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02Febbraio2017 ISRAELE. Evacuazione di Amona: nuova colata di cemento per placare la rabbia dei coloni

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da nena-news.it

L’evacuazione dell’avamposto illegale di Amona è iniziata. Almeno sei persone sono rimaste ferite negli scontri  tra i dimostranti e le forze dell’ordine. 10 i manifestanti arrestati. Il portavoce della polizia Micky Rosenfeld ha detto che gli agenti stanno operando “attentamente e lentamente”. Due poliziotti sono rimasti leggermente feriti nei tafferugli con i dimostranti.

I manifestanti giunti in sostegno dei residenti di Amona, intanto, hanno formato una muro umano contro la polizia e hanno intonato slogan come “gli ebrei non espellono altri ebrei”. Altri attivisti di estrema destra si sono radunati nelle case pregando, cantando canzoni religiose e danzando. Alcuni settler hanno deciso di resistere allo sgombero senza compiere violenze. Altri si sono incatenati a oggetti pesanti e hanno chiuso le porte.

Intanto alla Knesset il leader di Casa Ebraica, Naftali Bennet, promette: “A causa di quanto accaduto ad Amona, costruiremo parchi giochi per i bambini in Giudea e Samaria (la Cisgiordania, ndr). In seguito alla sconfitta legale, imporremo nuove regole e legalizzeremo tutte le comunità in Giudea e Samaria. A causa di questa dolorosa perdita, cercheremo di imporre la sovranità dello stato d’Israele su tutta la Giudea e Samaria [Cisgiordania, ndr]”.

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di Roberto Prinzi

Roma, 1 febbraio 2017, Nena News – Sono ore di tensione quelle che si stanno vivendo nell’avamposto israeliano illegale di Amona (Cisgiordania occupata palestinese). Migliaia di soldati e poliziotti dello stato ebraico sono accorsi stamane all’alba nell’insediamento e attendono l’ok definitivo per evacuarlo. Ad affrontarli centinaia di residenti e manifestanti infuriati: alcuni di loro avrebbero scagliato pietre contro le forze armate mentre altri avrebbero dato fuoco ad alcuni pneumatici all’entrata dell’insediamento. Sulla collina dell’avamposto, invece, alcuni settler hanno rotto delle mattonelle, raccolto mazze di metallo e grossi massi e hanno eretto delle barricate in modo da rallentare l’operato dei militari. Altri attivisti, scrive la stampa locale, hanno preferito riunirsi nelle case cantando canzoni religiose e danzando. Il quotidiano Ha’aretz riferisce che i residenti avrebbero chiesto a chi è giunto sul posto per manifestare solidarietà nei loro confronti di evitare la violenza, ma di rendere “l’evacuazione molto difficile”.

Amona è il più grande dei circa 100 avamposti “non autorizzati” da Tel Aviv in Cisgiordania, ma tuttavia tollerati dai vari esecutivi israeliani. Del suo sgombero se ne parla da tempo: già nel 2014, infatti, la Corte Suprema israeliana decretò che l’avamposto era stato costruito su terra privata palestinese e che pertanto doveva essere demolito.Le date della sua rimozione sono via via cambiate in questi anni e l’ultima stabilita dalla Corte è l’8 febbraio. Ieri però, in anticipo con i tempi, l’esercito israeliano ha ordinato ai residenti di lasciare l’area entro 48 ore mandando su tutte le furie i suoi residenti. Scontri tra settler ed esercito israeliano non sono nuovi qui: nel 2006 la polizia israeliana rase al suolo nove case scatenando le proteste dei locali. Per quanto piccolo (ad Amona abitano circa 250 persone), l’insediamento è diventato il simbolo della lotta del movimento dei coloni e dell’estrema destra israeliana e, ad un livello più ampio, emblema delle pratiche di occupazione d’Israele in terra palestinese. Considerata dunque l’importanza che ha assunto nell’immaginario dell’estremismo ebraico, non deve stupire la forte solidarietà che la comunità ha incassato in queste settimane da parte di molti israeliani.

Anche ieri sera decine di attivisti sono arrivati nell’avamposto “per resistere” all’azione dei soldati contro i residenti. “Questo è un giorno nero per noi, per il sionismo, per lo stato e per la grande visione di un popolo ebraico che torna nella sua patria” ha detto al Canale 2 israeliano, Avichay Buaron un portavoce della comunità. Il sostegno per i settler non giunge solo dalle forze locali ed extraparlamentari: non sono infatti poche le voci all’interno della coalizione di Netanyahu che si oppongono fortemente all’evacuazione al punto da minacciare una crisi governativa se essa verrà implementata. Tra i più riottosi vi sono i nazionalisti religiosi del partito “Casa Ebraica” (il megafono delle istanze dei coloni) che da tempo accusano il premier di non essersi opposto nettamente al suo sgombero.

