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21Giugno2016 Quale Gerusalemme? I piani quasi sconosciuti di Israele. Seconda Parte

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di Nur Arafeh – Al-Shabaka su nena-news.it

Gerusalemme, 16 giugno 2016, Nena News – [Per la prima parte clicca qui]

Sradicare i palestinesi usando la pianificazione urbana

Mentre Israele lavora nel trasformare Gerusalemme in un centro d’affari che attira ebrei e offre loro opportunità di lavoro, i problemi di Gerusalemme Est sono infiniti. Tra questi lo schiacciamento del business palestinese e del settore commerciale, la debolezza del settore educativo e delle infrastrutture. Il risultato del soffocamento del potenziale di Gerusalemme Est può essere visto nell’alto tasso di povertà, con il 75% dei palestinesi di Gerusalemme Est – e l’84% dei bambini – che vivono sotto la soglia di povertà. Inoltre, c’è una crescente crisi identitaria a Gerusalemme Est, in particolare tra i giovani a causa dell’isolamento dal resto dei Territori Occupati, del vacuum istituzionale e di leadership e la perdita di speranza nella possibilità di un cambiamento positivo.

Il Muro è una delle principali misure demografiche che Israele ha preso per garantirsi una maggioranza ebraica a Gerusalemme e per rafforzare i confini politici de facto della città, trasformandola nella più grande in Israele. Il Muro è costruito in modo da permettere a Israele di annettere altri 160 km² di Territori e allo stesso tempo di separare fisicamente oltre 55mila gerusalemiti dalla città. Pianificazione e sviluppo nei quartieri che ora sono al di là del Muro sono estremamenti poveri e i servizi governativi e comunali sono virtualmente assenti, nonostante i palestinesi che vivono in queste aree continuino a pagare la tassa di proprietà, l’Arnona.

La pianificazione urbana è un altro dei principali mezzi geopolitici e strategici usati da Israele dal 1967 per stringere la morsa su Gerusalemme e ridurre l’espansione urbana dei palestinesi come parte del suo sforzo di giudaizzare la città. Per questo è il cuore del 2020 Master Plan, che vede Gerusalemme come unità urbana unica, centro metropolitano e capitale di Israele. Uno degli obiettivi principali del piano è “mantenere una solida maggioranza ebraica in città” incoraggiando colonie ebraiche a Gerusalemme Est e riducendo la migrazione negativa. Tra le altre cose, il piano mira a costruire unità abitative economiche in quartieri ebraici già esistenti e in quartieri nuovi. Inoltre immagina il collegamento delle colonie israeliane in Cisgiordania geograficamente, economicamente e socialmente a Gerusalemme e Tel Aviv.

Il piano del 2020 riconosce la crisi abitativa sofferta dai palestinesi, le infrastrutture inadeguate nei quartieri palestinesi e la carenza di servizi pubblici forniti. Per questo prevede l’addensamento di villaggi e quartieri urbani esistenti, la ristrutturazione del campo profughi di Shuafat, che cade dentro i confini municipali definiti da Israele, e l’implementazione di progetti infrastrutturali.

Tuttavia, sebbene in superficie sembri che il piano dia uguale attenzione alle aree palestinesi, è in effetti discriminatorio. Non tiene in considerazione il tasso di crescita palestinese a Gerusalemme Est e la scarsità di case accumulate. Riconosce solo 2.300 dunam (2.3 km²) per la costruzione palestinese contro i 9.500 per ebrei israeliani. Inoltre la maggior parte delle unità abitative proposte per i palestinesi si trovano nelle zone nord e sud di Gerusalemme, invece che nella Città Vecchia, dove la crisi abitativa è più acuta e l’attività coloniale più intensa.

Inoltre il 62.4% dell’aumento nelle costruzioni ebree israeliane si realizzerà attraverso l’espansione e la creazione di colonie, quindi incrementando il controllo territoriale. Al contrario, oltre la metà, il 55.7%, di nuove case per i palestinesi si realizzerà attraverso l’accumulo in aree già urbanizzate, attraverso un’espansione verticale.Mentre i palestinesi tendono ad avere un’alta densità abitativa e costruiscono ad una densità minore della media, gli ebrei israeliani hanno una densità minore ma costruiscono a densità maggiori della media.

Inoltre, le proposte del piano per affrontare la crisi abitativa a Gerusalemme Est rimarranno molto probabilmente inchiostro sulla carta a causa delle barriere alla loro implementazione. Infatti numerose precondizioni devono essere realizzare prima che le autorità israeliane rilascino i permessi di costruzione, compresi un adeguato sistema stradale (i permessi per edifici di sei piani dipendono da una distanza di accesso alle strade di almeno 12 metri); spazi di parcheggio; reti fognarie; edifici pubblici e istituzioni. I palestinesi non hanno il controllo di questi requisiti che sono responsabilità del Comune. Non c’è bisogno di spiegare come questo renda estremamente difficile per i palestinesi costruire nuove case. Il piano inoltre non tiene conto della mancanza di aule scolastiche, strutture mediche, aree commerciali e altre istituzioni pubbliche necessarie a gestire la domanda della crescente popolazione palestinese.

