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05Maggio2016 Il muro allo scoperto

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di Nadia Que Ver, Volontaria nell’ambito del progetto di Servizio Volontario Europeo Youth MEDIocracy Makers

E se il famoso muro di separazione tra Israele e Cisgiordania, tra palestinesi e coloni, non fosse altro che un separé dalla realtà, in modo da prevenire che la normalità delle relazioni possa creare spontaneamente la fine dell’odio? Se servisse esclusivamente ad evitare che le persone si conoscano e smettano di avere paura l’una dell’altra?

Se quel muro fosse stato innalzato davvero per questo, allora sarebbe tutto molto più semplice. Le persone dovrebbero semplicemente realizzarlo e uscire fuori allo scoperto, anzi alla scoperta.

La scusa usata dal governo di Sharon nel 2002 per giustificare la scelta di cominciare la costruzione della barriera “difensiva”, fu il terrorismo: proteggere “temporaneamente” i cittadini israeliani dalla violenza del popolo palestinese. Resta difficile da credere che il muro sia momentaneo, dati gli 1,8 miliardi di dollari[1] spesi per la sua costruzione. I lavori sono iniziati nell’estate 2002, quando le forze di occupazione israeliane condussero un’operazione militare al quanto violenta in gran parte della Cisgiordania. Oggi la barriera si estende per 450 chilometri, spingendosi ben oltre i limiti fissati dalla Green Line. Limiti stabiliti negli accordi di Oslo del 1967, dopo la guerra dei sei giorni che vide Israele invadere e occupare gran parte del territorio palestinese. Considerando la parte in fase di costruzione e quella in programma, non ancora attuata, i numeri salgono: si parla di 709 chilometri, il doppio rispetto ai limiti della Green Line[2].
Alto 8 metri, il muro è protetto da reti di filo spinato e torri di controllo poste ogni 300 metri, per non parlare dei moltissimi check point (circa 500) che si trovano al confine tra Israele e Cisgiordania e all’entrata di molte città palestinesi.

I palestinesi sono costretti a rimanere in piedi in attesa per ore, “al sole senza acqua” e questo rappresenta “una vergogna per Israele e per il suo sistema di difesa.” A parlare è il ministro israeliano dell’agricoltura Uri Ariel[3]. Era il 16 aprile quando a Tel Aviv Radio, il ministro afferma che per i palestinesi che lavorano in Israele, attraversare ogni giorno il check point in tali condizioni è qualcosa di disumano. “Dovresti vedere come attendono di entrare in Israele. Le persone stanno lì, in pessime circostanze, al caldo d’estate, sotto la pioggia d’inverno. Cosa c’impedisce di migliorare questa situazione? Cosa? Sono 50 milioni di shekel il nostro problema? “.

Agli israeliani non è permesso entrare in Cisgiordania. Quelli che entrano di solito sono attivisti che si spacciano per coloni. In realtà lo fanno per unirsi alla lotta palestinese del venerdì, e spesso fanno da scudi umani durante le manifestazioni, facendo della loro nazionalità una garanzia.

Questo potrebbe significare che la stragrande maggioranza dei cittadini israeliani, residenti in Israele, basa la propria conoscenza sul pregiudizio che i palestinesi siano terroristi che mettano in pericolo la loro incolumità. Non si può dire lo stesso dei coloni residenti negli insediamenti in Cisgiordania, comunque cittadini israeliani. Sono circa 150 gli insediamenti illegali[4] che alimentano la politica di annessione portata avanti dal governo israeliano. Tale politica mira a prendere il controllo dell’intera città di Gerusalemme, alla continua espansione e costruzione delle colonie e all’appropriazione delle risorse idriche palestinesi.
Inoltre, i coloni presenti in Cisgiordania sono i tra i più violenti, sono fermi sostenitori dell’ideologia sionista e hanno il pieno appoggio del governo di Netanyahu, che facilita e agevola la loro presenza nei territori palestinesi occupati, attraverso incentivi statali (le banche forniscono mutui agevolati e servizi per i coloni nei territori occupati, escludendo invece i cittadini palestinesi). Inoltre, dal 2005 il 91% delle indagini da parte delle autorità israeliane per gli atti di violenza dei coloni sono state chiuse senza giudizio, contribuendo a un clima di impunità[5].

