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08Agosto2014 Contraddizioni e sentimenti di una vita a Gerusalemme

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di Alessandra Magda, volontaria in Palestina nell’ambito del Servizio Civile Nazionale all’Estero

Gerusalemme, soprattutto la città vecchia, è una città che toglie il fiato. Le campane delle chiese si alternano al richiamo alla preghiera dei muezzin musulmani, la spiritualità di questa città sacra si mescola con la vivacità delle stradine del souq arabo, piene di gente. Solo quando cominci a viverci per un po’, capisci che c’ è dell’altro, vedi le contraddizioni profonde che segnano questa città.

Mi ricordo ancora la prima colazione all’interno di una famiglia palestinese. Il figlio diciassettenne usci’ per comprare i falafel, ma poco dopo ci telefonò dicendo che sarebbe potuto rientrare solo una mezz’ora più tardi: l’esercito israeliano aveva bloccato l’ingresso alla città vecchia ai palestinesi per un po’. Sul momento, l’accaduto mi sorprese, con il tempo ho capito che costituisce normale routine nella vita dei palestinesi di questa città.

Gerusalemme è stata dichiarata dall’ONU città sotto il controllo internazionale, ma nel corso degli anni la situazione si è assestata con una parte della città sotto il controllo giordano (Gerusalemme Est) e un’altra sotto il controllo israeliano (Gerusalemme Ovest). Nel ’67, però, Israele si è impadronita illegalmente di tutta la città e, da allora, porta avanti un progetto che mira a stabilire la supremazia israeliana sull’intera città, attraverso diversi sistemi: la costruzione del muro; l’espropriazione di terre e la demolizione di case; la revoca della residenza ai cittadini palestinesi con ogni possibile pretesto; una sproporzione evidente dei servizi forniti dallo stato tra Gerusalemme Est ed Ovest.

Così Gerusalemme si è trovata ad essere una città isolata dal resto della Palestina e stremata dal confronto continuo con il sistema di occupazione, realtà che si è dovuta confrontare con un mese di Ramadan terribile: dapprima la morte di Mohammed Abu Khdeir, il giovane palestinese rapito e bruciato vivo da estremisti israeliani, poi le notizie dei rastrellamenti in Cisgiordania e soprattutto dei bombardamenti e delle vittime a Gaza.

Da una parte, si è diffuso tra la popolazione il senso di frustrazione per il fatto di assistere impotenti alla strage in corso a Gaza, dall’altra le mobilitazioni hanno raggiunto numeri senza precedenti. Esemplari sono stati il funerale di Mohammed, che ha visto la partecipazione di migliaia di persone, e la marcia di protesta realizzata la notte tra il 24 e il 25 luglio, durante la quale 20 mila persone sono partite da Ramallah con l’intento di raggiungere Gerusalemme, per essere poi bloccate dall’esercito israeliano al check point di Qalandya.

Le reazioni dell’esercito sono state dure: scontri quasi quotidiani; 295 gerusalemiti arrestati, soprattutto giovanissimi; un liquido dall’odore insopportabile sparato contro i manifestanti che ha impregnato la città per giorni; la chiusura della moschea Al-Aqsa quasi tutti i giorni del mese di Ramadan, che ha impedito ai fedeli di pregare.

Ma anche uno sciopero generale il 21 luglio ha totalmente bloccato Gerusalemme, con il coinvolgimento dell’intera Cisgiordania e dei palestinesi che vivono nei territori israeliani. Lo sciopero, le manifestazioni, il boicottaggio dei negozi e delle marche israeliane hanno visto per la prima volta dopo molto tempo l’unione di tutti i palestinesi.

Il mese di Ramadan è ora terminato, si è concluso con una festa dell’eid caratterizzata da un silenzio irreale e una calma spettrale. Poche persone per strada, molte con addosso una maglietta con scritto: “Kullena Ghaza. Ay ‘eid wkul lahza shahid”, “Siamo tutti Gaza. Ecco l’eid e ogni momento un martire”.

E’ del 4 agosto la notizia di un palestinese che con una ruspa ha tentato di ribaltare un autobus israeliano e di un altro che, poco dopo, ha sparato e ferito una guardia israeliana in due punti differenti della città. Oltre alla grinta, all’impotenza, la rabbia: un fulcro di sentimenti contrastanti ed intensi è quello che sta vivendo Gerusalemme in questo momento.  Un grido di rabbia che va ascoltato, un palpito di vita che non va represso, il bisogno di resistere ed esistere delle persone che vivono a Gerusalemme che ora più che mai ci chiede giustizia in questa città e in questo paese.

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