La presenza palestinese a Gerusalemme e lo sviluppo dei quartieri palestinesi sono estremamente limitate dall’impegno del piano a “portare avanti con severità le leggi di pianificazione e costruzione per impedire il fenomeno delle costruzioni illegali”. Tuttavia, solo il 7% dei permessi di costruzione a Gerusalemme sono stati rilasciati a dei palestinesi negli ultimi anni. La discriminazione di Israele nel rilasciarli, combinata all’alto costo dei permessi (circa 30mila dollari, secondo le informazioni raccolte dall’autrice), costringe molti palestinesi a costruire illegalmente.

I palestinesi sono discriminati anche quando si tratta di mettere in pratica questi regolamenti. Secondo un rapporto dell’International Peace and Cooperation Center, il 78.4% delle violazioni tra il 2004 e il 2008 sono state commesse a Gerusalemme Ovest, contro le 21.5% di Gerusalemme Est. Eppure solo il 27% delle violazioni a Gerusalemme Ovest sono state oggetto di ordini di demolizioni, contro l’84% a Gerusalemme Est.

Inoltre, insieme all’impatto emozionale e all’instabilità causata della demolizione delle proprie case, alla perdita di investimenti e di beni personali, i palestinesi devono pagare multe “per costruzione illegale” al Comune israeliano per coprire i costi della distruzione degli edifici, un’ingente entrata nelle case comunali. L’Ocha (agenzia Onu) stima che tra il 2001 e il 2006 il Comune ha raccolto annualmente 25.5 milioni di shekel (circa 6.5 milioni di dollari) per costruzioni illegali.

Il 2020 Master Plan è un piano politico che usa la pianificazione urbana come mezzo per garantire il controllo demografico e territoriale ebraico sulla città. Il piano sostiene “la segregazione spaziale dei vari gruppi di popolazione nella città” e la considera come “un reale vantaggio”. Punta a dividere Gerusalemme in diversi distretti di pianificazione basati sull’affiliazione etnica in cui nessuna area metta insieme palestinesi e ebrei israeliani.

È importante notare che le istituzioni statali non sono le uniche coinvolte nella giudaizzazione di Gerusalemme. Organizzazioni non governative e organizzazioni religiose prendono parte alla ristrutturazione dello spazio urbano. L’organizzazione di destra Elad, ad esempio, ha come obiettivo principale la colonizzazione ebraica del quartiere palestinese di Silwan e gestisce siti turistici e archeologici: in particolare a Silwan – quello che chiamano “La Città di David” – Elad tenta di fare di Gerusalemme una città ebraica in cui la storia e il patrimonio ebraico sia predominante attraverso lo sradicamento della presenza fisica dei palestinesi e della loro storia. Elad impiegava 97 lavoratori a tempo pieno nel 2014 e, secondo Haaretz, ha ricevuto donazioni per oltre 115 milioni di dollari tra il 2006 e il 2013, diventando così una delle più ricche Ong israeliane. Un’altra organizzazione coinvolta nel cambiamento della composizione demografica di Gerusalemme è Ateret Cohaim, che punta a creare una maggioranza ebraica nella Città Vecchia e nei quartieri palestinesi di Gerusalemme Est.

Israele usa anche la legge come tattica di sradicamento dei palestinesi e di appropriazione delle loro terre per garantirsi sovranità e controllo su Gerusalemme. Il 15 marzo 2015 la Corte Suprema israeliana ha attivato la legge della Proprietà degli Assenti. Questa legge è stata emessa nel 1950 con l’obiettivo di confiscare le proprietà dei palestinesi che sono stati espulsi durante la Nakba del 1948. È stata utilizzato come “base legale” per trasferire le proprietà dei palestinesi rifugiati nelle mani del neonato Stato di Israele. Dopo il 1967 Israele ha applicato la legge a Gerusalemme Est, permettendo così l’appropriazione delle proprietà dei gerusalemiti la cui residenza era stata individuata fuori dalla Palestina. È stata poi riattivata nel 2015 garantendo a Israele la confisca delle proprietà di palestinesi di Gerusalemme Est che oggi vivono in Cisgiordania, considerandola “proprietà di assenti”.

Mentre i palestinesi non possono reclamare le proprietà perse nel 1948 e nel 1967 in quella che oggi è Gerusalemme Ovest, la Corte Suprema ha emesso una sentenza a favore dei coloni israeliani che hanno ottenuto le case che l’Unwra (agenzia Onu per i rifugiati palestinesi) aveva distribuito ai palestinesi fuggiti da Gerusalemme Ovest e da Israele nel 1948. In altre parole, la Corte Suprema compie una discriminazione nel momento in cui applica questa legge agli ebrei che rivogliono indietro le proprietà che possedevano prima del 1948, ma non ai palestinesi.

Un’altra legge controversa e pericolosa è la legge della Terza Generazione che prende di mira le proprietà affittate prima del 1968 e che in teoria sono protette per legge. Secondo la nuova normativa, il periodo di protezione termina con la morte della terza generazione di affittuari palestinesi facendo tornare l’uso al proprietario originario, per lo più ebrei che le possedevano prima del 1948. Secondo Khalil Tufakji, oltre 300 palestinesi rischiano di essere sfrattati dalle proprie case. Solo a Silwan 80 ordini della corte minacciano di sfratto centinaia di persone. Nena News

[continua]

*Traduzione a cura della redazione di Nena News

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