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09Aprile2020 La situazione in Libano è sempre più tragica

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di Giuseppe Cammarata

Seduto in salotto, scrivo al computer queste mie brevi note nella tranquillitá della mia casa in Italia. In tempi di coronavirus, la modalitá del tele lavoro si applica infatti anche a noi cooperanti di ARCS, solitamente sparsi per il mondo ed al momento quasi tutti rientrati presso le nostre abitazioni.

Grazie ai potenti mezzi tecnologici riesco a rimanere in contatto con i nostri partner in Libano, vere e proprie “antenne” sul terreno, continuando per quanto possibile ad occuparci dei meno privilegiati e dei più vulnerabili, anche se da remoto.

Come in buona parte del globo terrestre di questi tempi, anche il governo libanese ha emanato diversi decreti che, man mano che gli effetti del virus avanzavano, hanno progressivamente chiuso e fermato il Paese.

Ma in Libano lo stato sociale praticamente non esiste. Di conseguenza, le persone più fragili e vulnerabili lo sono ancora più del solito e necessitano di un supporto ancora maggiore, che lo stato centrale non può e non sa fornire in maniera adeguata.

Tanto più che il Paese é ufficialmente in default, che la crisi economica e finanziaria si protrae da molto prima dell’arrivo del virus e che il nuovo governo, insediatosi a fine gennaio, non riesce ancora a trovare alcuna soluzione alle sfide che si trova ad affrontare.

Nei giorni scorsi un cinquantaduenne siriano si é dato fuoco a Taalbaya, nella valle della Bekaa, dove lui e la sua famiglia vivono da anni come rifugiati (ufficialmente “displaced”, ovvero “sfollati”: il Libano non riconosce loro lo status di rifugiati) a causa della crisi siriana.

Bassam (tale é il nome dell’uomo, morto a causa delle ustioni riportate) e la sua famiglia non vivevano nelle tende di un campo profughi. Tuttavia, Bassam era disoccupato da un paio d’anni ed il timore per le ulteriori restrizioni di movimento imposte dal governo libanese ai siriani, ben più rigide di quelle imposte ai cittadini libanesi (ad esempio, in molte localitá della Bekaa dall’inizio di marzo i siriani sono autorizzati ad uscire per acquisti alimentari soltanto dalle 9 del mattino alle 13) e le conseguenti difficoltá a lavorare come bracciante, come pure ad accedere ai fondi di emergenza che i sindaci distribuiscono ai loro concittadini libanesi (e solo ai libanesi) lo ha esasperato al punto da portarlo al suicidio.

Altre persone, altrettanto fragili, soffrono delle conseguenze delle difficili condizioni del Paese: il 13 marzo Faustina, giovane ghaniana, si é (ufficialmente) suicidata lanciandosi dal quarto piano dell’abitazione dove da 10 mesi prestava servizio come collaboratrice domestica. Nei giorni precedenti Faustina aveva mandato diversi messaggi a familiari e a un gruppo di attivisti nei quali denunciva gli abusi subiti dal suo datore di lavoro.

Non diversamente da lei, in Libano decine di persone ogni anno hanno il coraggio di denunicare abusi da parte dei loro datori di lavoro. Ma a causa di una particolare prassi giuridica, che consente ai datori di lavoro di essere considerati dei veri e propri “tutori” delle collaboratrici domestiche, a queste ultime molto spesso viene requisito il passaporto, gli abusi non sono quasi mai considerati tali ed anzi solitamente le domestiche che trovano il coraggio di denunciarli alle autoritá di polizia vengono accusate di furto dai loro datori di lavoro ed a loro volta denunciate ed imprigionate.

ARCS lavora con i rifugiati (e soprattutto rifugiate) siriani ed ha in corso un intervento nelle carceri che sostiene anche lavoratrici domestiche straniere denunciate dai loro datori di lavoro. In questo periodo di blocco delle attivitá sul campo sta operando da remoto, attraverso i suoi partner, sostenendo materialmente alcune famiglie di detenuti, svolgendo sessioni di sensibilizzazione e distribuendo kit sanitari ed igienici, realizzando attivitá di supporto psicosociale e di supporto scolastico a distanza (via telefono o tablet), ed elaborando azioni di contenimento e di monitoraggio della diffusione del virus nelle aree di intervento.

Ció anche attraverso un’apposita campagna di raccolta fondi.

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