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17Maggio2016 EGITTO. Non si ferma la scure

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da nena-news.it

Due tribunali egiziani hanno condannato sabato al carcere 152 persone. Il crimine degli imputati? Aver violato la legge del dicembre 2013 che impedisce lo svolgimento di manifestazioni non autorizzate dalle autorità egiziane. I fatti risalgono allo scorso 25 aprile quando numerose proteste contro la recente decisione del presidente al-Sisi di cedere all’Arabia Saudita le isole egiziane di Tiran e Sanafir hanno avuto luogo nel Paese. Gli arrestati quel giorno furono più di 1.200 (la gran parte di questi, però, fu presto rilasciata). Nel primo maxi processo della giornata di sabato, 51 persone sono state condannate a 2 anni di carcere. Nel secondo, invece, le pene per 101 manifestanti sono state di cinque anni di reclusione. Secondo quanto riferiscono gli avvocati della difesa, 79 imputati dovranno pagare anche una multa pari a 10.000 dollari. 72 dei 152 manifestanti sotto processo sono stati condannati in contumacia.

L’intesa raggiunta recentemente dal Cairo e Riyad riguardo le due isole ha suscitato molte polemiche in Egitto. Il presidente al-Sisi, sostengono gli oppositori del regime, avrebbe svenduto all’Arabia Saudita parte del territorio egiziano in cambio del pacchetto d’aiuti multi miliardario stabilito lo scorso mese dal regno saudita per i “fratelli” egiziani. Il Cairo si è sempre difeso: Tiran e Sanafir appartengono al regno wahhabita e, perciò, non ha senso parlare di “tradimento”, ma tutt’al più di una “restituzione”.

I condannati di sabato troveranno le celle delle carceri egiziane piene. Da quando è salito al potere al-Sisi con un golpe militare nel luglio del 2013, infatti, sono migliaia gli oppositori arrestati, condannati a ergastoli o a sentenze di morte nei diversi processi di massa che hanno avuto luogo nel Paese. A pagare il prezzo più alto del giro di vite deciso dal Cairo (per il quale gli europei e statunitensi preferiscono tacere) sono soprattutto i sostenitori del deposto presidente islamista Mohammed Morsi. Secondo le organizzazioni umanitarie, sono oltre un migliaio le vittime della repressione governativa e più di 15.000 le persone detenute. Accanto a questi dati inquietanti ci sono poi i centinaia casi di “desaparecidos”, uomini e donne di cui praticamente non si sa più nulla.

E’ in questo clima di brutale violenze che vanno lette le sentenze di condanna di due giorni fa e le uccisioni di Regeni e del francese Eric Lang. Se il primo caso è diventato di dominio pubblico (anche se, nei fatti, le pressioni politiche europee e americane sul governo egiziano sono state irrisorie), il secondo è meno noto ai più. Eric insegnava francese al Cairo ed è stato ucciso, qualche giorno dopo il suo arresto, all’interno della stazione di polizia di Qasr an-Nil nella capitale egiziana. Sul caso Lang ieri la corte penale egiziana si è espressa condannando a 7 anni di prigione i sei uomini che lo hanno picchiato a morte. Ma se puniti sono stati gli esecutori dell’aggressione, provoca sgomento il fatto che la stessa corte abbia contemporaneamente scagionato la polizia che avrebbe dovuto controllare cosa stava avvenendo in quella cella. La storia del professore è emblematica del pesante clima politico che si respira nel Paese: il 49enne francese era stato arrestato nel settembre 2013 quando nella capitale egiziana vigeva il coprifuoco e la legge d’emergenza in seguito ai massacri dei sostenitori della Fratellanza Musulmana avvenuti a Rabea al-Adawiyya e an-Nahda compiuti dalle forze di sicurezza del regime.

Lang sarebbe morto il 13 settembre qualche giorno dopo il suo arresto. Sul suo corpo sono stati trovati numerosi segni di violenze. Secondo l’avvocato dei diritti umani Amr Hassan, il professore è stato arrestato ufficialmente per essere stato trovato ubriaco in pubblico. Tuttavia, Hassan afferma che la vittima era sì in possesso di una bevanda alcolica al momento dell’arresto, ma, come ha dimostrato anche successivamente l’autopsia, non l’aveva bevuta. Un punto da chiarire è anche perché, nonostante il procuratore fosse favorevole al suo rilascio, la polizia ha continuato a detenerlo.

Pochi dettagli si conoscono anche sulle sue ultime ore di vita. Lang fu dapprima messo in una “cella per stranieri”, prima di essere trasferito due volte, il 12 settembre, in quelle “comuni”. Il giorno seguente, dopo essere stato picchiato violentemente, è morto. Il documento delle indagini recapitato al legale della famiglia della vittima include le confessioni dei compagni di cella che lo avrebbero picchiato, ma non riporta le testimonianze degli ufficiali di polizia. Una lacuna quanto meno “strana” se si pensa che il pestaggio mortale avveniva all’interno una struttura sorvegliata e che, pertanto, avrebbe dovuto richiamare l’attenzione di qualche agente. “Riguardo al ruolo della polizia, della loro responsabilità su quanto è accaduto, noi non sappiamo nulla” ha detto all’agenzia Mada Masr il legale della famiglia Lang, Raphael Kempf. Eppure, sottolinea ancora il legale Hassan, “gli ufficiali hanno come compito quello di proteggere la vita di coloro che hanno in custodia”.

L’assassinio di Lang ha provocato molta rabbia in Francia e per giorni le relazioni tra Parigi e il Cairo sono rimaste tese. Ma la freddezza tra Parigi e il Cairo – qualora veramente ci sia mai stata pubblicamente – ben presto è stata messa da parte. Ad aprile un sorridente Hollande incontrava in Egitto il suo pari egiziano as-Sisi. In quella circostanza, il presidente francese ha detto di aver discusso del caso Lang con il raiis egiziano. Va da sè, dopo aver firmato numerose reddittizie intese commerciali.

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