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17Dicembre2015 COP21: Cambiare tutto per non cambiare nulla – @Alberto_Zoratti

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di Alberto Zoratti

Parigi 2015. Sarebbe dovuto essere un momento storico per la lotta al cambiamento climatico e, nei fatti, lo è stato. Cambiare tutto per non cambiare nulla, bisognerebbe dire perchè al tramonto del Protocollo di Kyoto e del suo sistema di impegni vincolanti, si è traghettato il tutto verso un approccio volontario, centrato sui singoli Paesi, dove i rispettivi Governi comunicano piani di lotta al climate change che saranno verificati successivamente dalla comunità internazionale. Nessuna sanzione in caso di non ottemperanza, d’altro canto è l’approccio “pledge and review”, “prometti e verifica” che avrebbe il senso di tenere a bordo tutti, vecchi e nuovi inquinatori. Ma la realpolitik non si sposa con le esigenze di un pianeta sempre più sottopressione, dove gli scienziati mondiali chiedono sforzi aggiuntivi per evitare che l’aumento della temperatura media superi i 2°C rispetto all’epoca preindustriale. Un limite già superato a guardare gli oltre 160 piani presentati negli ultimi mesi, il cui impatto non impedirebbe di superare addirittura i 3°C.
La lotta al cambiamento climatico costa. Alle imprese e alle lobbies, con le loro pressioni per evitare costi aggiuntivi o interessi toccati. Dovrebbe costare anche ai Paesi inquinatori, che dovrebbero mobilizzare un minimo di 100 miliardi di dollari dal 2020 per supportare politiche di adattamento dei Paesi di via di Sviluppo. Soldi che arriverebbero da molte fonti, purtroppo anche dall’Aiuto Pubblico asllo Sviluppo, ma che ad oggi non ha raccolto più di 10-15 miliardi.
A Parigi hanno costruito un contenitore nuovo, che avrà dignità di esistenza dal 1° gennaio 2021 e che permetterà verifiche dei Piani Paese dal 2025 ogni 5 anni. Questo è la caratteristica vincolante dell’accordo. I contenuti sono quasi sempre gli stessi, con qualche variazione sul tema, paradossalmente ora più deboli e soprattutto inefficaci.
In questo caso il ruolo dei movimenti sociali acquisisce ancor più senso a livello territoriale, dove sostenere vertenze, conflitti e proposte alternative. Sarà dal territorio che sempre più dovranno nascere mobilitazioni, è dal basso che andranno portate avanti sperimentazioni, perché questo modello si trasforma con il conflitto e la proposta. Con una strategia necessaria e non più rimandabile: collegare la giustizia climatica con l’opposizione ai trattati di libero scambio e il sostegno alla giustizia nel commercio. Intrecciare i temi per sostenere le mobilitazioni: una qualsiasi strategia su ambiente e cambiamento climatico sarà inefficace se l’approccio neoliberista non verrà disarticolato una volta per tutte.
Il TTIP, il TiSA, le politiche della WTO sono ottimi piani di sperimentazione e di azione. E Parigi dà una direzione verso cui tutti noi, come realtà della società civile, dovremmo guardare con attenzione.

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