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26Gennaio2017 365 giorni senza Giulio e senza verità

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nena-news.it

Un anno fa alle 19.41 del 25 gennaio 2016, quinto anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir, Giulio Regeni scompariva. Per giorni nessuna notizia in merito alla sparizione del giovane ricercatore italiano emerse sulla stampa. Fino al 3 febbraio: il corpo massacrato, violentato da torture indicibili tanto da renderlo irroconoscibile, veniva ritrovato semi nudo, con addosso una coperta militare, in un fosso lungo la superstrada tra Il Cairo e Alessandria.

Lì finiva il calvario di Giulio e cominciava quello della sua famiglia e della società civile italiana, improvvisamente catapultata di fronte ad un regime brutale che su sparizioni forzate, torture e omicidi extragiudiziali fonda il suo potere. L’Italia scoprì l’Egitto del golpista al-Sisi e le ceneri di piazza Tahrir. Erano pochi all’epoca, per lo più agenzie indipendenti come la nostra, a raccontare quanto stava avvenendo in Egitto dopo il golpe del 3 luglio 2013.

Lo sapeva bene anche Giulio, per questo aveva scelto di condurre la sua ricerca di dottorato al Cairo tra i sindacati indipendenti egiziani, realtà sorte durante la rivoluzione e diventate spina dorsale del movimento per la democrazia. Anche per questo molti di noi, giovani giornalisti, ricercatori, freelance, lo sentono tanto vicino. Per questo ci colpisce con durezza l’ultimo video pubblicato che per la prima volta ci mostra il suo volto fuori da una semplice fotografia e ci fa sentire la sua voce.

I mesi che ne sono seguiti sono stati caratterizzati da chiari depistaggi e  insabbiamenti delle indagini. Fino ad un paio di giorni fa con la pubblicazione del video girato dal capo dei sindacati ambulanti, Mohammed Abdallah, che vuole – a nostro parere – sviare ancora le indagini individuando un unico capro espiatorio.

Ma non emerge solo questo da 365 giorni senza verità. Emerge anche la doppiezza della diplomazia italiana che prosegue sulla via della normalizzazione dei rapporti con un paese che ha istituzionalizzato la repressione delle voci critiche e affamato la popolazione egiziana. Vuoi per la partecipazione egiziana alla lotta al terrorismo di matrice islamista, vuoi per il ruolo che gioca in Libia, vuoi per la questione migranti. O magari per le oltre 140 aziende italiane attive in Egitto, per una bilancia commerciale da 5 miliardi l’anno, o per i contratti miliardari stipulati da Edison e Eni, il gigante energetico che controlla buona parte delle risorse petrolifere del paese.

Ad alzare la voce resta la società civile egiziana che non ha mai dimenticato Giulio e lo abbraccia come un suo figlio, quella italiana che insiste nel tenere alta l’attenzione e soprattutto la famiglia Regeni, pilastro di dignità e forza, devastata da un dolore inimmaginabile ma ferma nel pretendere verità per suo figlio.

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