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09Giugno2016 Migration Compact: parole e proposte in direzioni opposte

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di Filippo Miraglia
La Commissione Europea ha presentato al Parlamento Europeo la sua proposta sulla gestione delle relazioni con i Paesi Terzi in materia di gestione dei flussi migratori.
Com’è già accaduto in questi ultimi mesi più volte, leggiamo fiumi di parole, grande interesse per le vite umane e per le vittime dei naufragi, dichiarazioni di impegni condivisi dai governi e dalle istituzioni dell’UE sull’accoglienza.
Le proposte concrete però vanno esattamente nella direzione opposta.
Il modello proposto trae ispirazione dal vergognoso accordo con la Turchia e dal Migration Compact del nostro Presidente del Consiglio.
Si punta cioè, come più volte ci hanno spiegato, a scambiare aiuti economici e sostegno politico ai governi dei Paesi d’origine e di transito (qualunque sia il loro comportamento), con politiche di blocco dei flussi.
Si tratta cioè, come abbiamo più volte denunciato, dell’esternalizzazione delle frontiere e dei controlli sui flussi migratori verso l’UE.
Il cinismo pervade l’analisi e soprattutto le proposte: salvare vite umane e gestire i flussi in maniera ordinata, si ripete più volte.
Come?
Regalando miliardi, come già fatto con Erdogan, ai tanti come lui in giro per l’Africa. Chiedendo loro in cambio di fermare le persone che scappano proprio da quei regimi con i quali intendiamo fare accordi.
È il caso dell’Eritrea di Isaias Afewerki (presidente dal 1993), della Gambia di Yahya Jammeh (presidente dal 1994), dell’Egitto di Abd al-Fattah al-Sisi (quel campione dei diritti umani che tutti conoscono!). La lista dei Paesi è lunga: Algeria, Egitto, Eritrea, Etiopa, Costa d’Avorio, Gambia, Libia, Ghana, Guinea, Mali, Marocco, Senegal, Niger, Nigeria, Senegal, Sudan.
Insomma il progetto è ambizioso e il quadro è molto chiaro. Utilizzare fondi per lo sviluppo come ricatto ai paesi di origine e transito: chi più si riprende le persone espulse e meglio coopera al controllo dei flussi migratori, riceverà risorse. E i paesi che non si impegneranno a fare i gendarmi dell’Europa saranno invece penalizzati, in un vero e proprio sistema a punti.
Quella che una volta si chiamava cooperazione allo sviluppo, solidarietà tra i popoli, si trasforma in sostegno ai governi e al lor potere, condizionato dal rispetto delle indicazioni che i governi dell’UE e la Commissione daranno a questi Paesi in materia di gestione dei flussi e delle frontiere.
Fermare il maggior numero di persone che scappano da regimi dittatoriali, da persecuzioni e da guerre. Se riescono a passare i loro confini, bloccarli nei Paesi di transito. Se non muoiono dopo le torture e le violenze dei trafficanti (in Libia e non solo), rimandarli indietro, con il consenso di questi governi.
Non c’è che dire un vero capolavoro di cui la civiltà e la storia europea saranno grati a questi statisti(!).
Dovranno spiegare a chi scappa dalle torture di Al Sisi e della sua polizia, che è giusto finanziare quel governo e che loro, purtroppo, devono sacrificarsi e tornare nelle carceri egiziane, oppure stare zitti e lasciarsi perseguitare in silenzio. Pericolosissimo anche il dialogo che si vuole aprire con una Libia in pieno conflitto con cui l’Europa conta di fare accordi per il controllo delle partenze usando l’Agenzia Frontex.
Una proposta coerente con l’atteggiamento che stiamo tenendo con la Turchia di Erdogan, considerato un esperimento di successo. Con i 6 miliardi erogati nell’ambito di quell’accordo, siamo riusciti a fermare i siriani che scappano dalle bombe, costringendoli spesso a stare anche nelle galere turche o a essere rimandati in Siria.
Non stiamo chiedendo al governo Turco, a quello eritreo o a quello del Gambia, di rispettare i diritti umani e di consentire elezioni democratiche se vogliono il sostegno dell’UE. Al contrario, stiamo sacrificando i diritti umani e qualche secolo di civiltà europea e mondiale in cambio di una proposta con la quale i governi UE, e la Commissione, pensano, forse, di fermare la frana populista, razzista e fascista che sta travolgendo tutti i Paesi.
L’esperienza austriaca è li a dimostrare che si ottiene il risultato opposto.
Ma non importa. I nostri statisti ci riprovano. Pensano di essere più fortunati del capo del governo austriaco, che ha dovuto dimettersi, per il flop del suo partito alle recenti presidenziali.
Meno fortunati saranno certamente tutti quei bambini, quelle famiglie, quelle persone che, in assenza di canali umanitari, programmi di ricerca e salvataggio, e di possibilità d’ingresso sicure e legali, dovranno pagare sempre di più e rischiare sempre di più. E saranno sempre di più, visto che, con i soldi del contribuente europeo, verranno rafforzati proprio quei governi da cui fuggono.

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