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23Marzo2016 Betlemme: Lottando contro il muro

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Di Sickforfreedom, Volontario nell’ambito del progetto di SVE Youth MEDIocracy Makers

Nella giornata di Venerdì 18 Marzo ci siamo recati a Betlemme per seguire da vicino la resistenza Palestinese che, come ogni venerdì, si colora dei volti coperti degli shabab e del fumo dei copertoni in fiamme, dei lacrimogeni lanciati dai soldati Israeliani.
Il venerdì assume una valenza doppia e mistica nella cultura Palestinese, è il giorno di festa dedicato ad Allah, ma c’è chi lo vede come il giorno per compiere il proprio dovere umano, quello di provare a rispondere o più semplicemente a resistere un’occupazione che si fa sempre più pressante e non lascia spazio ad alcun tipo di espressione, sia pure pacifica della propria divergenza.
Il venerdì non è tempo di pacifismo, anche perché ad ogni tentativo, la potenza occupante risponde con armi infinitamente superiori e con tecniche sempre più subdole.

Arrivati a Betlemme, una volta superato il checkpoint dopo appena 150 metri, ci si imbatte nelle prime 3 scie lasciate dai lacrimogeni lanciati dalle forze d’occupazione Israeliane verso la cittadina. I 3 lacrimogeni cadono in una zona morta della città dove non vi sono manifestanti né giovani riuniti in protesta. Ci si avvicina alla zona di scontro, l’odore acre dei lacrimogeni riempie le narici. Siamo vicino all’entrata del campo profughi di Aida, nei pressi del Museo di Betlemme e di uno dei più lussuosi hotel della città chiusi entrambi per l’occasione.

Arrivando ci accorgiamo del basso numero di partecipanti alla dimostrazione, vi sono in totale non più di 15 shabab(giovani) a rispondere ai lacrimogeni israeliani. Un altro aspetto che sorprende è la freddezza con cui veniamo accolti dai ragazzi, gli sguardi sospetti e il tono quasi adirato con il quale si rivolgono. All’inizio rimaniamo quasi stupiti, chiunque sia mai stato in una manifestazione o scontro fra occupante ed occupato sa quanto, chi fa le veci dell’occupato, tenga alle riprese dell’osservatore internazionale, ma a Betlemme l’impressione è diversa, sembra che questi ragazzi ne abbiano abbastanza dei soliti “curiosi”.
Incontriamo una signora sulla quarantina, una professoressa universitaria di Betlemme, anche lei li per documentare ciò che accade. Ci spiega il perché di questa diffidenza: ci racconta che i soldati si sono più volte fatti passare per giornalisti per poi prelevare i ragazzi durante la notte, usando come prove le foto scattate durante gli scontri. “Per questo i giovani sono così pochi” dice la professoressa,”in tanti sono stati arrestati da ottobre, ed è per questo che ora si contano molti meno presenti nelle nostre file”.

Prendiamo atto della situazione e cerchiamo di seguire la professoressa e fotografare gli eventi da vicino. Notiamo le auto che sfilano nel mezzo della “guerriglia”, schivando lacrimogeni e i vari oggetti posti in mezzo alla strada per bloccare l’entrata di eventuali  jeep dell’esercito nella città. La professoressa ci informa che il fatto è determinato dalla connivenza della polizia palestinese che lascia aperta la strada per distrarre gli shabab e dare un diversivo alle forze israeliane, che possono approfittare per sferrare un attacco.

Nel caos di quei momenti concitati, tra lacrimogeni e bombe sonore, gli shabab chiudono la strada con i cassonetti della spazzatura, bloccando il passaggio. Anche diversi bus rimangono intrappolati, ma questo non infastidisce i militari israeliani che continuano a lanciare lacrimogeni. Ed è proprio in quel momento che dal gruppo riunito di ragazzi si erge un urlo festoso. Chiedendo informazioni sull’accaduto ci raccontano che uno dei soldati è stato colpito in volto da una pietra. Il momento è teso, e i soldati aprono il cancello uscendo allo scoperto, iniziando a sparare, oltre ai soliti lacrimogeni, proiettili 2.2 mm. Gli shabab non demordono e rispondono con le pietre, l’unica loro arma. I soldati non riescono nel loro intento, nessuno viene ferito e così rientrano nella loro postazione. Un nuovo urlo si erge dai ragazzi uniti nella resistenza all’occupazione, ma non è ancora finita. Cominciano a sventolare bandiere palestinesi unite a quelle di Hamas e i ragazzi, ormai fiduciosi dei risultati raggiunti, si avvicinano sempre di più al muro, simbolo dell’apartheid israeliana. Proprio in questi istanti succede l’inevitabile, uno dei ragazzi viene colpito da un proiettile israeliano e viene prontamente recuperato dal personale della mezzaluna rossa e dai suoi amici, accompagnato alla prima macchina nelle vicinanze, verrà poi portato in ospedale.

Si conclude così uno dei tanti venerdì di lotta e resistenza a cui la popolazione palestinese si è ormai abituata.

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