in un villaggio africano, tetti di lamiera case fatte con mattoni di terra, fuochi per cucinare e fumi terribili di rifiuti in fiamme. Ah, ovviamente non esistono ne i cassonetti ne la nettezza urbana e io non ho il coraggio di domandare ai vicini che fine faccia la mia spazzatura ogni volta che la lascio in cortile, alla fine delle scale. Per limitare al massimo  gli sprechi conservo le bottiglie, i tappi e la plastica in generale, ma ormai non ho più spazio in cucina e dovrò trovare un compromesso, almeno con la mia coscienza. D’altronde l’idea stessa di riciclo, di smaltimento di rifiuti, è un concetto astratto come lo sono i concetti gramsciani di cultura egemone e cultura subalterna.
Il mio vicinato consta nell’ordine: del centrocampista centrale dell’Unisport di Bafang, giocatore di belle speranze (almeno le sue), che beve birra e sogna l’Europa che conta; due giapponesi molto simpatiche ma che hanno orari incompatibili con i miei; una famiglia allargatissima all’africana con una schiera di ragazze/i, bambine/i, una donnona che tutti chiamano Mamà Marie, ma che immagino sia più una nonna o una bisnonna, ed una serie di personaggi che ruotano attorno alla famiglia, non oso approfondire.
Quando mi affaccio al balcone attiro l’attenzione dei bambini che scorrazzano in strada, li vedo che si scambiano gomitate e mi indicano col mento, increduli. Altre volte, camminando per strada mi urlano “le blanc!”, oppure “le chinois”, denotando una certa confusione etnica tra il bianco europeo e il bianco cinese. Altre volte semplicemente mi si rivolgono in giapponese… “konichiwa”. Colpa dalle volontarie nipponiche, mi dico.
Quando vado a correre intorno allo stadio i bambini mi inseguono, come fossi Rocky il gran campion. Sono buffi e mi salutano in tutte le lingue: bonsoire, awaiu (how are you) e, immancabilmente, konichiwa. Continuano finchè non rispondo, anche se sono spompato.
A Bafang c’è un cabaret: il Prestige. La solita band si esibisce il venerdì e il sabato. Devo dire che musicalmente non sono male, soprattutto il chitarrista. Il problema è l’amplificazione, è una questione culturale credo. In questo continente la musica deve essere assordante, soprattutto se l’impianto fa schifo e le casse sferragliano. Difficile da frequentare.
A bafang ci sono anche un milione di mestieri: venditore di trappole per topi, rigattiere, farmacista tradizionale, motociclista, riciclatore-di-copertoni-d’auto-per-fare-oggetti-in-gomma, carrettiere, e una miriade di altri ancora più eventuali. Insomma a Bafang, in definitiva ci sta tutto e non si sta poi così male.
Per chi avesse voglia di sapere anche del progetto bisognerà che si accontenti di qualche notizia sintetica. Sto preparando un resoconto più dettagliato ma esce sempre fuori una cosa noiosissima. E poi a me la newsletter serve per svagarmi un po’, per non pensare al lavoro, di cui mi sento, lo confesso, un po’ ostaggio.
Il villaggio si chiama Bankondji e dista una decina di chilometri da Bafang. Già da ottobre abbiamo cominciato a incontrare la popolazione, a definire i gruppi target del progetto ed a stabilire una strategia di sensibilizzazione. Ci siamo resi conto delle difficoltà che esistono nel processo partecipativo.
Abbiamo constatato lo stato reale dell’impianto idrico da riabilitare (abbastanza disastroso), abbiamo contattato le imprese locali e aspettiamo di avere dei preventivi per metterci al lavoro.
Nel frattempo abbiamo rimesso in funzione un pozzo meccanico per mettere a disposizione una prima fonte di acqua potabile e per fare uno studio di caso sulle difficoltà che si presume esisteranno a livello di gestione generale dell’acqua.
Abbiamo fatto ricerche negli archivi ministeriali trovando mucchi di polvere e documenti più o meno utili, smangiucchiati dai roditori. Stiamo mettendo in piedi una rete di possibili partners, ong, organizzazioni che abbiano avuto esperienze simili.
Insomma, ci stiamo insediando. Tanta fatica, pochi risultati per il momento. Poco a poco però la gente impara a conoscerci, prende confidenza e comincia a partecipare al progetto. Ci si rende conto di piccoli cambiamenti, quasi impercettibili. La partecipazione comincia a dare i suoi frutti e il progetto da entità astratta che era comincia a sembrare concreto anche ai più scettici. Non è facile cambiare gli usi radicati nella tradizione e nella consuetudine, la popolazione continua a bere acqua non potabile, attingendo ai torrenti stagionali. Le sorgenti sono spesso inquinate dai diserbanti usati nell’agricoltura e dall’assenza di un sistema fognario.
In ogni caso siamo solo all’inizio, con l’acqua arriveranno anche la partecipazione e l’entusiasmo che per ora sono solo accennati. Ce lo aspettavamo, dopotutto la popolazione del villaggio di Bankondji è prevalentemente rurale, scarsamente aperta verso l’esterno. “Da qualche anno abbiamo ottenuto la corrente elettrica” mi dice uno di loro, “…all’inizio in pochi erano convinti che servisse a qualcosa, mentre ora nessuno può restare senza e tutti si lamentano dei black-out”. Io ci credo.

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