Netanyahu – che per la verità non è molto diverso ideologicamente dai suoi detrattori – ha provato a fare in questi mesi l’equilibrista cercando una situazione di compromesso tra l’elettorato dei settler e la sentenza della Corte suprema israeliana. La sua scelta a favore della “legalità” non deve trarre in inganno perché è stata puramente demagogica: contemporaneamente ha annunciato migliaia di nuove unità abitative illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme est, territori che per il diritto internazionale dovrebbero far parte del futuro stato di Palestina. L’intento di “Bibi” è chiaro: da un lato placare la rabbia all’interno del suo schieramento per quanto accadrà a Amona. Dall’altro, invece, continuare l’opera di colonizzazione della Cisgiordania. Gli obiettivi sono lampanti: costruire soprattutto nei grandi insediamenti coloniali che nelle intenzioni del primo ministro (e della sua coalizione) saranno prima o poi annessi ad Israele; dividere in due tronconi la Cisgiordania (rendendo sempre più impossibile un futuro stato palestinese dotato di contiguità territoriale); inglobare più ettari possibili di Gerusalemme, la “capitale” dello stato ebraico, de-palestinesizzandola il più possibile attraverso demolizioni (di case “illegali”), espulsioni, spoliazioni e nuove costruzioni (ebraiche).

Nelle ore in cui Amona è sul punto di essere sgomberata, ecco che il premier prova a indossare anche i panni del pompiere. E così, insieme al suo xenofobo ministro della difesa Lieberman, ha approvato ieri la costruzione di altre 3.000 case in Cisgiodania (700 a Alfei Menashe, 650 a Beitar Illit, 650 a Beit Arye, 200 a Nofim, 150 a Nokdim, 100 a Shilo, 100 a Karnei e Shomron e 100 a Metsudot Yehuda). Altre perché soltanto la scorsa settimana Tel Aviv aveva già annunciato l’edificazione di 566 unità abitative a Gerusalemme est e 2.500 sempre in Cisgiordania. Una colata di cemento in terra palestinese eccezionale in termini numerici che se non rappresenta un record, davvero poco ci manca. A dare manforte ai piani della sua coalizione è anche la consapevolezza che ora alla Casa Bianca c’è Donald Trump. Il neo-presidente ha infatti comunicato in più occasioni che abbandonerà le politiche dei suoi predecessori e sarà molto più vicino ai coloni.

Parole che hanno ringalluzzito il premier che con l’ex amministrazione Usa aveva avuto più di uno scontro (ma gli aiuti economici e politici non sono mai mancati, anzi i primi sono perfino aumentati). Dichiarazioni che sono state subito tradotte in realtà: il nuovo ambasciatore statunitense nello stato ebraico sostiene apertamente il movimento dei settler ed una delegazione di coloni è stata invitata alla festa di insediamento del neo presidente il 20 gennaio scorso. Senza poi dimenticare le parole di Trump a favore di un trasferimento dell’ambasciata del suo Paese da Tel Aviv a Gerusalemme. Un passo che non è una pura formalità dettata da scelte paesaggistiche: lo spostamento vorrebbe dire legittimare la città come capitale dello stato ebraico (in barba al diritto internazionale) trascurando, va da sé, il suo carattere palestinese.

Il tentativo di Netanyahu di calmare la rabbia delle forze estremiste del suo governo con nuovo cemento sembrerebbe per ora non ripagare. Intervistato dal Canale 2 della televisione israeliana, il parlamentare Bezalel Smotrich (Casa Ebraica) ha detto che “c’è un grande dolore e una forte delusione. Loro [Netanyahu, chi lo sostiene nel governo e l’esercito, ndr] stanno sradicando una comunità in Israele. E’ una cosa terribile”. Smotrich, già noto per dichiarazioni scioccanti e profondamente razziste nei confronti dei palestinesi, ha poi paragonato l’evacuazione di Amona allo stupro di una donna: “Quando qualcuno stupra una donna, fa male. Quello che loro stanno facendo è uno stupro brutale. Stanno rimuovendo persone innocenti dalle loro case” ha detto al portale israeliano Ynet. Casa Ebraica sa che ad Amona si sta giocando una partita molto importante: in gioco non c’è solo il destino di una piccola comunità di coloni da “difendere”, ma la legittimazione politica: diventare sempre di più la forza che guida il Paese.

Un desiderio non impossibile, nonostante sia ancora ampio il divario tra il Likud e Casa ebraica a livello di seggi parlamentari. Del resto da anni il Paese sta virando sempre più a destra e nel lungo periodo ciò potrebbe portare sempre più israeliani a vedere nell’oltranzismo dei nazionalisti-religiosi una forza più affidabile per la difesa della “nazione ebraica”. Senza dimenticare poi che da mesi il premier è incalzato da vari problemi di natura giudiziaria che, secondo i sondaggi, stanno erodendo anche la stessa credibilità del suo partito. L’importanza della battaglia politica in corso ad Amona è testimoniata dalla folta rappresentanza di parlamentari di Casa Ebraica nell’insediamento: al di là di Smotrich, infatti, sono presenti anche il ministro dell’Agricoltura Uri Ariel e la parlamentare Shuli Muallem. Ma anche Oren Hazan del Likud, la compagine politica del premier. A dimostrazione del fatto che i confini tra il “partito dei coloni” e quello di Netanyahu sono ben più sfumati di come a prima vista potrebbe apparire.

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