I palestinesi descrivono il muro come una barriera di separazione razzista, il muro dell’apartheid, devastante a livello d’impatto ai loro diritti umani fondamentali.

I palestinesi residenti in Cisgiordania vedono la loro libertà di movimento estremamente limitata. Oltre al fatto di non poter andare in Israele, se non con uno speciale permesso quasi impossibile da avere, ci sono strade, denominate “By-Pass Roads”, costruite su terreni privati palestinesi ma che rimangono esclusivamente a servizio delle colonie ed aggirano i centri urbani arabi. Alcune di esse sono ad uso esclusivo israeliano e l’unica soluzione trovata dalla USAID (Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale) è quella di costruire delle strade alternative che diventino la principale rete di trasporto per i palestinesi. Chiaramente queste strade sono per lo più tortuose e allungano di molto le distanze, costringendo i palestinesi a lunghe e faticose tratte.

“Sono nato e cresciuto a Nablus, ma non ho mai visto Gerusalemme. L’unica volta che ci ho provato i soldati mi hanno respinto con violenza, e non ho più avuto il coraggio di riprovarci”, ha trent’anni Mohammad, il ragazzo che con estrema tristezza ci racconta cosa significa per lui il muro.

Il progetto stradale israeliano è uno dei molteplici tentativi per dislocare la popolazione palestinese dalla loro geografia storica e separarla dalla crescente comunità di coloni in Cisgiordania.
Tutto questo viola il diritto internazionale e i diritti umani dei palestinesi, quali il diritto al lavoro, alla salute, all’educazione e all’autodeterminazione. Israele sta attuando un vero e proprio regime di ostacoli fisici, legali e amministrativi che rendono la vita dei palestinesi sempre più insopportabile e inagibile. La segmentazione del territorio e la divisione fisica rappresentata dal muro impedisce a molte comunità palestinesi di usufruire dei servizi in modo appropriato: molti bambini devono percorrere molti chilometri a piedi per raggiungere la scuola e molti

Come accennato precedentemente, uno degli obiettivi del governo israeliano è appropriarsi della terra e delle sue risorse, principalmente quelle idriche. La costruzione del muro di annessione non solo ha distrutto pozzi e sistemi di drenaggio naturali, ma ha anche permesso l’annessione delle risorse idriche vitali.
Oggi i palestinesi consumano circa il 20% dell’acqua presente nel territorio, il restante 80% è sotto il totale controllo di Israele. Un chiaro esempio è quello del villaggio di Nabi Saleh, a pochi chilometri da Ramallah, la capitale della Cisgiordania, dove le famiglie hanno acqua disponibile per sole 12 ore alla settimana, mentre la colonia a 500 metri dal villaggio è fornita di acqua 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Le comunità beduine che vivono nel deserto della Jordan Valley, sono costretti a raccogliere acqua piovana, ma spesso le taniche vengono distrutte dall’esercito israeliano, per motivi di sicurezza: legalmente non sono a norma, ma rimane “legale” appropriarsi dell’acqua altrui per poi non distribuirla equamente.

“Se noi non riusciremo a tornare al nostro mare, sarà il mare a tornare da noi, inshallah (se Dio vuole)”.
Alaa, un ragazzo di Tulkarem, una cittadina a nord della Cisgiordania, ci dice che sono ormai 12 anni che non riesce a vedere il mare, nonostante sia distante circa 70 chilometri.

Il muro li separa, ma il sorriso con cui afferma che il mare un giorno tornerà, trasmette speranza. Una speranza che va al di là di quel muro che dà un giorno all’altro ha cambiato completamente la vita di molti, che da un giorno all’altro, con prepotenza, ha coperto l’orizzonte.

 

[1] The Annexion Wall and its Associated Regime, Al-Haq, second edition 2012

[2] http://www.btselem.org

[3] http://www.haaretz.com/israel-news/.premium-1.714679

[4] The Annexion Wall and its Associated Regime, Al-Haq, second edition 2012

[5] vedi nota n°4

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