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03Novembre2020 Cuba, dal lockdown alla ripartenza

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Matteo Sirgiovanni, tirocinante nell’ambito del programma Torno Subito

Dobbiamo trovare un volo il prima possibile”. Questo è il testo del messaggio che Federico, il responsabile dei progetti di Arcs a Cuba mi invia poche ore dopo l’ultima conferenza stampa del Presidente Díaz-Canel e del Ministro della Salute Portal Miranda.

È il 23 marzo.  Dal balcone con vista sul Malecón e sul cantiere di uno dei prossimi hotel di lusso che sorgeranno nel quartiere Vedado, su cui negli ultimi mesi passavo le mie serate parlando per ore con i miei padroni di casa, prendo definitivamente coscienza che la mia work experience qui a L’Avana dovrà necessariamente concludersi prima del tempo.

Abbiamo seguito l’escalation del virus in Europa prima con una certa indifferenza (dovuta principalmente al naturale distacco psicologico che può portare una routine di vita a migliaia di kilometri di distanza dal proprio paese di origine) e successivamente con apprensione.

Il governo cubano, assumendo un comportamento responsabile e a mio avviso piuttosto trasparente, già dall’8 marzo decide di effettuare controlli sugli ingressi dall’estero.

I  primi casi di Covid-19 si registrano sull’isola l’11 marzo: si tratta di quattro turisti italiani.

Inizio questo racconto dalla fine della mia esperienza a Cuba. Il virus è entrato come un uragano nelle nostre vite, minando certezze e mettendo in discussione tutto il nostro stile di vita, da un punto di vista individuale e collettivo.

Fino a quel momento, avere l’opportunità di seguire i progetti in corso di ARCS a Cuba (e partecipare alla fase di scrittura di nuovi progetti) è stato per me un percorso in crescendo di grande arricchimento, sia da un punto di vista professionale che personale.

Le modalità con cui ARCS interpreta la cooperazione internazionale, si sviluppano su un lavoro in stretta sinergia con le autorità e le comunità locali. Creando i presupposti perché si sviluppi un reale rapporto di effettiva fiducia tra tutti gli attori. E questo aspetto necessita di un certosino lavoro pluriennale, fatto di “diplomazia” da un lato, ed effettiva presenza al fianco delle comunità locali destinatarie dei progetti dall’altro.

Nel fare la spola tra il nostro ufficio e la Oficina de l’Historiador in Havana Vieja, si attraversa il Vedado e il barrio di Centro Havana. Anche ad uno occhio poco attento, risulta evidente la differenza che intercorre tra Havana Vieja e Centro Havana, delimitati tra loro da una delle vie più rappresentative della città, il Paseo del Prado.

Due quartieri assolutamente centrali (per rendere l’idea: si trovano in Centro Habana il Capitolio e il Museo de la Revoluciòn), eppure nel primo l’opera della Oficina del Historiador nel campo dell’aggiornamento di tecniche e modalità di intervento ha portato alla ristrutturazione di molti edifici di origine coloniale. Questo grazie alla visione lungimirante e innovativa dell’Historiador Eusebio Leal, un intellettuale che ha ispirato il nuovo corso dell’OHcH,  venuto recentemente a mancare.

Centro Havana, a detta degli habaneri  è come Havana Vieja di venti anni fa”.

ARCS collabora da anni con la Oficina del Historiador e nell’ambito del progetto INNOVA CUBA, tra le altre cose, è stato recentemente inaugurato (riqualificando un’ex fabbrica nel cuore del quartiere) Espacios Creativos, uno spazio in cui promuovere lo scambio di idee creative e incoraggiare lo sviluppo di nuove imprese giovanili.

Il mio periodo a L’Avana è stato uno scambio continuo, un do ut des con le comunità e le individualità del posto dal primo giorno fino all’ultimo. Lo è stato il contatto con le associazioni e le istituzioni locali, con le comunità destinatarie dei progetti, con i cooperanti espatriati.

Dal giorno in cui si sono registrati i primi contagi, si è fatta palpabile l’apprensione tra i cubani. Negli uffici, come en la calle.

Le prime misure di contrasto alla pandemia prese dal governo erano già in vigore il giorno della mia partenza. Dei giovani medici, provvisti di registro e dispositivi di protezione, bussavano casa per casa per effettuare la misurazione della temperatura e chiedere se qualcuno avesse avuto dei sintomi. Questo è uno dei miei ultimi ricordi di Cuba. Un’immagine che stride con la realtà vissuta in Europa in quelle concitate settimane.

I miei ultimi giorni a L’Avana sono stati concitati e difficili. Nella mia stessa situazione, molti altri connazionali. Il 20 marzo il governo cubano opta per la chiusura dei confini nazionali in entrata e in uscita. Dispiace dover segnalare che in questa occasione (e con tutte le attenuanti legate all’assoluta straordinarietà del caso), è mancato il supporto organizzativo e logistico da parte dell’Ambasciata.

Tuttavia, grazie allo sforzo organizzativo di Adriana, Federico e Silvia ed effettuando un giro piuttosto bizzarro (L’Avana-Mosca-Londra-Roma), ho affrontato il mio rimpatrio in sicurezza.

Cosciente di aver lasciato “incompleto” il mio rapporto con Cuba e con i cubani che ho incontrato durante la mia permanenza. Un rapporto che intenderò riprendere non appena possibile.

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