fbpx

19Febbraio2016 In memoria di Anthony Shadid che ci ha insegnato a guardare gli arabi con occhi diversi – @Internazionale

Condividi

 

da internazionale.it 

 

Alla luce dei diversi conflitti in atto tra potenze globali, regionali e locali, gli eventi in corso nel nord della Siria potrebbero influenzare il futuro della regione ancora per anni. In questa situazione senza precedenti, caratterizzata dallo scontro su più fronti tra belligeranti spesso disperati, credo sia necessario ricordare la vita e il lavoro di Anthony Shadid, inviato del New York Times, morto quattro anni fa nel nord della Siria.

Shadid ha ricordato a tutti noi qual è la forza più potente che in definitiva determina l’esito delle battaglie tra le ideologie, gli stati e gli eserciti: i singoli esseri umani che affermano la loro umanità mentre affrontano le sfide della vita quotidiana in una regione devastata da regimi che calpestano i loro diritti, da guerre che privano la popolazione di ogni opportunità di crescita e da interventi militari esterni che alimentano il caos e la brutalità.

Shadid si occupava delle grandi questioni regionali – guerre, rivoluzioni, invasioni straniere e paesi in crisi – raccontando la situazione sul campo attraverso gli occhi di uomini e donne comuni, che vivono in quei paesi. Le persone di cui parlava nei suoi articoli e nei suoi libri di solito non potevano fare altro, collettivamente e individualmente, che reagire a eventi dall’impatto decisivo o addirittura devastante sulle loro vite, senza essere mai nella condizione di influenzare il processo decisionale all’origine di quegli eventi.

Eppure gli ultimi vent’anni ci hanno dimostrato che gli individui, unendosi tra loro e passando all’azione (con proteste pacifiche, resistenza armata e tutto ciò che sta nel mezzo), possono influenzare il corso della storia. Shadid aveva capito che le emozioni della gente e le reazioni politiche agli eventi nascono da una combinazione tra necessità materiali e fattori emotivi intangibili, che non sempre sono chiari in superficie. Tra questi elementi ci sono la memoria storica, le identità collettive, i bisogni concreti della famiglia, l’indignazione per la brutalità dei propri governi e degli eserciti stranieri e la ricerca di un futuro migliore per se stessi e i propri figli.

Le popolazioni di Iraq, Egitto, Libano, Bahrain, Siria e di altri paesi arabi devono costantemente decidere come reagire a eventi come le rivolte del 2011, se appoggiare o combattere regimi militari come quello del generale Al Sisi in Egitto, se unirsi all’opposizione armata contro il presidente Assad o se addirittura entrare nei ranghi del gruppo Stato islamico in Siria, se cercare rifugio in Europa o nei paesi vicini, o anche come esprimere le proprie rimostranze e chiedere pacificamente il pieno riconoscimento dei diritti dei cittadini in paesi come Giordania, Marocco, Kuwait, Bahrain, Algeria e Sudan.

Shadid è morto per un problema di salute mentre si trovava nel nord della Siria, prima che ci potesse offrire le sue acute analisi sul modo in cui gli individui elaborano, emotivamente e razionalmente, le loro reazioni ai cambiamenti della situazione politica ed economica. Aveva capito che gli uomini, le donne e le famiglie del Medio Oriente fanno questo da migliaia di anni.

Le ultime due generazioni di arabi a partire dalla fine degli anni settanta, di cui si è occupato Shadid nel suo lavoro, presentano molti esempi di come l’azione collettiva possa cambiare il corso delle storia, in meglio o in peggio. Tra questi ricordiamo l’ascesa di Hezbollah, di Hamas e di altri gruppi islamisti, le rivolte del 2011, le azioni condotte da molti gruppi arabi in Iraq, le ribellioni pacifiche e quelle militari in Siria, l’attivismo dei diversi partiti curdi, le manifestazioni popolari che hanno cacciato la Siria dal Libano nel 2005 e la transizione costituzionale in Tunisia, solo per citarne alcuni.

I mezzi d’informazione arabi e internazionali tendono a concentrarsi sulle azioni dei dittatori, delle masse popolari, degli eserciti stranieri o dei cittadini indifesi. Il prezioso contributo di Shadid, che ancora è fonte d’ispirazione per me e molti altri, è stato quello di aver avvicinato i lettori ai singoli uomini e donne che partecipano agli eventi epici del nostro tempo – nel pieno della battaglia nel Libano del sud, sulle strade polverose dell’Iraq, nei caffè e dai barbieri del Cairo e in 370 milioni di altri luoghi dove i cuori e le menti degli uomini, delle donne e dei bambini arabi osservano il mondo e si pongono costantemente due interrogativi che oggi plasmano la nostra regione: in che modo io e la mia famiglia possiamo sopravvivere al caos che ci circonda? Cosa posso fare per trovarmi nella posizione di influenzare gli sviluppi futuri della mia società, anziché limitarmi a reagire a ciò che altri mi impongono?

Questo processo ha provocato una profonda trasformazione della nostra regione fin dal 1990, spesso attraverso fasi violente e caotiche. Mentre le rivolte arabe entrano nel loro quinto anno di vita, milioni di uomini e di donne si battono pacificamente o violentemente per portare a termine la transizione dalla condizione, che attualmente li definisce e li condanna, di vittime docili di uno stato autoritario a quella di cittadini attivi in una società dinamica, che li rappresenta ed è al loro servizio.

Il lavoro di Anthony Shadid ci ricorda che la nostra umanità individuale è la forza più potente della storia, e che questa forza si sta risvegliando in diverse parti del mondo arabo. Sono felice che Anthony abbia avuto la possibilità di assistere all’inizio di questo processo, riconoscente per aver potuto leggere il suo racconto di alcuni momenti decisivi e sempre ammirato nel rileggere il suo straordinario lavoro.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

paesi d'intervento

11

Paesi di intervento

progetti

250

Progetti

operatori locali

500

Operatori locali

Iscriviti alla newsletter

Come usiamo i fondi

8%Alla struttura

92%Ai Progetti