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24Ottobre2017 EGITTO. Decine di poliziotti morti nel deserto egiziano

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da nena-news.it

Roma, 23 ottobre 2017, Nena News – Centinaia di persone nelle città egiziane di Suez, Gharbiya e Minya, hanno dato l’ultimo saluto sabato alle decine di poliziotti uccisi venerdì notte in un attacco jihadista nell’oasi di Bahariya (370 chilometri a sud ovest del Cairo).

L’imboscata sanguinosa dei miliziani islamisti è avvenuta mentre era in corso un’operazione di sicurezza che aveva come obiettivo la cattura di alcune cellule jihadiste attive nell’area. Secondo alcune fonti, il bilancio delle violenze sarebbe di 18 ufficiali e 35 reclute morti: gli agenti sono stati oggetto di lancio di granate e ordigni esplosivi mentre pattugliavano la zona. Numeri smentiti però dal ministero degli interni che parla di soli 16 agenti uccisi insieme ad almeno 15 jihadisti.

“Questi eroi sono un esempio di coraggio e di amore per la loro patria. I loro sacrifici non saranno vani” ha dichiarato ieri il presidente al-Sisi incontrando i ministri della difesa e degli interni e alcuni ufficiali di sicurezza. “L’Egitto – ha poi rivendicato – continuerà a combattere con tutte le sue forze il terrorismo e i suoi finanziatori finché non verrà annientato”.

A rivendicare l’attacco di venerdì è stato sul web Hasm, gruppo jihadista nato nel 2014 ma dall’affiliazione ancora incerta, che negli ultimi 18 mesi si è reso protagonista di diversi attentati contro poliziotti e giudici. Hasm è solo uno dei tanti gruppi islamisti combattenti che devastano il territorio egiziano facendosi beffe dello stato di emergenza dichiarato inizialmente dal governo nella sola Penisola del Sinai, ma che dallo scorso marzo è stato ampliato a tutto il territorio nazionale. Le formazioni jihadiste hanno nomi diversi: si va dai Soldati del califfo affiliati all’autoproclamato Stato Islamico (Is) responsabili degli attentati più sanguinosi degli ultimi anni (autori degli attacchi contro due chiese al Cairo nel dicembre 2016 e delle stragi di domenica delle Palme a Tanta e Alessandria lo scorso marzo), dai qa’edisti di Murabitun ad Hasm appunto. Questi ultimi sono accusati dalle autorità locali di essere il braccio armato dei Fratelli Musulmani (la Fratellanza nega però l’affiliazione) e hanno avuto spesso come target giudici e poliziotti.

Se è incerto il numero reale delle vittime, quanto accaduto venerdì conferma però nuovamente il fallimento della campagna securitaria del presidente al-Sisi. L’attacco mostra infatti come nessuna parte del Paese può essere immune all’attività del radicalismo islamico: gruppi e formazioni diverse compiono attentati nel cuore delle città egiziane, lungo la costa spingendosi finanche ai confini del deserto. Il segno più tangibile dell’insuccesso securitario dell’ex generale è la penisola del Sinai dove la “Provincia del Sinai”(gli ex Ansar Beit al-Maqdis che hanno scelto questa denominazione dopo aver giurato fedeltà all’Is) fa il bello e cattivo tempo nell’area. Soltanto la scorsa settimana il gruppo ha preso di mira il checkpoint militare di Karm al-Qawadis (6 soldati uccisi) e Arish (le vittime qui sono state sei, di cui tre civili).

A poco o nulla sta servendo nella penisola lo stato di emergenza proclamato dalle autorità: invece di limitare le organizzazioni armate, questo strumento è responsabile soltanto di continui abusi contro i civili (violenze gratuite, arresti arbitrari, coprifuochi e restrizioni di movimento). Secondo gli oppositori di al-Sisi, questi provvedimenti sono controproducenti perché, invece di estirpare il terrorismo jihadista, infiammano le tensioni e lo alimentano. Eppure sono proprio questi strumenti repressivi che legittimano il presidente golpista agli occhi della comunità internazionale come partner fedele nella lotta contro il terrorismo islamico. Poco importa poi che il suo curriculum non brilli tanto nel campo dei diritti umani.

Pertanto, sebbene si stia dimostrando fallimentare, al-Sisi sa che abbandonare il modello securitario-repressivo potrebbe rappresentare un duro smacco all’immagine di “uomo forte” che si è voluto costruire all’estero e che piace così tanto agli alleati occidentali. E così, dopo gli attacchi di venerdì, la risposta delle autorità è stata la solita: ieri il parlamento egiziano ha confermato il decreto presidenziale annunciato da al-Sisi lo scorso 12 ottobre e che estende di altri tre mesi lo stato di emergenza. “Lo stato di emergenza è una misura necessaria. Anche i paesi democratici lo considerano una necessità per preservare la stabilità e la sicurezza”, ha detto il premier Sherif Ismail in aula. “Il governo – ha aggiunto – non ricorrerà a nessuna misura eccezionale che potrebbe intaccare negativamente le libertà e i diritti dei cittadini”.

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