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23Febbraio2017 Le nuove forme di colonialismo

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di Filippo Miraglia

L’UE e il nostro Governo stanno progressivamente accentuando le politiche di esternalizzazione delle frontiere nel duplice obbiettivo di impedire alle persone in cerca di protezione di arrivare sul territorio italiano, come la nostra Costituzione (ex.art10) e la legislazione nazionale che deriva dalle direttive europee impongono,  scaricando su altri Paesi l’onere di accogliere,  e quello di aumentare il numero di espulsioni e respingimenti. Le politiche di esternalizzazione si concretizzano attraverso diverse azioni e iniziative tanto su scala bilaterale, attraverso l’azione dei singoli Stati Membri che, su scala multilaterale che vedono le istituzioni europee trattare direttamente con i paesi di origine e transito L’Italia da questo punto di vista sta svolgendo un ruolo importante di capo fila delle politiche di esternalizzazione, sia attraverso accordi bilaterali con Paesi di origine e di transito dei flussi migratori, sia nel dibattito europeo su questi temi, attraverso un uso distorto e strumentale delle attività connesse alla Cooperazione per lo sviluppo.

L’accordo tra UE e Turchia è stato il primo degli accordi operativi che ha di fatto chiuso la via principale d’accesso all’UE dei gruppi più importanti di richiedenti asilo (Siria, Afhanistan e Iraq) dopo un anno, il 2015, di relativa apertura. Quell’accordo della vergogna, fatto con un governo che viola palesemente i diritti umani e non garantisce alcuna tutela delle persone provenienti da Paesi in guerra, come quelli su citati, è diventato l’esempio sulla base del quale si stanno promuovendo altri accordi multi e bilaterali per chiudere il secondo più importante canale d’ingresso all’UE, che è il mediterraneo centrale con partenze dalla Libia.

Questo è stato l’oggetto dell’ultimo summit tenutosi a Malta, che ha in questi mesi la presidenza del Consiglio Europeo, lo scorso 3 febbraio.

Sempre di più questi summit discutono di come bloccare i flussi migratori e di come respingere e rimpatriare i pochi che riescono a passare vivi da quel cimitero che è oramai diventato il Mediterraneo.

Il ricorso crescente a fondi e strumentazione che fino a poco tempo fa erano utilizzati per la cooperazione allo sviluppo, fa si che questo ambito di intervento contro gli squilibri e le ingiustizie mondiali, venga ancora una volta indirizzato verso gli interessi dei Paesi ricchi, in totale sfregio di tutti i principi di solidarietà e cooperazione contenuti nelle costituzioni e nella legislazione internazionale,

Ad aggravare questa vergognosa tendenza delle politiche nazionali ed europee c’è l’assoluta assenza di qualsiasi attenzione ai governi con i quali si fanno questi accordi.

È utile ricordare ad esempio che il capo della Polizia italiana ha siglato nella scorsa estate un accordo con il suo omologo sudanese, dove il capo del governo è oggetto di un doppio mandato di cattura internazionale della Corte dell’AJA per crimini contro l’umanità nel Darfur.

Allo stesso tempo si sta tentando di sperimentare una politica di reinsediamento al contrario: dai Paesi europei, dove c’è più ricchezza e maggiori certezze per la sicurezza delle persone in cerca di protezione, ai Paesi del nord e centro africa, che già sopportano la maggior parte del peso relativo alle persone sfollate, ai profughi e rifugiati di tutto il mondo e che hanno certamente un livello di ricchezza e sicurezza di gran lunga inferiore a quello dei Paesi dell’UE.

Insomma attraverso le politiche di controllo dei flussi migratori e un uso sempre più distorto delle politiche di cooperazione allo sviluppo, si sta affermando una nuova forma di colonialismo e sfruttamento, che va denunciato e contrastato in tutte le sedi. Questo sarà il nostro principale obiettivo di questa fase storica se vogliamo impedire che le diseguaglianze e le ingiustizie mondiali si accentuino ulteriormente, oltre che per cause connesse al modello di sviluppo economico diseguale, anche per cause dovute alle politiche per l’immigrazione e per la cooperazione.

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