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16Marzo2017 SIRIA. Sei anni di guerra, ma il dialogo non c’è

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da nena-news.it

Sono trascorsi sei anni dall’inizio della guerra civile siriana, un conflitto brutale che ha visto coinvolte in prima linea le potenze regionali e mondiali. In quella che è diventata subito una guerra per procura, destinata a ridisegnare i confini mediorientali e a definire nuovi equilibri di potere, la tregua siglata a fine dicembre non pone fine al disastro.

Si spara di meno, si bombarda di meno e si muore di meno. Ma il paese è devastato: la ricostruzione è lontana, così come il ritorno di metà della popolazione, rifugiata o sfollata. I numeri sono impietosi: su una popolazione totale di 22 milioni di persone, 5 sono rifugiate all’estero e 7 sono sfollati interni. Di questi tre quarti sono donne e bambini, 800mila quelli che hanno chiesto asilo in un paese europeo.

Tredici milioni di civili hanno immediato bisogno di assistenza umanitaria, mentre un milione sono le persone ancora intrappolate in comunità sotto assedio, sia delle opposizioni che del governo.

Difficile, invece, dare il bilancio delle vittime: da mesi è ormai fermo a 500mila vittime, un dato annunciato lo scorso anno e che andrà sicuramente aggiornato. Secondo le organizzazioni umanitarie, il 2016 è stato l’anno peggiore per i bambini siriani con almeno 650 morti, molti di più quelli reclutati dai gruppi armati e tantissimi quelli che dentro e fuori il paese sono costretti a lavorare – e a lasciare la scuola – per sostenere la famiglia.

Oltre 300 gli ospedali colpiti e distrutti negli attacchi, 800 i medici e gli infermieri uccisi dal 2011. Sarebbero invece circa 15mila i dottori e i lavoratori sanitari fuggiti all’estero. Si calcola che un terzo dei siriani ancora nel paese viva in zone dove non esiste più assistenza sanitaria, un altro terzo in aree dove l’assistenza è insufficiente.

E poi infrastrutture distrutte, divisioni settarie (politiche e religiose), aree sotto il controllo di gruppi jihadisti che si sono fatti stati, un’economia in ginocchio e relazioni sociali e intranazionali difficili da ricucire.

Con un simile quadro, quello di un paese che era leader politico e culturale del mondo arabo ora ridotto ad un cumulo di macerie e a fonte di instabilità per i vicini – molti dei quali hanno avuto un ruolo di primo piano nella sua distruzione – dovrebbero proseguire i negoziati in Kazakistan. Dovrebbero, perché ad ogni tavolo sembra si faccia un passo indietro: dopo gli incontri di Ginevra, tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, sembrava che l’Onu avesse individuato dei punti fermi del dialogo politico.

Con la riapertura del tavolo di Astana, promosso da Russia, Iran e Turchia e previsto per oggi, le fratture si sono riproposte. Ieri sera il Ministero degli Esteri kazako rassicurava sull’avvio del dialogo (“Rappresentanti dei fronti sud e nord delle opposizioni arriveranno stasera”), dopo che le opposizioni siriane avevano detto di non voler partecipare, accusando Mosca di aver violato il cessate il fuoco.

Secondo Astana le prime consultazioni sarebbero partite oggi, ma questa mattina lo stesso Ministero degli Esteri kazako ha annunciato il rinvio: è previsa per domani una riunione tra i gruppi di opposizione e i delegati russi, turchi e iraniani, nella quale si discuterà della tenuta della tregua. Damasco, da parte sua, non si dice preoccupata: “Siamo venuti ad incontrare i due garanti alleati, Iran e Russia – ha detto l’ambasciatore siriano all’Onu e capo delegazione, Jaafari – La decisione sulla partecipazione o meno è politica, non la prende l’opposizione ma i suoi padrini”. Un chiaro riferimento a Golfo e Turchia.

 

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