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28Giugno2016 Abdelrahman Mansour in visita in Italia

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Sarà a Roma dal 4 al 6 luglio, ospite dell’Arci. Il suo nome è Abdelrahman Mansour, ed è un attivista egiziano per i diritti e la democrazia.

E’ un blogger, ed è stato co-amministratore di “We are all Khaled Said”, la più grande pagina politica su Facebook di tutto il Medio Oriente.

Quella pagina promosse e diffuse l’appello per la mobilitazione del 25 gennaio 2011 – la grande ondata di manifestazioni e proteste popolari che portò alla caduta del dittatore Mubarak.

Dopo la presa del potere da parte dei militari e del generale Al-Sisi, Aldelrahaman si è trasferito negli USA, dove studia all’Università dell’Illinois.

Queste sono le parole con cui lui stesso presenta le ragioni della sua visita in Italia, durante la quale avrà incontri istituzionali, con la società civile e la stampa:

L’aumento senza precedenti della repressione di Stato e della violenza in Egitto nei mesi recenti, che ora colpisce anche cittadini europei, ha ricevuto da febbraio una crescente attenzione.

Anche io sostengo la richiesta per una inchiesta indipendente ed imparziale per il rapimento, la tortura e l’omicidio di Giulio Regeni. I suoi assassini, per la legge e la Costituzione egiziana, dovrebbero essere chiamati rispondere dei loro crimini.

Questo caso è emblematico delle gravi violazioni dei diritti umani che stanno avvenendo nel paese, e che vanno di pari passo alla crisi di governance del paese. Il caso di Giulio Regeni è una delle numerose dimostrazioni di come il regime egiziano sia incapace di stabilizzare il paese a livello politico, economico e della sicurezza.

Ci sono migliaia di casi analoghi a quello di Giulio. Il regime attuale ha esercitato una vasta repressione di Stato contro ogni forma di dissenso pacifico in Egitto – mentre l’impunità delle forze di sicurezza per i crimini di sparizione forzata, tortura e uccisioni extra-giudiziarie continuano su base quotidiana.

Queste politiche pericolose alimentano il dissenso, la frustrazione e la rabbia di migliaia di egiziani contro lo Stato. Il risultato è che i settori emarginati della popolazione sono esposti alla radicalizzazione, diventando così una base ampia per il reclutamento da parte dei movimenti estremisti: e questo diminuisce la capacità dell’Egitto di mettere un freno alla crescita del terrorismo.

Molte questioni importanti sono in gioco. E’ urgente che tutti i partners occidentali dell’Egitto, pubblici e privati, facciano pressione sulle autorità egiziane affinché si fermino le politiche repressive che alimentano la radicalizzazione e la violenza politica, aggravando l’insicurezza e la destabilizzazione dell’Egitto.

Nell’instabile contesto regionale, questo trend è semplicemente troppo pericoloso per essere ignorato. L’Egitto può diventare un incredibilmente fertile terreno per il terrorismo.

Sfortunatamente, l’attuale regime non è stato in grado di realizzare nessuno sviluppo economico capace di dissuadere molti dei suoi cittadini a lasciare il paese e cercare una vita altrove. Insieme ai continui strappi alla legalità, l’impunità colpisce anche l’economia e la politica: l’Egitto sta attraversando una crisi di governance in cui il fallimento delle politiche economiche è aggravato dalla tolleranza verso la corruzione rampante, che crea crescenti disordini e agitazioni.

Credo che l’Italia possa giocare un ruolo chiave in questa dinamica, visto il suo ruolo di partner influente dell’Egitto.”

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