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19Luglio2016 Aiuto allo sviluppo: a che punto è l’Italia?

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da lastampa.it

Aumentare le risorse per la cooperazione, con l’obiettivo di fare dell’Italia il quarto donatore tra i Paesi del G7 entro il 2017 e poter così confermare entro il 2020 il raggiungimento della quota dello 0,3% in rapporto al Pil, magari anche superandola. Sono questi gli impegni assunti in modo chiaro dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi, esattamente un anno fa, in occasione della Conferenza sui finanziamenti per lo sviluppo di Addis Abeba.

Una sfida fondamentale, sia che si guardi in avanti verso il 2017, anno in cui l’Italia ospiterà il G7, sia che ci si giri indietro verso i passi avanti fatti nell’ultimo anno a livello internazionale. Dopo il summit di Addis Abeba infatti è arrivata finalmente l’approvazione dell’Agenda 2030 che definisce 17 obiettivi di sviluppo sostenibile economico, sociale e ambientale a cui tutti i paesi, senza distinzione, sono chiamati a lavorare per garantire un futuro al pianeta.

Ma a che punto è oggi l’impegno italiano sull’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS), dopo le promesse di un anno fa? I segnali sono incoraggianti. Secondo i dati comunicati dall’OCSE (l’organizzazione dei principali paesi donatori), il nostro Paese ha registrato infatti un aumento delle risorse destinate alla cooperazione, passando dallo 0,16% allo 0,21% del Pil.

Un dato sicuramente positivo che potrebbe rappresentare un primo passo per permettere all’Italia di diventare il quarto Paese donatore del G7. Anche se, secondo le stime di Oxfam (stando agli ultimi dati pubblicati ad aprile dall’OCSE e senza tener conto di possibili variazioni nei trend di crescita o riduzione degli altri Paesi donatori, così come delle variabili macroeconomiche di contesto), per centrare l’obiettivo sarebbe necessario superare la quota dello 0,28% del Pil, entro il prossimo anno.

 

VERSO LA PROSSIMA LEGGE DI BILANCIO: IN GIOCO LA CREDIBILITÀ DELL’ITALIA

Per il nostro paese continuare il percorso di riallineamento a partire dalla prossima legge di bilancio diviene quindi un passo decisivo, sia per rafforzare la credibilità dell’Italia in Europa e nel mondo, sia per dare sostanza alla nuova legge sulla cooperazione, che oltre ad essere in una fase di faticosa applicazione, necessita di nuove risorse per entrare a regime.

Ma c’è anche un altro punto importante su cui mantenere alta la guardia: la qualità e l’efficacia delle risorse stanziate. L’Aiuto Pubblico allo Sviluppo è composto infatti da molte voci, tra questi vi sono anche finanziamenti per le agenzie internazionali, le banche di sviluppo, crediti di aiuto. Sono tutte componenti utili, ma occorre non perdere di vista l’obiettivo centrale, ossia la lotta alla povertà sostenendo nei Paesi la definizione di politiche e la realizzazione di interventi efficaci nel quadro dell’Agenda 2030. In questa direzione, la cosiddetta cooperazione «a dono», ossia quella componente più solidale dell’aiuto perché solitamente indirizzata a sostenere l’accesso ai servizi di base per le fasce di popolazione più vulnerabili, deve poter contare su risorse certe, continue e crescenti all’interno dell’APS per potersi concentrare su quei settori nevralgici, in grado di realizzare l’uscita dalla povertà estrema di milioni di persone. Un obiettivo cruciale, dato che ancora oggi 1 persona su 7 nel mondo si trova in questa condizione. Per raggiungerlo è necessario quindi agire prima di tutto in un numero definito di aree e paesi dell’Africa e del Mediterraneo, così come deciso anche dall’Italia, scegliendo di dare priorità all’erogazione dei servizi essenziali e allo sviluppo dei settori chiave per i paesi in via di sviluppo: cibo e agricoltura, acqua, salute, istruzione.

 

L’AIUTO ALLO SVILUPPO NON PUÒ DIVENTARE «MERCE DI SCAMBIO»

Ci sono infine due altri rischi assolutamente da evitare, che pongono al centro del dibattito sull’APS la gestione dei flussi migratori: l’uso di risorse chiave per la lotta alla povertà nella gestione dell’emergenza rifugiati come una sorta di «merce di scambio» con i paesi in via di sviluppo.

Negli ultimi 12 mesi infatti, accanto agli impegni assunti nei diversi summit che si sono succeduti, abbiamo purtroppo assistito al dispiegarsi di molteplici fattori di crisi: dalla Siria, ai conflitti africani, fino alla drammatica crisi dei rifugiati, che ha attraversato e sconvolto il Mediterraneo. Una serie di sfide a cui l’Europa, alle prese con una crisi profonda che mina il suo stesso futuro, non ha saputo finora rispondere in modo adeguato.

Uno scenario, quello posto della crisi dei rifugiati, di fronte a cui l’APS rischia quindi di essere minacciato nella sua natura e nei suoi scopi. Sono sempre di più i paesi donatori, soprattutto europei, che tendono a dirottare risorse destinabili all’azione contro la povertà nei paesi in via di sviluppo per coprire invece i costi di accoglienza dei rifugiati all’interno dei propri confini, utilizzandole in modo improprio per politiche di assistenza o integrazione assolutamente necessarie ma che andrebbero coperte con altre voci di bilancio. La stessa Italia, pur impegnata in prima linea in un’azione umanitaria straordinaria, registra un aumento delle spese per i rifugiati che quest’anno ha toccato il 25% del proprio APS.

Nel frattempo si va affermando una tendenza a quello che potremmo definireil rischio di «securizzazione dell’aiuto». Fatto di condizionalità verso i paesi in via di sviluppo, in cambio della promessa, peraltro illusoria, di trattenimento di persone che fuggono dalla povertà e dalla fame. Accordi che, come con il più recente tra UE e Turchia, rischiano da un lato di cancellare il valore positivo della cooperazione, violando in alcuni casi i principi fondamentali di protezione umanitaria, e dall’altro di riconoscere come aiuti allo sviluppo, il controllo delle frontiere e il rafforzamento degli apparati repressivi di paesi non democratici, che spesso rappresentano la causa stessa delle migrazioni forzate.

Da qui l’appello di Oxfam al Presidente Renzi e al governo italiano come paese ospitante del prossimo G7 e neo componente del Consiglio di sicurezza dell’ONU a dimostrarsi coerente con gli impegni assunti, agendo con ancora più determinazione in Europa e in tutte le sedi internazionali per difendere la ragione della cooperazione e la qualità dell’APS.

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