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14Dicembre2015 Il vagabondo smaliziato – @ilmanifesto

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di Angelo Mastrandrea su ilmanifesto.it

Chiunque si sia trovato ad accompagnare Mario Dondero per un tratto della sua vita, per quanto breve possa essere stato, lo avrà visto socchiudere gli occhi e intonare Teresa di Sergio Endrigo o Ma l’amore no di Alberto Ravagliati o qualche altra hit da chansonnier d’oltralpe, lo avrà sentito passare da un aneddoto a un altro come un affabulatore d’altri tempi (uno su tutti: la conversazione sugli allevamenti bovini in Italia con Fidel Castro in un ascensore di Algeri, dove a salvarlo fu la competenza appresa in un reportage taurino).

Lo avrà visto imbracciare la fedele Leica a sorpresa e guardare nell’obiettivo con un’inconfondibile mimica facciale, pronto a fermare l’attimo di due galline in un pollaio così come avrebbe fatto con Reagan e Gorbaciov ai tempi della distensione nucleare.

Sarà rimasto sorpreso nel vederlo appassionarsi a cause strampalate o soffermarsi a discutere con interlocutori occasionali, o ancora intento a regalare un libro o una sua foto al cuoco di un ristorante o a una persona appena incontrata. Sarà stato a sua volta immortalato in un fermo immagine di cui perderà ogni traccia, salvo vederlo rispuntare anni dopo perché la foto ha bisogno di stagionare per acquistare valore, fosse pure solo simbolico o personale.

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Marco Cruciani lo ha seguito per cinque anni in giro per reportage e per mostre, incontri e scorribande sui luoghi natii e della gioventù partigiana mai dimenticata, e ne ha tratto un documentario lungo per il suo genere (due ore e dieci minuti), ma necessario per dar conto di un’esperienza umana densa come altre mai qual è stata quella di questo straordinario fotoreporter bohemien, giornalista flâneur, affabulatore da osteria, partigiano delle cause migliori, indefesso viveur «inafferrabile e ubiquo», come lo definisce Ermanno Rea che ha condiviso con lui un pezzo di esistenza, avvistato nei luoghi topici della cultura del Ventesimo secolo, fossero essi una redazione giornalistica, un cenacolo intellettuale o un altro luogo deputato alla convivialità.

Della mole di registrazioni a monte del documentario Calma e gesso, appena presentato a Fermo (buen retiro di un fotografo che, ironia della toponomastica, fermo non è mai stato), si intuisce che Cruciani avrebbe aggiunto una storia, e un’altra ancora, tante quante sono le innumerevoli vite di uno dei più grandi fotografi del Novecento italiano.

Ci sono il Dondero sedicenne della Resistenza in val d’Ossola, «sesta Brigata Garibaldi, divisione Piave, ma non ho fatto nulla di eroico», che ancora oggi, quasi novantenne, ricorda fatti, nomi e minuzie («sono andato in montagna perché mia madre nascondeva in casa degli ebrei ed ero indignato per questo, il fascismo per me è qualcosa di ignobile»), l’assiduo frequentatore del mitico bar Giamaica della Milano anni Cinquanta vestito à la Robert Capa come scriverà il suo amico Luciano Bianciardi, l’inedito e sorprendente coautore di un documentario per la tv svedese sui comunisti emiliani, il giornalista che, prima ancora di fotografare, si trovò a scrivere per alcuni periodici, come EpocaTempo Illustrato, che hanno fatto la storia del fotogiornalismo italiano del dopoguerra e che un giorno del 1959 riunì davanti alle Editions des Minuit Nathalie Sarraute, Alain Robbe-Grillet, Claude Mauriac, Claude Simon, Jerome Lindon, Robert Pinget, Claude Ollier e l’inafferrabile Samuel Beckett in uno scatto che diventerà l’immagine simbolo degli scrittori del Nouveau Roman.

