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07Settembre2020 Libano: “Possiamo perdere tutto, ma non la speranza”

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di Alice Bodo

Tre settimane fa, circa 30 donne keynote hanno iniziato a protestare davanti al Consolato del Kenya, a Badaro, quartiere di Beirut popolare per i suoi bar e ristoranti alla moda. La richiesta è quella di essere rimpatriate. La manifestazione si è trasformata poco dopo in un sit-in, che, nonostante i diversi tentativi, ad oggi non è ancora stato smantellato. Molte delle manifestanti sono migranti senza documenti che dichiarano di aver pagato cifre esorbitanti al Consolato nella speranza di essere rimpatriate.

Sono venuta in Libano per rendere la mia vita e quella della mia famiglia migliore. Tutte qui hanno perso il lavoro, ora vogliamo solo tornare a casa”, dice K., originaria di Nairobi. “Abbiamo perso tutto, chi con la crisi economica, chi con il COVID – riprende – Ci siamo ritrovate a vivere in 16 in una stanza. Alcune di noi hanno perso anche quello con le esplosioni. Abbiamo preferito venire qui, anche perché non sappiamo dove altro andare. Ci sono 13 bambini, il più piccolo ha tre mesi”, dichiara K., facendo cenno ai gazebo, le tende e i materassi sull’asfalto. Alcune organizzazioni si sono mobilitate per supportarle con cibo, acqua e beni di prima necessità. Altre si stanno occupando del supporto legale e dei loro rimpatri. “Possiamo perdere tutto, ma non la speranza”, conclude.

Nell’ambito del progetto DROIT insieme ai partner libanesi, ARCS supporta donne migranti che si sono ribellate agli abusi e sono state incarcerate perché vittime di false accuse di furto da parte dei loro datori di lavoro.

Il Libano attualmente ospita più di 250.000 lavoratori domestici migranti, per lo più donne provenienti da diversi paesi del Sud-est Asiatico e dell’Africa impiegate soprattutto presso famiglie libanesi. Il loro status è regolato dal sistema della kafala, che lega la loro residenza legale al contratto e al datore di lavoro, il quale trattiene fisicamente i loro documenti, compreso il passaporto, con l’acquiescenza delle autorità locali e contro il diritto internazionale. Ciò facilita lo sfruttamento e la tratta di persone, fino a raggiungere situazioni di vera e propria schiavitù. Le lavoratrici domestiche sono escluse dalle tutele previste dal diritto del lavoro libanese, compreso il salario minimo, il limite sull’orario di lavoro, il giorno di riposo, la malattia e la libertà di associazione. Per questo, non potendo licenziarsi o cambiare datore di lavoro, sono inevitabilmente esposte a sfruttamento e maltrattamenti, mentre coloro che fuggono perdono la loro residenza legale nel Paese, rischiando prima l’arresto e poi la deportazione.

Durante la thawra – rivoluzione – dello scorso ottobre, le manifestazioni sono state organizzate anche in risposta alla narrativa xenofoba promossa dai vari segmenti della classe politica libanese: femministe e femministi, libanesi e non, hanno chiesto il rispetto dei diritti umani e civili di tutti e protestato contro la discriminazione, il patriarcato, l’omofobia. Il sistema settario corrotto che si è contestato per le strade di Beirut è infatti strettamente connesso alle stesse strutture patriarcali, così come a quelle discriminatorie, che fanno parte dello stesso sistema che opprime i gruppi più vulnerabili, tra cui centinaia di migliaia di lavoratori migranti. La Rivoluzione dei Cedri ha tentato di cambiarlo anche facendo appello all’abolizione del sistema della kafala.

Con la pandemia e le esplosioni del 4 agosto, da sommarsi alla turbolenza economica e politica vertiginosa, le condizioni di vita di quelle stesse 250.000 lavoratrici domestiche migranti sono peggiorate in maniera esponenziale.

Le misure imposte dal lockdown per fronteggiare l’emergenza epidemiologica hanno costretto inevitabilmente queste donne in condizioni di isolamento e di lavoro forzato, spesso non retribuite ed esposte ad abusi di ogni genere in maniera costante.

ARCS ha lanciato la raccolta fondi “Beirut Calling” all’indomani dell’esplosione che ha sconvolto la capitale, aggravando ulteriormente le condizioni di vita della popolazione.

La pandemia ha solo contribuito a peggiorare la crisi economica in corso, insieme alla paura, alla crescente xenofobia e ai soprusi. Per il deprezzamento della valuta locale molti datori di lavoro hanno iniziato a pagare le lavoratrici in ritardo, o in maniera parziale, o per nulla. Di conseguenza, in molti hanno lasciato le loro collaboratrici domestiche senza lavoro e senza casa. Centinaia di donne sono state abbandonate davanti ai rispettivi consolati o ambasciate, senza soldi, passaporto o i loro effetti personali, e senza biglietto aereo di ritorno.

Nonostante anni di battaglie portate avanti da attivisti e da organizzazioni che lottano per l’abolizione del sistema della kafala e per la tutela delle lavoratrici domestiche migranti, il governo libanese ha sempre fallito nel dare una risposta politica concreta o a predisporre un sistema di ricorso efficace per le vittime di abusi. L’introduzione di nuove tutele sul lavoro per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici migranti è stata discussa nei mesi che hanno preceduto l’agitazione politica, culminata con le dimissioni del governo libanese. Con la nomina del nuovo Primo Ministro, il presidente francese è volato a Beirut questa settimana con l’obiettivo di orientare nuove importanti riforme da adottare e, per citare K., la speranza è che l’abolizione del sistema della kafala possa essere una di queste riforme.

Per sostenere il popolo libanese basta una piccola donazione alla campagna Beirut Calling: ci permetterà di consegnare un pasto caldo, un kit igienico, un pacco alimentare o un kit di emergenza alle persone che più ne hanno bisogno.

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