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21Marzo2016 Kamel Jendoubi: “Radicalizzazione? I paradossi tunisini”

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di Kamel Jendoubi, Ministro della relazione con le istituzioni costituzionali, la società civile e i diritti umani. Ex-presidente della Rete Euromed Rights – Presidente onorario della Rete Euromed Rights

Ed eccolo un paese, il nostro, che ha messo in moto le “primavere” e che prosegue in qualche modo il suo cammino nonostante le tempeste e le scosse, grazie soprattutto a una società civile attiva, gratificata di un premio Nobel…. Questo stesso paese è anche quello che fornisce un importante contingente, pare il più importante, di giovani “radicalizzati” partiti per ingrossare i ranghi del Daesh e per diventarne carne da cannone, a migliaia di chilometri dal paese. Anche all’interno delle nostre frontiere, diciamo le cose come stanno, una parte della nostra gioventù, per quanto infima, è oggi fanatizzata e alcuni sono pronti ad uccidere.

Radicalizzazione: uno di quei vocaboli che riempiono l’aria di questo tempo e che cercano di spiegare la spaventosa scalata del jihadismo mondializzato e i modi per combatterlo. Malgrado gli usi a volte abusati, si converrà che il termine ha una certa pertinenza per aiutare a comprendere nostra realtà. 

Radicalizzazione? Di chi? Di che?

Questo passaggio iniziatico folgorante dallo statuto di vittima (sociale, psicologica) a quello di boia e di implacabile guerriero di una utopia mortifera ci interpella tutti.

Ci sono, per semplificare, due interpretazioni dominanti circa la proliferazione di questi candidati alla jihad che passano molto velocemente all’azione, seminando morte in Europa così come in Tunisia e in altri luoghi, due modi di vedere fondate su due approcci differenti:

L’interpretazione sociale secondo la quale il jihadismo si nutre della disperazione della gioventù marginalizzata dei quartieri suburbani (e questo varrebbe sia per Douar Hicher non lontano da Tunisi che per le banlieues dell’Hexagone) o nelle regioni dimenticate dallo sviluppo. La jihad sarebbe l’espressione estrema della rivolta della Tunisia dimenticata contro il triangolo della “Tunisia produttiva”. I più poveri dei poveri contro i satolli dei quartieri buoni. Quanto alla bandiera nera, al takfir e tutto il resto, non sarebbero che gli orpelli troppo religiosi di una rivolta troppo nuda… Nessuno dispone di studi esaustivi, né di indagini sufficientemente raffinate. Ma è possibile evocare, in appoggio a questa lettura, fatti e cifre a volte probatori…..

L’interpretazione culturalista, dal canto suo, percepisce la radicalizzazione, attraverso un prisma neo-orientalista, come un avatar mostruoso dell’Islam politico, o perfino dell’Islam tout court. Essa sarebbe l’espressione del fallimento dell’islamismo dei “fratelli” e tradurrebbe l’emersione di una nuova generazione in forma di nebulosa, funzionante attraverso un principio di alleanze e di conflitti (Al Quaeda, Ansar Acharis, Daech). Una generazione in cui il rigorismo si riversa in una violenza apocalittica, un po’ millenarista per certi aspetti…. A sostegno di questa tesi, che informa la politica di certe cancellerie europee, si invocano i rituali, i dettagli saturi di religione e ovviamente il discorso incantatorio di tutta la catena del terrorismo, dai mandanti agli esecutori passando per gli addetti alla propaganda sulle reti sociali.

 

Le due letture sono univoche  

Da un lato, l’interpretazione della radicalizzazione come il prodotto di una “lotta di classe chimicamente pura” fa fatica a spiegare l’arruolamento nel jihadismo di “giovani” integrati nel sistema scolastico e provenienti anche dalla classe media….. In Francia, il 25% dei jihaidisti partiti per il Medio Oriente sono “francesi originari” convertiti provenienti da settori sociali diversi.

D’altro lato, la nozione di deriva post-islamista non funziona. Non riesce a spiegare alcuni fenomeni: e in primo luogo il bagaglio religioso ultra-leggero (leggero e ultrà) esibito talvolta da criminali abituali convertiti da imam essi stessi quasi analfabeti….

