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23Giugno2020 Tunisia: a Tataouine esplode nuovamente la rabbia

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di Alberto Sciortino

Che la crisi sanitaria si sarebbe ben presto trasformata in crisi sociale era chiaro a molti, in Tunisia. I segnali c’erano già durante il lock-down: proteste per il ritardo nei sussidi; ad aprile il tentativo di suicidio con il fuoco di un giovane (un episodio analogo fu nel 2010 la scintilla della rivoluzione che mise fine al regime di Ben Ali’); a maggio proteste per la penuria alimentare a Sidi Bouzid, la città dove quella rivolta aveva trovato origine, e il successivo arresto di due giovani per avere incitato alla protesta sulle reti sociali.

E oggi é nuovamente esplosa la rabbia dei giovani disoccupati di Tataouine.

Era il marzo 2017 quando in questa città di quasi centomila abitanti, la più meridionale del paese, con un tasso ufficiale di disoccupazione del 27% contro il 15% nazionale, i giovani disoccupati avevano interrotto per giorni le vie di comunicazione della città verso l’esterno e soprattutto le vie di transito da e verso le stazioni di estrazione petrolifera che si trovano nella regione, in pieno deserto. Negli scontri che ne erano seguiti era anche morto un ragazzo, Anwar Sakrafi, travolto da un mezzo della gendarmeria.

Nelle settimane successive le proteste non si erano fermate e i rappresentanti dei manifestanti, con l’appoggio dei sindacati e di buona parte della società, erano riusciti a ottenere dal governo l’impegno alla creazione di un fondo di 80 milioni di dinari (circa 26 milioni di euro) per il sostegno all’occupazione nella regione, oltre all’impegno a coinvolgere le imprese petroliere che operano su quel territorio a procedere a nuovi reclutamenti di manodopera locale.

Nella regione di Tataouine operano, infatti, oltre alla compagnia nazionale ETAP, anche l’italiana ENI, l’austriaca OMV e l’indonesiana MEDCO Energy, sopratutto nel sito di El Borma, quello preso di mira dai manifestanti nel 2017, e ben presto pare che inizieranno anche a Borj el Khadra, la punta più meridionale del paese, incuneata tra le frontiere algerina e libica, dove a fine 2019 é stato annunciata l’attivazione della concessione di sfruttamento petrolifero. Nonostante dal 2015 abbiano creato un “Fondo di Responsabilità Sociale” per progetti di sviluppo nella regione (il primo programma triennale prevedeva una spesa di circa 4 milioni di euro), le imprese petrolifere sono sempre state criticate dalla popolazione locale per il loro scarso contributo verso il problema piu’ sentito, quello dell’occupazione.

Il seguito della storia non ha pero’ mostrato gli effetti sperati. Il nuovo programma di solidarietà delle imprese petrolifere non é ancora partito, mentre, da parte governativa, l’applicazione del fondo tarda a realizzarsi, bloccata a quanto pare da procedure legislative e burocratiche di non facile soluzione (ma forse anche dal timore dei governi che si sono succeduti di creare un precedente che potrebbe vedere altre regioni in difficoltà reclamare un analogo trattamento), tanto che nel corso del 2018 le proteste si erano ripetute.

A gennaio di quest’anno, senza che alcuna delle promesse si fosse ancora realizzata, i capi riconosciuti del movimento di protesta erano anche riusciti ad incontrare il nuovo Presidente della Repubblica Kaïs Saïed, eletto da indipendente alle elezioni dell’ottobre scorso anche grazie all’appoggio delle fasce giovanili e marginali, che hanno visto in lui l’emblema della protesta contro il sistema politico. A seguito di quell’incontro, la stessa Presidenza della Repubblica aveva emesso un comunicato in cui garantiva l’impegno a “un nuovo approccio partecipato” per la creazione di impiego a Tataouine. Ma a cinque mesi da quell’impegno, e con la crisi ulteriore indotta dalle restrizioni dettate dalla prevenzione del COVID, che ha messo in ginocchio larga parte dell’economia informale del paese, evidentemente i giovani di Tataouine hanno ritenuto che la loro pazienza era ormai al limite.

Dopo aver ripreso il presidio permanente al centro della città, già installato più volte in quenti anni, hanno annunciato un salto di livello della protesta, andando a bloccare ancora una volta le strade verso il sud, cioé verso le zone petrolifere, e impedendo il passo ai mezzi delle compagnie estrattive.

A far salire ulteriormente la tensione ci ha pensato a quel punto la polizia, che ha attaccato i manifestanti con i lacrimogeni (circolano in rete foto che proverebbero anche l’uso di lacrimogeni scaduti e quindi più pericolosi) e arrestato numerosi giovani: al momento sarebbero undici, tra cui i portavoce della protesta, anche se  pare che, mentre scriviamo, alcuni arresti stiano ancora avvenendo fin dentro le case dei manifestanti.

La situazione nel paese, del resto, si annuncia da più parti esplosiva: secondo le stime ufficiali, diffuse dall’UNDP in una conferenza stampa il 17 giugno, la crisi del COVID ha avuto un impatto drastico sul tasso di disoccupazione, che sarebbe cresciuto d’un colpo dal 15 al 22% a livello nazionale. Sarebbero oltre 400.000 i tunisini ad aver perduto temporaneamente il proprio impiego a causa delle restrizioni e 274.000 i nuovi disoccupati permanenti attesi per il 2020; oltre il 60% delle famiglie ha dovuto ridurre i propri consumi, anche alimentari, e 475.000 persone hanno visto i propri redditi scendere sotto la soglia di povertà.

Tutto questo, in una regione come Tataouine, dove si partiva già da un tasso di disoccupazione molto più alto (che tra i giovani sfiora il 50%), non puo’ che significare che, in assenza di interventi di investimento significativi, per molte famiglie la strada sarà sempre più in salita.

La pesante repressione delle proteste a Tataouine non é un inizio confortante e nei prossimi giorni, con le reazioni del mondo politico, delle istituzioni e della società, si capirà se ancora una volta, come durante il regime abbattuto nel 2011, l’unica risposta dello stato ai seri problemi sociali del paese saprà essere la repressione.

Per il 25 giugno è attesa la presentazione all’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo, il Parlamento nazionale, del Piano di Rilancio dell’Economia. Intanto, a Tataouine, dove i sindacati hanno indetto uno sciopero generale per il 22 giugno per protestare contro quest’intervento delle forze dell’ordine e richiamare le parti agli impegni presi, si potrebbe proprio iniziare con l’applicazione degli accordi già sottoscritti tre anni fa e rimasti finora nel regno delle promesse. Sarebbe molto piu’ efficace dei lacrimogeni e degli arresti per smorzare le proteste.

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