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15Luglio2016 Filippo Miraglia: “Rompiamo la spirale che alimenta il terrorismo”

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Le parole di Filippo Miraglia, presidente di ARCS, sulle vicende di Nizza

La follia omicida e il terrore internazionale hanno colpito ancora nel cuore dell’Europa, con un obiettivo simbolico forte: sconvolgere la vita dei francesi e degli europei il giorno della festa nazionale più importante per la storia della democrazia e dei diritti umani. Quel giorno che per tutti noi vuol dire Libertà, Uguaglianza e Fraternità.

Le reazioni dei francesi, almeno quelle che possiamo leggere e sentire dall’Italia, sul web e sui mezzi di comunicazione, sono tutte improntate al sentimento collettivo di appartenenza alla Repubblica, ai principi della democrazia contro la cultura del terrore. Il tema della sicurezza, nonostante lo stato di emergenza prorogato dal Presidente Hollande, non sembra essere l’elemento centrale dell’intervento delle istituzioni.

Da una parte, il terrorismo vuole convincere gli europei e i governi dell’UE che la guerra può essere portata a casa nostra. Dall’altra, chi cerca di trovare spiegazioni che aiutino a risolvere le tragedie di fronte alle quali ci troviamo, è accusato di buonismo e di essere fuori dal mondo. Ma le reazioni di chiusura e di intolleranza, le parole che inondano i social network di odio, hanno bisogno di risposte responsabili e di verità.

Chi predica odio e alimenta la paura propone soluzioni impraticabili: impedire ai musulmani di entrare negli Stati Uniti, come dice Trump, o impedire ai rifugiati di mettersi in salvo. Risposte d’odio che servono solo ad alimentare il razzismo già dilagante. Come se per sconfiggere la mafia qualcuno avesse proposto il carcere preventivo per tutti gli italiani o di circondare la Sicilia con il filo spinato. Si dimentica che le principali vittime di questa violenza e cultura di morte sono di religione islamica (così come Falcone, Borsellino e quasi tutti i poliziotti uccisi dalla mafia erano siciliani).

L’origine di questa follia (non l’unica purtroppo, visto che oltre ad ISIS ci sono altre organizzazioni terroristiche di matrice religiosa a livello internazionale) è un esercito oggi in guerra tra Siria e Iraq. Se la comunità internazionale e la classe dirigente dei Paesi protagonisti in quel conflitto, direttamente o indirettamente, non si impegnano energicamente per bloccare il traffico di armi, l’acquisto di petrolio proveniente dai pozzi controllati da Daesh e i rapporti d’affari con i terroristi, non si può parlare seriamente di lotta al terrorismo. La follia omicida si presenterà ancora, anche nelle nostre città.

Una classe dirigente responsabile e all’altezza dell’attacco che il genere umano sta subendo dalle organizzazioni criminali, che usano la religione per giustificare il terrorismo, dovrebbe impedire a Daesh di poter comprare armi e vendere petrolio, così come di ricevere aiuto e sostegno da alcuni Paesi arabi. Solo facendo mancare loro le risorse e tagliando i legami di interesse si potranno sconfiggere e, quindi, evitare che la rabbia e l’ideologia dello scontro di civiltà si propaghino ancora.

Il ricorso a predicatori e parole d’odio, le soluzioni e le spiegazioni che accusano in maniera generalistica, anche implicitamente, persone che appartengono ad un gruppo religioso, ad un Paese o una condizione sociale, servono solo a aumentare il rischio che l’Europa e il mondo intero tornino in una fase di oscurantismo e violenza diffusa.

Dire che i musulmani moderati devono prendere le distanze o scendere in piazza contro il terrorismo, cosa che peraltro hanno già fatto abbondantemente in tutta Europa, alimenta l’idea che la responsabilità delle violenze sia di chi pratica una religione o di chi è nato in un determinato Paese. Analisi e risposte ingiuste, sbagliate, nocive, di cui non sentiamo il bisogno.

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