Inoltre, la deriva violenta precede spesso la rivendicazione ideologica. La jihad costituisce una legittimazione a posteriori. La formula di Olivier Roy, forse un po’ lapidaria, fa centro: “non si tratta della radicalizzazione dell’Islam ma di una islamizzazione della radicalità”. Essa è in parte adattabile alla situazione tunisina.

 

Per un approccio globale alla radicalizzazione.

Opposta a queste spiegazioni binarie, la nozione di ingranaggio permette di comprendere meglio il fenomeno.

La tentazione della Jihad interviene in un contesto di doppio allentamento dei legami sociali e dei legami nazionali, laddove frange di gioventù si ritrovano letteralmente “fuori circuito”. Ma il passaggio all’azione, vale a dire alla violenza radicale, non è comunque automatico….

Bisogna tenere in conto un altro elemento: il fatto che il sentimento di appartenenza a una entità nazionale, a una patria è messo in crisi dal processo di de-socializzazione. La collusione tra contrabbando e terrorismo che avviene qui e là (senza essere generalizzata) è una illustrazione della concomitanza del doppio processo di dis-affiliazione sociale e nazionale.

Il contesto post-rivoluzionario – che ha aperto uno spazio di espressione senza briglie – va ad oliare un ingranaggio che favorisce la fioritura del salafismo in generale e del salafismo jihadista in particolare, facendo precipitare la conversione di alcuni salafiti “scientifici” al jihadismo.

Questo ingranaggio si amplifica grazie alla congiunzione fra tensione e incuria, che ha come principali manifestazioni: l’indebolimento della autorità dello stato, la liberazione dei capi jihaidisti immediatamente eroizzati, il lassismo colpevole di alcuni governanti (non importa se per ingenuità o per piccoli calcoli), la guerra delle moschee, le tende di predicazione e le kermesse di takfir in particolare a Kairouan….

La rinuncia sociale, la mancanza di autorità statale e una certa cecità politica, bisogna dire, hanno anche riunificato le condizioni per lo sviluppo di un jihadismo nutrito di ormoni, per così dire, e la radicalizzazione di migliaia di giovani disseminati nei quartieri popolari, nella macchia di Mont Chaambi e altrove, o travolti dagli scenari delle guerre civili in Medio Oriente.

La radicalizzazione alla tunisina è la storia di un immenso pasticcio che ha condotto alla proliferazione di un fenomeno quasi inesistente prima. Il tutto in un contesto geopolitico segnato da un mercato mondializzato del terrorismo dove il libero scambio trionfa (Francia-Medio Oriente-Turchia-Maghreb…..)

 

Quando la radicalizzazione diviene una identità sostitutiva

Si è parlato di Daechismo come di una deriva settaria e universalista. In un certo senso è vero. La radicalizzazione è l’opzione per un nichilismo assoluto ammantato di una per così dire “religiosità senza cultura”.

Un nichilismo sociale, da una parte, che riconosce solo l’ordine spartano dell’egualitarismo guerriero. La misoginia estrema è, in questo senso, la forma ultima di negazione di tutta l’organizzazione sociale.

Un nichilismo politico, d’altra parte, dove il califfato stesso configura un anarchismo autoritario che si riproduce grazie all’imperativo della guerra contro tutti….

Tale nichilismo costituisce nondimeno una identità fideista forte, per coloro i quali hanno perduto la fede nella loro società e non si riconoscono più in nessuna appartenenza nazionale.

È l’identità di sostituzione di coloro che non hanno più identità.

 

De-radicalizzare?

L’ingiunzione è di moda. Sociologi e psicologi rivaleggiano con proposte e cure. Gli esperti hanno da dire la propria, ma le soluzioni saranno in ogni caso politiche. Abbandoniamo la querelle nominalistica e parliamo di politica. In effetti, è tutto il nostro modo di intendere, di dire e di fare la politica che è in gioco.

Il nostro paese, il nostro stato, la nostra gioventù deve, a mio parere, mobilitarsi intorno a tre parole d’ordine:

