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08Novembre2020 Il Libano tra crisi e pandemia ancora senza un governo

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di Giuseppe Cammarata

Venerdì  gli Stati Uniti dell’uscente presidente Donald Trump hanno imposto sanzioni economiche a rappresentanti politici libanesi alleati di Hezbollah, primo fra tutti Gibran Bassil, presidente del Free Patriotic Movement alleato di Hezbollah e, soprattutto, genero del Presidente della Repubblica Michel Aoun.

Da quando il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron è venuto in Libano (due volte fra agosto e settembre) per promettere aiuti internazionali che sono ben lontani dall’essere concessi, è evidente una grossa pressione sulle forze politiche ed istituzionali libanesi affinché rinneghino l’alleanza con Hezbollah e si sbarazzino dell’ingombrante presenza del movimento politico supportato dall’Iran.

Se a ciò si aggiungono i recenti accordi di normalizzazione diplomatica” fra gli Stati del Golfo Persico ed Israele (a cui presto si aggiungerà l’Arabia Saudita del buon principe ereditario Mohammad bin Salman Al-Sa’ud, lo stesso dell’affaire Kasghoggi) ed il negoziato in atto fra Israele e Libano per la definizione delle frontiere marittime (ma non di quelle terrestri) che possa consentire lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio su cui l’italiana ENI ed i francesi di TOTAL hanno già messo gli occhi e, si dice, anche le mani grazie ad accordi già siglati sottobanco), si capisce bene quale sia davvero la posta in gioco per il Paese dei Cedri.

Stretto fra ingombranti vicini in forte espansione (Israele e Turchia) ed alla mercé di interessi geopolitici di enorme portata in cui sono direttamente o indirettamente convolti Russia, Stati Uniti, Iran, Arabia Saudita e Francia, il nuovo-vecchio primo ministro designato Sa’ad Hariri, nonostante la maggioranza dei parlamentari si sia espressa a suo favore, non è ancora riuscito a formare un nuovo governo proprio a causa della feroce opposizione dei partiti di Gibran Bassil e di Hassan Nasrallah, i quali non vogliono lasciare le lucrose poltrone del ministero della Difesa e delle Finanze, rispettivamente, ai tecnici designati da Hariri.

Il movimento di protesa popolare nato nell’ottobre del 2019 si è nel frattempo affievolito, anch’esso fiaccato dalla crisi economica e sanitaria in atto nel Paese, e purtroppo non è ancora stato in grado di proporre una piattaforma politica organica e coerente diversa dalla richiesta di dimissioni dell’intera classe dirigente, impegnata da un anno a salvare se stessa con rimpasti di governo e nomine di nuovi primi ministri che non ha intaccato in alcun modo il sistema di potere basato sulle divisioni confessionali, sostituita da un governo tecnico che possa elaborare una nuova legge elettorale non più di stampo confessionale e portare ad una nuova Assemblea costituente.

Nel frattempo, la qualità della vita continua a peggiorare velocemente a causa dello stato di default dichiarato a marzo e dalla pandemia da COVID-19: ormai oltre il 50% dei libanesi è ufficialmente sotto la soglia di povertà, per non parlare dei rifugiati siriani o degli “storici” rifugiati palestinesi, i quali non hanno neppure la possibilità di lasciare il paese come ormai molti giovani e meno giovani libanesi hanno ripreso a fare, prostrati dalla mancanza di prospettive.

ARCS, insieme a diversi partner locali, è impegnato in Libano nel sostegno a diversi settori della popolazione libanese e rifugiata con azioni sia di emergenza che di resilienza. Per sostenere tali attività ARCS ed ARCI hanno lanciato la campagna di raccolta fondi Beirut Calling

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