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17Novembre2015 Società civile siriana resiste all’Isis – @SiriaLibano

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di Lorenzo Trombetta per SiriaLibano

Il sapone bianco, l’acqua fredda e la vasca di plastica blu ricordano a Nizar quando da piccolo, con i suoi tre amici Zafer, Muhammad e Ahmad, si tuffavano nel fiume sotto casa e nuotavano fino al punto in cui le donne, tra cui sua mamma, lavavano i panni sporchi in quelle stesse vasche di plastica blu.

Nizar vive ora da solo, col fratello più grande, sulla stessa casa sulla riva del fiume. L’Eufrate è sempre stato lì. Ed è per lui una delle poche certezze a cui aggrapparsi in questa lunga notte buia siriana.

Persino il ponte sospeso, simbolo della sua città Dayr az Zawr, non c’è più. E’ stato distrutto dai bombardamenti della guerra. E nell’acqua marrone si tuffano ora immobili i pilastri arrugginiti e i cavi di acciaio.

Nizar insapona le mutande e i calzini dei suoi tre amici Zafer, Muhammad e Ahmad. Sciacqua i panni nella vasca blu posta in cucina. L’acqua e fredda e le mani sono rosse. Ma è contento, più di altri giorni. E’ riuscito a convincere i suoi tre amici a restare a dormire da lui stanotte.

Non torneranno alla base dello Stato islamico, l’organizzazione radicale che nel corso di pochi mesi è riuscita a conquistare Dayr az Zawr e ampie regioni della Siria e dell’Iraq.

Nizar, Zafer, Muhammad e Ahmad sono cresciuti assieme. Erano nella stessa classe e i pomeriggi giocavano sempre assieme. Non andavano solo al fiume ma si nascondevano nelle capanne sull’altra riva dell’Eufrate e fumavano di nascosto. Le sere d’estate, quando erano ormai grandi, si sedevano fuori la capanna e passavano la notte a fumare e a inventare storie di incontri segreti con le donne divorziate di Dayr.

Quando i jihadisti dello Stato islamico sono entrati in città, non hanno impiegato molto tempo a imporre la loro autorità. Con le armi, con un po’ di soldi e servizi, e con la parola.

Uno dopo l’altro Zafer, Muhammad e Ahmad hanno scelto lo Stato islamico. Non solo per uno stipendio a fine mese e una nuova posizione sociale in città, ma anche per colmare un vuoto interno che da troppo tempo ha riempito ogni angolo delle loro giornate.

Più di Nizar hanno sofferto le delusioni per una rivolta popolare che sul terreno, dopo almeno due anni, non è riuscita a dare speranze. Nizar si è aggrappato alle storie che la nonna gli raccontava da piccolo. E ai libri che sono sempre passati per le mensole della casa.

Aveva rincontrato Zafer e Ahmad a un posto di blocco. Assieme ad altri jihadisti più anziani avevano fermato l’auto sulla quale viaggiava. Aveva sorriso loro da dietro il finestrino. E loro avevano ricambiato il sorriso, timidamente. L’ufficiale aveva grugnito. Zafer e Ahmad erano tornati seri. Nizar si era allontanato a bordo della vettura evitando di fissarli troppo.

Era almeno due anni che Nizar non li aveva più visti. Partecipavano assieme alle manifestazioni del venerdì. Poi erano spariti. Temeva che fossero stati arrestati. Ahmad e Muhammad erano in effetti finiti in carcere. Poi Nizar avrebbe saputo che erano stati torturati a lungo dagli uomini della sicurezza politica.

Liberati dai miliziani che avevano conquistato quella parte della città, Ahmad e Muhammad erano tornati a casa. I genitori volevano che lasciassero la città con loro. In prigione avevano però conosciuto un jihadista che aveva combattuto in Iraq e che gli aveva promesso una nuova vita, in un vero stato islamico.

Per Zafer non fu difficile unirsi all’idea. Al posto dei jeans indossarono pantaloni corti sopra le caviglie. Si fecero crescere la barba senza i baffi e si presentarono così all’ingresso dell’ufficio di reclutamento aperto intanto alla periferia di Dayr dall’avanguardia dello Stato islamico. Erano dentro. Per diventare veramente qualcuno.

Nizar sapeva adesso dove li avrebbe trovati. Quella sera era tornato al tramonto al posto di blocco. Aveva atteso che l’ufficiale non fosse con loro per avvicinarli sul ciglio della strada e invitarli a casa sua. “Ci raccontiamo un po’ di cose. Mi mancate”. Impauriti, con frasi di circostanza chiusero la conversazione.

Per Nizar era cominciata la sfida: riportare a casa Zafer, Muhammad e Ahmad. Una sera riuscì a strappare loro la promessa che il giorno dopo sarebbero passati a salutarlo a casa. Passarono un’ora a ricordare i bei tempi sulla riva del fiume o all’ombra della capanna. Poi, l’austerità della nuova vita. La morte. Il sangue. Il vero islam. Il bene e il male. Il martirio.

Nizar non si era fatto illusioni. Sapeva che avrebbe dovuto lottare contro un gigante. Durante il secondo incontro propose loro di leggere e salmodiare assieme il Corano. Come lo avevano imparato nella moschea del loro quartiere. Passarono quasi tutto il tempo a imitare lo shaykh che ora chissà dove era sparito.

Rimasero in silenzio. Con la schiena appoggiata al muro fissavano le resistenze della stufa elettrica farsi incandescenti, arancioni. Nizar ripose il libro sacro alla sua destra, si alzò e fece le abluzioni rituali. Lo seguirono. Si inginocchiò per pregare. Si unirono a lui.

Si salutarono, con un abbraccio forte, da fratelli. E si dettero appuntamento al giorno dopo. Erano riusciti a convincere l’ufficiale che era utile farsi sostituire al posto di blocco e andare a ispezionare alcune case nel quartiere.

Così passavano il tempo con Nizar. Parlavano dello Stato islamico e della situazione in Siria. Degli sciiti uccisi dall’altra parte del fiume. E di quanto Dayr sia diventata una città di fantasmi. Discutevano. Nizar li lasciava parlare. Pregava con loro.

Un giorno, dopo la preghiera, tirò fuori dai pantaloni un pacchetto di sigarette. Ne accese una. Lo guardarono con sorpresa. Accettarono di fumare con lui. Si rilassarono. Non dissero nulla. Si salutarono quella sera con il fumo ancora in bocca.

La boccata più profonda Nizar l’ha presa pochi giorni fa. Quando Zafer, Muhammad e Ahmad lo hanno chiamato dal confine turco. Prima Muhammad e Ahmad, e poi Zafer, sono riusciti a lasciare la caserma dello Stato islamico e a fuggire in Turchia. Hanno attraversato il fiume in barca. Hanno superato decine di posti di blocco. “Andiamo a Raqqa” – la capitale siriana dello Stato islamico – è stato il loro lasciapassare.

Da Raqqa hanno camminato di notte verso ovest. Hanno attraversato il fiume, il loro fiume, forse per l’ultima volta. Hanno superato il confine dello Stato islamico e hanno puntato verso nord, verso la frontiera turca. Hanno chiesto a un siriano dall’altra parte del mondo di poter fare una telefonata dal suo cellulare. “Nizar! siamo noi!”. (SiriaLibano, 15 Novembre 2015).

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