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22Gennaio2016 Siria: probabile rinvio negoziati. Ong: mille civili morti in raid russi – @news_va_it

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da radiovaticana.va

“L’Occidente dopo cinque anni di guerra in Siria ha fallito”: è la riflessione fatta alla stampa italiana da mons. Shahan Sarkissian, arcivescovo armeno di Aleppo, nel giorno in cui l’ong Osservatorio nazionale per i diritti umani denuncia che oltre 1.000 civili sono morti nei raid russi dal settembre scorso. Intanto le grandi potenze impegnate in Medio Oriente, in primo luogo la Francia, ribadiscono anche oggi che l’intensità dei bombardamenti contro il sedicente Stato islamico aumenterà. Su un altro fronte, invece, Russia e Stati Uniti ieri hanno rilanciato il negoziato, che potrebbe slittare a fine mese, tra Damasco e le opposizioni, nonostante non ci sia un elenco dei gruppi ammessi. Bombardamenti e diplomazia, dunque, due canali paralleli o in contraddizione? E a che punto è la guerra in Siria? Gabriella Ceraso lo ha chiesto ad Andrea Plebani, ricercatore dell’Istituto Studi di politica internazionale:

R. – Sono due direttrici che appaiono in contraddizione, ma che in realtà poi non lo sono più di tanto. Anche perché da una parte la risoluzione della crisi siriana non può passare se non attraverso un accordo politico, dall’altra è importante infliggere danni sempre più significativi al sedicente Stato islamico. Il problema, però, è che questo tipo di affermazioni sono già state fatte in passato sia per quanto riguarda il percorso politico che per quanto riguarda la strategia militare e non hanno portato a cambiamenti epocali. In buona sostanza: benissimo i bombardamenti dall’alto, qualora colpiscano e siano quanto più diretti, ma non è sufficiente. I risultati più importanti ottenuti negli ultimi mesi sono stati frutto soprattutto dell’azione di truppe sul campo.

D. – A suo parere quindi finora qualche passo in avanti sul terreno – tra Iraq e Siria – è stato fatto?

R. – Sì: dal punto di vista delle affermazioni militari abbiamo avuto importanti risultat. Nel quadrante iracheno, a Tikrit, a Ramadi e a Sinjar. Per quanto riguarda il quadro siriano, non dobbiamo dimenticare l’importanza della vittoria a Kobane e della non caduta della città, e soprattutto dell’avanzata che ha portato i guerriglieri curdi a circa 30 km dalla capitale di fatto del sedicente Stato islamico, che è Raqqa. L’altro aspetto positivo che possiamo sottolineare e che si è stati quasi obbligati a mantenere una sorta di cessate-il-fuoco temporanei e a liberare alcune sacche in cui la popolazione era rimasta imbrigliata, e questo sicuramente è positivo. Ma la situazione rimane estremamente difficile, estremamente complessa, sul territorio …

D. – Sul fronte delle trattative di pace, perché Stati Uniti e Russia continuano a ribadire che ci sarà un appuntamento a Ginevra tra regime e opposizioni, ma non hanno ancora un accordo su chi delle opposizioni sarà ammesso?

R. – Ginevra è importante come speranza di una possibile soluzione politica e come continuità. Il problema grosso è che purtroppo gli interessi in Siria e nella regione continuano a rimanere estremamente divergenti. E questa cosa si riflette appunto nelle diverse delegazioni che saranno o meno ammesse a questi dialoghi. Nella fattispecie, ci sono realtà che sul campo hanno un peso determinante che però non possono essere ammesse. Faccio riferimento a Jabhat al Nusra, una formazione che ha un peso specifico importante, ma essendo una formazione terroristica, non può essere ammessa. Quello che potrebbe essere un escamotage, forse, per superare questa impasse, è coinvolgere quelle realtà che fungono quasi da “pontieri” tra gli elementi più estremisti e gli elementi più moderati di questa insurrezione. Nel caso di Jabhat al Nusra, uno di questi elementi è la fazione di Ahrar al-Sham che, oltre a essere una delle più importanti fazioni in lotta in Siria, gode anche dell’ appoggio di importanti attori regionali. Il problema però – ripeto – sono gli interessi divergenti che ci sono in Siria, ma soprattutto che ci sono da parte dei “patroni” esterni, dei sostenitori delle grandi potenze regionali che operano all’interno del “file” siriano e che stanno attuando una vera e propria guerra per procura. Sono i loro interessi a essere completamente divergenti. Nella fattispecie, Iran, Arabia Saudita e Turchia hanno posizioni che sono veramente difficilmente componibili.

D. – Mi sembra di capire quindi che nuovamente, nonostante questi incontri, si debba confermare che la guerra sarà lunga e diversa da quanto è stato fatto finora ovunque?

R. – Sì: purtroppo non si vede all’orizzonte un fattore di cambiamento in grado di modificare la situazione sul terreno. Purtroppo. Lo stesso conflitto in Iraq sembra quasi impallidire di fronte a quello che è avvenuto in questi ultimi anni, soprattutto dal 2011 in avanti. Perché il livello di efferatezza raggiunto è difficilmente raffrontabile con casi precedenti. E anche i danni inflitti a lungo termine all’identità delle popolazioni sul territorio e delle comunità che sono state toccate da questi eventi, è qualcosa da tenere in considerazione. Purtroppo, anche qualora finissero le operazioni belliche, gli strascichi di questo conflitto sono destinati a durare per lungo tempo …

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