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13Luglio2014 Se demolissero la tua casa?

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Un bambino gazawi tra le macerie di una casa. Sorride e fa volare in aria un palloncino rosso. La foto è dirompente in giorni di selvaggia violenza contro un popolo chiuso in una prigione. La conta dei morti, i loro nomi, le loro età, è un calvario. La conta delle case distrutte, degli ospedali colpiti, delle piazze frantumate. Al di là delle analisi politiche e le – disumane – ragioni di Stato, quello che dovrebbe bucare lo schermo dei media internazionali e il “doppiopesismo” delle opinioni pubbliche mondiali sono le case in macerie.

Provate a mettervi nei panni del bambino della foto. Io mi ci metto e mi perdo. Se fosse la mia casa ad essere demolita? Penso a quando avevo dieci anni, penso alla casa dove sono cresciuta. Un giorno all’alba, o peggio, di notte, un sibilo fischia sopra la mia testa, un razzo di avvertimento. So di avere pochi minuti, forse solo uno per uscire. Prenderei qualcosa? Un libro? La fotografia sul comodino? Una coperta? O correrei solo fuori, verso un riparo che non c’è?

Sono fuori. Sono salva, ma la mia casa non c’è più. Perché l’ha deciso un governo che mi punisce perché sono “diverso”, sono il pericolo, sono il nemico. Poi immagino le macerie e il drone che se ne va. Camminerei in mezzo alle macerie, magari per cercare qualcosa che si è salvato dall’arroganza sanguinaria della distruzione.

Ho sempre pensato alla mia casa come il posto più sicuro al mondo. Un’alcova, l’ancora, la sicurezza. Alla mia cameretta come un luogo solo mio, dove rinchiudermi per leggere, pensare, isolarmi. Al mio salotto, il posto dove accogli gli amici, guardi la tv o fai a pugni con tua sorella per futili motivi. La cucina, il luogo dei buoni odori e dell’attesa del pranzo di tua madre. La casa a Natale, durante le feste, nel caldo asfissiante dell’estate. La casa dove ti rinchiudevano per una settimana in punizione perché avevi combinato qualche guaio.

Perdere la propria casa significa perdere la propria sicurezza. I bambini di Gaza questa sicurezza non l’hanno mai avuta, cresciuti tra Piombo Fuso e Barriera Protettiva. Nel silenzio arrogante del mondo, le giustificazioni ingiustificabili, gli equilibri di potere. La polveriera mediorientale, la chiamano. È la polveriera causata dal progetto sionista il cui obiettivo ultimo è massimizzare la popolazione palestinese in spazi minimi, controllati da Israele, senza continuità territoriale, identità nazionale e diritti.

13 luglio 2014
Chiara Cruciati
Caporedattrice di Nena News

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