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19Novembre2015 L’UE costringe i suoi vicini a farsi carico della sua politica di non accoglienza

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da arci.it

Summit euro-africano de La Valletta

A solo qualche settimana dall’ondata di emozione suscitata dalla foto del cadavere del piccolo Aylan Kurdi, le maschere sono cadute. Dai summit ministeriali straordinari, ai piani d’azione e altri testi della Commissione, l’UE ha riaffermato le sue priorità in materia di controllo delle frontiere, sub-appalto della gestione migratoria ai paesi limitrofi e dissuasione delle migrazioni:

–  con gli hotspots la detenzione degli stranieri si generalizza, anche per i richiedenti asilo. Gli Stati europei sarebbero pronti ad accogliere una (piccola) parte dei richiedenti asilo, ma a condizione che le garanzie procedurali siano messe da parte. Gli hotspots sono finalizzati a rafforzare il ‘tasso di rimpatrio’ dei profughi considerati non degni del ricollocamento;

–  la volontà di subappaltare il controllo delle frontiere, ma anche l’accoglienza dei richiedenti asilo, agli Stati vicini dell’UE è riaffermata. Hollande ha dichiarato «è in Turchia che i rifugiati devono, per quanto possibile, essere accolti». Stessa linea per la Commissione e la maggioranza degli Stati membri, malgrado siano oltre due milioni i siriani già rifugiati in quel paese;

– si è aperta una nuova tappa della militarizzazione dei controlli migratori. In nome della lotta contro gli scafisti si sconfina in una vera e propria guerra ai migranti. Le navi militari dell’operazione EUNavforMed possono effettuare ispezioni in alto mare e se l’ONU darà il suo assenso queste intercettazioni potranno essere condotte nelle acque territoriali libiche.

Con il rafforzamento dell’agenzia Frontex, l’UE si organizza per rendere il suo territorio inaccessibile e vorrebbe completare le misure di chiusura con il rimpatrio forzato di tutti coloro che riescono a raggiungere la Grecia o l’Italia.

Per raggiungere questi obiettivi, gli Stati membri e l’UE sono pronti ad ogni compromesso: le operazioni militari di francesi e belgi nel Sahel usate per interrompere le rotte migratorie, il progetto di apertura di campi in Niger, i sussidi concessi agli stessi regimi repressivi da cui fuggono i richiedenti asilo perchè mettano in sicurezza le loro frontiere…

Tali contrattazioni, ed in particolare la questione degli accordi di riammissione, saranno al centro del Summit euro-africano a La Valletta.

Per far accettare la rinuncia ad applicare le convenzioni internazionali di tutela dei diritti umani, le autorità europee continueranno a ricorrere alla politica del terrore: gli equilibri nazionali ed europei sarebbero messi in pericolo dal «più grande afflusso migratorio dalla fine della seconda guerra mondiale». In realtà, l’UE non è più una terra d’asilo. Lo dimostra il fatto che la Turchia accoglie almeno quattro volte più rifugiati dell’insieme dei 28 Stati membri.

Per arrivare ad un tale risultato, l’Europa applica di fatto un ‘delitto di emigrazione’ contrario a tutti i testi internazionali, in particolare all’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948.

La non accoglienza, il diniego dei diritti fondamentali, le contrattazioni più ciniche, sono questi i valori che l’UE ha portato al tavolo dei negoziati a La Valletta l’11 e il 12 novembre.

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