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02Dicembre2014 AAA: più coerenza tra cooperazione e commercio cercasi

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stop_ttip_copertinadi Monica Di Sisto*

Per un Paese come l’Italia, da anni in lotta con la quantità e la qualità dei propri fondi pubblici da dedicare alla cooperazione internazionale, la Coerenza delle Politiche (Policy Coherence for Development, d’ora in avanti PCD), cioè il non azzeramento dell’azione di solidarietà internazionale a causa delle altre iniziative politiche locali, nazionali e oltre, dovrebbe essere avvertito più che come una virtù come una necessità. L’Unione europea, nel suo Rapporto 2013 sul tema, avverte che nonostante tutti gli sforzi fatti a livello degli Stati membri e dell’OCSE, la principale sfida per l’Europa stessa rimane quella di trovare degli obiettivi condivisi, dei target, degli indicatori di risultato, dei livelli minimi da rispettare e dei modi per misurare u costi dell’incoerenza per tradurre gli impegni pubblici in dati tangibili dimostrando, così, il valore aggiunto della PCD stessa. [i] La rete europea di Ong Concord, per di più, commentando questo auspicio, nella sua recente indagine sulle azioni effettivamente introdotte dai Paesi europei per monitorare la loro coerenza tra sviluppo e altre politiche, ha sottolineato che è vero che l’Europa è l’unica regione del mondo che ha obbligato se stessa a ragionare e a darsi regole vincolanti sulla coerenza, ma non è in corso alcun processo politico che si basi sulla costatazione di un’incoerenza delle politiche da questa prospettiva, e nessuna modalità istituzionalizzata di forzare una revisione delle politiche incoerenti. Secondo Concord, infatti, tra il 2009 e il 2013 solo il 19% delle 177 valutazioni d’impatto rilevanti condotte o commissionate dalla Commissione europea con una potenziale rilevanza per i Paesi in via di sviluppo[ii], prevedeva degli indicatori in qualche modo riconducibili a problematiche di sviluppo, dato che Concord valuta assolutamente “insoddisfacente”. Un dato che dal 2009 al 2011 scendeva a 77 valutazioni rilevanti dal punto di vista dello sviluppo, di cui solo 7 – e cioè il 9%, valutava o menzionava impatti possibili sui Paesi in via di sviluppo. Dall’introduzione delle nuove Linee guida per le valutazioni nel 2011, siamo arrivati a 33 casi di valutazioni su 177 che hanno un qualche riferimento esplicito all’impatto delle iniziative esaminate sulle condizioni sociali, ambientali, generali nei Paesi Partner. Ma è ancora troppo poco

E’ per questo che nell’ambito delle attività promosse da Concord Italia in occasione del Semestre italiano di presidenza dell’Ue, all’interno del progetto More and Better Europe, Arcs ha organizzato a Roma il 3 dicembre, presso la sala delle Mappe dell’Organizzazione internazionale del lavoro, in collaborazione con il Dipartimento Politiche Globali della Cgil il seminario “Quale commercio per quale sviluppo ? La coerenza delle politiche: una sfida per l’UE e per l’Italia”, che, alla presenza, tra gli altri, del vice ministro allo Sviluppo Economico Carlo Calenda, della segretaria generale del Coordinamento internazionale dei sindacati dei servizi (Psi) Rosa Pavanelli, dell’europarlamentare in commissione Inta Eleonora Forenza, del segretario Generale del Movimento Consumatori Alessandro Mostaccio, del Presidente della Confederazione Italiana Agricoltori Secondo Scanavino, del Direttore dell’Organizzazione internazionale del Lavoro Luigi Cal, e dell’esperta di Commercio internazionale dell’Arab NGO Network for Development Kinda Mohamadieh, parte dal caso emblematico del commercio per esplorare le possibilità di maggiore coerenza tra politiche commerciali e di cooperazione del nostro Paese e dell’Europa tutta.

