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09Ottobre2014 Sabir, per raccontare un’altra Lampedusa

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flash-mob-lampedusadi Filippo Miraglia, vicepresidente nazionale Arci

Il Festival Sabir, che si è svolto a Lampedusa dal l’1 al 5 ottobre, ha innanzitutto provato a rendere protagonisti gli abitanti dell’isola.

L’Arci, il Comune, e in particolare la sindaca Nicolini, il Comitato 3 Ottobre, promotori dell’iniziativa, sono partiti dalla comunità locale, dalle persone che in questi anni si sono sentite schiacciate tra le stragi, con il loro carico di angoscia, e la retorica dell’invasione.

Più di mille persone sono arrivate sull’isola per rendere omaggio a una comunità che è diventata ormai un simbolo, sia a livello nazionale che internazionale.

Il Festival è stato anche immaginato come una forma di risarcimento da parte di chi pensa  che le politiche governative, nazionali ed europee, hanno prodotto solo conseguenze negative per l’immagine dell’isola e per quella dei migranti che vi sono stati ospitati.

Ne è stata fatta una rappresentazione che è servita ad alimentare discriminazione e razzismo, di cui si sono servite alcune forze politiche – non solo la Lega – per accrescere il proprio consenso elettorale.  Con Sabir abbiamo voluto fornire una lettura diversa di Lampedusa e dei suoi cittadini.

Abbiamo poi cercato,  per quel che potevamo con questa prima edizione, di dare un contributo  all’economia locale, con un appuntamento internazionale che ha aumentato le presenze sull’isola  in un periodo di bassa stagione.

Allo stesso tempo abbiamo voluto dare la parola ai lampedusani, grazie soprattutto ai laboratori promossi da Ascanio Celestini, con il contributo dei Cantieri Meticci di Pietro Floridia. Le loro parole, il racconto della loro vita sull’isola, è stato raccolto in video che sono stati proiettati sui muri della cittadina durante il Festival e rilanciati i rete.  Ne emerge una versione assai diversa da quella fornita dai pochi contestatori politici dell’amministrazione comunale, che tanto spazio hanno avuto sulla stampa.

I cittadini non sono preoccupati né dagli arrivi dei migranti, né dalla presenza sull’isola del  centro di accoglienza e soccorso, quanto piuttosto dai problemi pratici relativi alla mancanza di un presidio ospedaliero, dalla scuola da ristrutturare, dal sistema fognario insufficiente, insomma dalle problematiche legate a un luogo ancora considerato ‘periferia’ d’Italia e d’Europa. Una periferia che giustamente chiede risposte concrete alla politica e non promesse.

Siamo quindi particolarmente soddisfatti  di essere riusciti per la prima volta a far emergere quel che è Lampedusa attraverso le voci dei lampedusani. Certo un’immagine non omogenea, a tratti contraddittoria, ma reale, non costruita a tavolino.

Così come siamo soddisfatti di aver aperto con loro un dialogo diretto, attraverso le tante iniziative culturali,  il teatro, la musica. Chi ha assistito, per esempio, al concerto della Mannoia, può testimoniare  quanto sia stato apprezzato dagli abitanti il messaggio di solidarietà e responsabilità che l’artista ha portato sull’isola.

Sabir è stato poi il tentativo, riuscito, di rendere l’isola un luogo di intreccio e convergenza di battaglie politico culturali comuni a tanti movimenti e reti internazionali che animano le società

intorno al mediterraneo. La costruzione di una rete di realtà territoriali e nazionali che svolga quell’importante azione di diplomazia dal basso necessaria  per ridare dignità e senso alla politica, per perseguire gli interessi dei popoli e non dei governi.

Il 3 ottobre i sopravvissuti e i parenti delle vittime hanno preso la parola davanti alle massime istituzioni dell’UE e del mediterraneo e, come noi, hanno chiesto risposte concrete.

La proposta che abbiamo lanciato in quella sede è semplice e percorribile: l’UE sostenga il governo italiano nel portare avanti l’operazione Mare Nostrum, che tante vite ha salvato. Contemporaneamente, per non essere costretti ad aggirare l’ingiusto regolamento Dublino, si attivi la Direttiva europea sulla protezione temporanea, consentendo la circolazione dei rifugiati e un’equa ripartizione degli arrivi.

La coalizione sociale che ha contribuito alla riuscita di Sabir continuerà a lavorare nei prossimi giorni anche per questi obbiettivi.

Sarebbe davvero una prima importante risposta alle richieste  fatte  dai parenti delle vittime della strage del 3 ottobre alla comunità internazionale.
Arcireport numero 32, 9 ottobre 2014 

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