E ancora: il fotografo dei grandi intellettuali del Novecento e il reporter delle guerre africane e dell’Afghanistan, il comunista anarchico ed eterodosso che attraversa l’ex Unione Sovietica appassionandosi come un bambino davanti alle vestigia del mondo nuovo che fu, che va a cercare i familiari del miliziano morente di Robert Capa per dimostrare che la foto-simbolo della guerra civile non era un falso d’autore come qualcuno aveva sospettato, e che coglie un sorriso in Giuliana Sgrena appena tornata dal sequestro in Iraq in una fotografia che finisce sulla prima pagina del manifesto e fa immediatamente il giro del mondo.

Calma e gesso è un on the road nella vita del protagonista e una sorta di vademecum del fotoreporter errante quale Dondero è stato e continua a essere ancora oggi, un ritratto a tutto tondo di uno straordinario personaggio al quale è riuscita la sfida di trasformare uno stile di vita in professione, di liberarsi da ogni costrizione (persino rinunciando a un contratto giornalistico sicuro a Milano notte, l’unica esperienza in una redazione della sua lunga carriera) in nome della libertà, ma soprattutto di restituire in forma artistica l’immediatezza del fotogiornalismo, assorbendo la lezione estetizzante francese senza lasciare che quest’ultima prevalesse sul contenuto.

Il regista lo segue tra Genova e Milano, a Casarola davanti all’abitazione di famiglia dei Bertolucci e dallo stampatore delle sue foto a Roma, dalla Svizzera all’amata Parigi, inconsapevolmente facendo sì che a quest’epigono dei viaggiatori del Grand Tour, solo munito di macchina fotografica, calzino a pennello le parole degli Essais di Michel de Montaigne: «Il viaggiare mi sembra un esercizio giovevole. L’anima vi si esercita continuamente a notare le cose sconosciute e nuove; e non conosco scuola migliore, come ho detto spesso, per formare la vita che di metterle continuamente davanti la diversità di tante altre vite, idee, usanze, e di farle gustare una così perpetua varietà di forme della nostra natura. Il corpo non vi rimane né ozioso né affaticato, e questo moto moderato lo mette in allenamento».

«Ho sempre creduto che non sarei stato capace di fare le foto, nemmeno di caricare la macchina fotografica. E poi pensavo alla scrittura, ero quasi sicuro che avrei seguito l’iter abituale dei reporter: cronista, poi gli elzeviri, la terza pagina, fino al caporedattore. Invece mi ha conquistato la libertà del fotografo, la solitudine, l’intimità con le persone che raramente un giornalista raggiunge. Il fotografo è in movimento, va in giro per il mondo», racconta Dondero. «Una scelta di vita» che, per Uliano Lucas, altro grande interprete della stagione d’oro del fotogiornalismo, «gli ha permesso di dimostrare che si poteva produrre in assoluta libertà e di diventare un protagonista colto, intelligente e capace che ha sempre diffidato su quella forma di giornalismo sulla quale l’Italia è cresciuta».

Calma e gesso è anche una galleria del Novecento europeo, tanti sono i personaggi che scorrono nelle immagini e per ognuno dei quali Mario Dondero ha pronto un ricordo: politici come François Mitterrand o Helmut Schmidt («mi è capitato di stare con lui per un quarto d’ora mentre si aggiustava la cravatta prima delle foto e che mi ha permesso di coglierne l’umanità»), intellettuali come Louis Althusser o Pier Paolo Pasolini («quello che ci univa era soprattutto il fatto di essere due nordici in una città esuberante come Roma. Mi colpiva il suo grande impegno: è stato una grande coscienza civile del nostro paese»), e infine il cinema: Orson Welles («un fuoriclasse»), Roman Polanski ricordato in una «cena del mercoledì» alla trattoria romana da Otello alla Concordia di cui rimangono una serie di imperdibili scatti da dolce vita, Jean Paul Belmondo sul set e Lea Massari in camerino. Un mondo, quest’ultimo, dal quale è rimasto affascinato ma non si è lasciato sedurre fino al punto da stravolgere la sua filosofia dell’immagine, preferendo ad esso l’immediatezza, «la spontaneità e la sincerità» del giornalismo: «Ho lavorato in diverse occasioni come autore. Se il cameraman era di provenienza cinematografica, per ogni ripresa impiegavamo due ore, se era invece un giornalista tre minuti. Ecco, per capirci, io sono per i tre minuti contro le due ore».

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