Avendo previsto come Sistema Italia della Cooperazione l’implementazione di un Piano Nazionale per la Coerenza delle Politiche proprio a seguito della Riforma della Cooperazione, da poco approvata, il seminario, in coerenza con quanto proposto dalle ONG e dalla società civile a livello europeo ha voluto accendere i riflettori su una delle aree meno esplorate della coerenza delle politiche tra azioni di cooperazione e di proiezione estera delle nostre imprese all’interno del grande capitolo del Commercio estero. Guardando, infatti, all’area del Mediterraneo, scopriamo infatti che “More for more” è lo slogan della Commissione europea nelle politiche di prossimità (Europe’s Neighbourhood Policy – ENP) con i Paesi della Primavera araba. Archiviata ogni retorica egualitaria o di cooperazione “for free”, la Commissione esplicita la politica delle condizionalità introducendo l’idea che più aiuti e strumenti verranno garantiti a quei partners che mostreranno maggior impegno “democratico”. Il commercio, si riconosce, ha sempre rappresentato l’ossatura dell’Enp, e in questo caso la condizionalità socio-ambientale potrebbe determinare un balzo in avanti nelle giovani democrazie della sponda Sud. Si chiede di liberalizzare però al massimo grado gli investimenti (imponendo a livello bilaterale le cosiddette Singapore issues respinte in sede Wto per il loro pericoloso impatto sulla stabilità dei mercati) anche se si precisa di focalizzarli, a partire dalla Banca europea degli investimenti (European Investments Bank – EIB), sulle piccole e medie imprese (SMEs) locali. Esse, tuttavia, sono informali fino al 70%, e quindi andrebbero prioritariamente accompagnate alla legalizzazione, perché possano accedere ai finanziamenti.

Al momento, inoltre, nessuna condizionalità socio-ambientale è presente nei testi attualmente in negoziato. Egitto, Giordania, Marocco e Tunisia sono già membri della WTO e dunque hanno già garantito a livello multilaterale l’avvio di politiche di liberalizzazione e tra questo livello e quello bilaterale sono già attivi sistemi di abbattimento di dazi e tariffe in ambito agricolo, dei prodotti della pesca, dei servizi, oltre a sistemi di risposta alle dispute commerciali, alle richieste di conformità ed accettazione agli standard industriali, più in generale alle barriere non commerciali agli scambi come le misure fitosanitarie e sanitarie. Ci chiediamo, a questo proposito, anche in considerazione della crisi alimentare in atto: sarebbero in grado di reggere l’impatto della concorrenza delle ben più strutturate imprese Ue in caso di ulteriore smantellamento dei regimi tariffari esistenti, soprattutto rispetto ai mercati agricoli e dei prodotti industriali?

Ma c’è di più: l’Europa sta negoziando anche per conto del nostro Paese un grande accordo di liberalizzazione commerciale e delle regole di qualità, produzione e protezione sociale, ambientale e sanitaria con gli Stati Uniti. Un accordo, la Transatlantic Trade and Investment Partnership o TTIP[iii] rispetto al quale, ha affermato di recente proprio la Cgil in un proprio documento di posizione, “ne’ la Commissione Europea e il governo italiano hanno finora fornito alcuna esauriente previsione sull’impatto sui posti di lavoro, per Paesi, regioni e settori. La propaganda che vorrebbe gli accordi commerciali come una soluzione vincente per tutti (win – win) continua a non tenere conto della realtà verificatasi nei numerosi accordi già siglati: ci sono settori in cui si guadagna e settori in cui si perde e per l’Italia la concentrazione dell’occupazione in piccole e piccolissime imprese non lascia prefigurare buoni risultati in una presunta crescita trainata dall’esportazione, che riguarda, oggi, un numero limitato di mediograndi imprese”. La coerenza, a questo punto, non è più una virtù ma una necessità anche per il nostro Paese.

 

* Monica Di Sisto, vicepresidente Fairwatch, coordinatrice PCD per ARCS/Concord Italia nel progetto More and Better Europe

 

[i]Commission Staff working document, EU 2013 Report on Policy Coherence for Development (Brussels, 31.10.2013 – SWD(2013) 456 final), p. 11

[ii] P. 9 e 11 ) www.concorddanmark.dk/?type=page&id=448&itemid=1919

[iii] Per saperne di più stop-ttip-italia.net

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