  1. Riabilitare lo stato come unico detentore della violenza legittima. Non possiamo combattere il terrorismo con le mani che tremano. Ma abbiamo bisogno di uno stato di diritto che sia nello stesso tempo uno stato sociale. Questo stato esemplare deve ancora essere costruito. Le sue fondamenta affondano su un ordine politico che deve affrontare realmente i rapporti incestuosi fra la politica e il denaro che incancreniscono la classe politica e rovinano qualsiasi velleità di riforma e la cui permanenza discredita a priori, agli occhi del popolo, gli sforzi più sinceri.
  1. Fare società: vale a dire ritessere i legami sociali. Riparlare e agire sociale: il discorso dello stato in quanto tale è importante, ma lo è maggiormente se esso si accompagna nell’immediato a gesti simbolici forti in direzione degli strati e delle regioni diseredate, così come a segnali di un impegno durevole per riforme sociali profonde che non si possono fare in un giorno né tutte insieme. È importante, in questo senso, gerarchizzare gli interventi fra politiche immediate (priorità alla sicurezza e a misure sociali d’urgenza) e soluzioni a lungo termine (educazione, cultura, riforme economiche e sociali, sviluppo regionale….). La riforma dell’insegnamento deve essere al cuore del dispositivo: al fine di riassorbire progressivamente la contraddizione fra istruzione e mercato del lavoro e riprendere la vocazione “popolare ed elitaria” della scuola di Bourguiba e Messaadi….
  1. Fare nazione: vale a dire valorizzare l’appartenenza alla nazione senza fare della “eccezione tunisina” un feticcio. Oggi, il paese dipende progressivamente da demoni identitari che hanno piegato una parte della gioventù più fragile. La Costituzione di cui si è dotata la Tunisia è un grande avanzamento in questo senso, malgrado le sue ambiguità e i disfunzionamenti inerenti al tipo di regime che è stato costituzionalizzato. Il legame nazionale non si può limitare ai soli attributi culturali e territoriali: dobbiamo promuovere una sorta di “patriottismo costituzionale” come si dice in Germania, che mobiliti intorno ai valori essenziali della nostra legge costituzionale, e dia senso al lavoro per il bene comune. Questo patriottismo non è riducibile al patrimonio che ci hanno lasciato i secoli e i padri fondatori della nostra modernità; e non sarà solo il prodotto di una azione demiurgica dello Stato, ma la risultanza di piccole e grandi mobilitazioni politiche, intellettuali, culturali, pedagogiche che includano tutti gli attori della competizione democratica….. A questo riguardo, gli interventi puntuali e le azioni a lungo corso della società civile saranno decisive.

Aldilà delle grandi parole d’ordine, evocherò rapidamente qualche pista politica per chiarire il terreno di un grande progetto riformatore:

 

Dispiegare su tutto il territorio un esercito di ricercatori per studi più vicini possibili ai luoghi, agli attori e ai fattori concreti della radicalizzazione….Queste indagini devono essere messe a disposizione di tutti i decisori per una visione comune del fenomeno. L’obiettivo è favorire le sinergie tra gli esperti, la società civile e lo stato per comprende i meccanismi della radicalizzazione.

Moltiplicare le iniziative per il reinserimento dei giovani nel dibattito pubblico. La frattura generazionale è uno scandalo permanente nel paese della “rivoluzione dei giovani”. La nuova offerta di senso in direzione dei giovani suppone, per cominciare, l’abrogazione dei dispositivi giuridici scellerati, il rafforzamento del tessuto associativo locale, la valorizzazione di un discorso religioso plurale e tollerante, ripulito dalle tensioni identitarie che sono fermento di fanatismo.

Mettere in campo un dispositivo giuridico per rinforzare e colmare le carenze legislative sulle associazioni, permettere allo stato di controllare i loro finanziamenti, per separare il culturale dal cultuale… Senza dubbio, serve anche un dispositivo complementare per depoliticizzare, e dunque de-fanatizzare, i luoghi di culto (una neutralità politica vera e non la semplice neutralità in relazione ai partiti già sancita dalla Costituzione). Si tratta in una parola di imprimere nel diritto la ridefinizione della società civile intorno a se stessa e di demarcare lo spazio civico rispetto allo spazio pubblico religioso.

De-radicalizzare è, in definitiva, incardinare un ingranaggio in sostituzione dell’ingranaggio mortifero della radicalizzazione.

E così il paradosso tunisino è anche il seguente: un piccolo paese con così poche risorse naturali, nel quale le finanze sono esangui, e che ha dovuto sopportare duri colpi con terribili perdite umane ed economiche; un piccolo paese che tuttavia ha i mezzi per uscirne. C’è una “giurisprudenza”, perché la Tunisia ha già provato al mondo che continuerà la sua strada, e che malgrado i pericoli della post-rivoluzione, ha saputo rifiutare il dilemma: il caos o le avventure militari.

 

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